Non è la prima volta che Massimiliano Allegri sbrocca. Anche se questa volta gli è costato il posto. Tanti, tanti anni fa, a Livorno, sua città natale, aveva apostrofato i carabinieri che lo stavano multando per un’infrazione stradale. “Fanno bene quelli delle Brigate Rosse a spararvi”, sbottò. Non passò guai troppo seri perché Livorno è una piccola città, ci si conosce tutti e alla fine Acciughina venne perdonato. Ma multato ugualmente. La scenata dell’Olimpico gli costerà la panchina della Juventus. Tanto, l’avrebbe persa comunque a fine stagione. Ma non è di questo che volevo scrivere, quanto dell’involuzione dell’allenatore che sta alla base delle ultime disgraziate stagioni bianconere. Quindi, Allegri è un difensivista? Sì. Lo è sempre stato? No.
Io lo conosco bene, avendo seguito il Cagliari per ventitré anni. L’ho conosciuto da giocatore nei primi anni ‘90, da allenatore nelle stagioni 2008 e 2009, siamo diventati amici, siamo rimasti in contatto per lungo tempo, parlando spesso di calcio.
Il motto calcistico di Max è sempre stato “verticalizzare”. Quindi, gioco d’attacco, spumeggiante, capacità di affrontare qualsiasi squadra a viso aperto. Al Meazza, il Cagliari è in vantaggio 2-1 sull’Inter del Triplete. Mourinho reagisce spedendo in campo quattro attaccanti. “Mister – gli dicono i rossoblù dal campo – hanno quattro attaccanti”. “Vuol dire che sono pochi in difesa, la replica di Massimiliano – attacchiamo”. L’Inter acciuffa il pari in extremis. Così, tanto per dire. Pochi, oltre ai tifosi rossoblù, ricordano che il Cagliari di Allegri faceva calcio spettacolo.
Max approda al Cagliari dopo aver portato in B il Sassuolo e ha un approccio al suo primo campionato di A da allenatore a dir poco traumatico. La sua squadra gioca benissimo, ma perde. Cinque volte nelle prime cinque di campionato. Tutti gli organi di informazione (tranne il mio, concedetemi questa piccola vanità) celebrano il funerale calcistico di Allegri e si sbizzarriscono nel comporre rose di successori. Massimo Cellino è sì un mangiallenatori ma non è stupido. Vede una squadra viva, persino bella, tiene duro e alla fine avrà la soddisfazione di vederla al decimo posto in classifica.
La stagione successiva, il Cagliari si ripete. Gioca il miglior calcio della Serie A insieme al Genoa, allenato, indovinate un po’, da Giampiero Gasperini. A febbraio, a Udine si gioca il recupero della partita di dicembre annullata per neve. Alla fine del primo tempo il Cagliari è in vantaggio ed è quarto in classifica. La gara finisce 2-1 per l’Udinese e a Massimiliano si spegne la luce. Si accorda in segreto col Milan, e riesce a tenere la notizia riservata sino a fine stagione, come fa Adriano Galliani, muto come un pesce anche con il suo antico amico Cellino.
Il presidente rossoblù, come dicevo prima, tutt’altro che stupido, si accorge dell’involuzione e con un pretesto licenzia Allegri. Il pretesto? Il nostro Max, alla vigilia di Juventus-Cagliari, lascia nottetempo l’hotel del ritiro. “È andato a firmare per la Juve”, schiuma di rabbia Cellino. In realtà Massimiliano aveva avuto un incontro di ben altra natura, ma intanto la squadra finisce nelle mani di Giorgio Melis e il Cagliari chiuderà il campionato in maniera malinconica.
Max vola al Milan e poi a Torino, dove avviene la metamorfosi. Gli dicono che alla Juve l’unica cosa che conta è vincere, e in mano ha Buffon, Barzagli, Chiellini, Marchisio e Vidal dei tempi d’oro, Tevez. Vince facile, senza occuparsi troppo del bel gioco e del lavoro settimanale. In campionato la Juve domina, in Champions League va in finale due volte, perdendo col Barcellona stellare e il Real Madrid. I dirigenti pensano di essere a un passo dalla vetta europea e ingaggiano uno dei due attaccanti più forti al mondo: Cristiano Ronaldo.
Intanto, Allegri si è ormai convinto che per vincere non sia necessario giocare bene, anche un po’ per ripicca nei confronti di Arrigo Sacchi che lo bacchetta: “Dalla Juve è lecito attendersi le vittorie ma anche il bel gioco”. Ma Massimiliano è in fondo un poltrone. Non ha voglia di spaccarsi la testa in allenamento organizzando la squadra e convincendo giocatori famosi e strapagati a fare diagonali difensive e pressing, e si affida al caro vecchio contropiede. Ma in difesa ci sono Gatti e Danilo e non più la BBC, a centrocampo giostra McKennie, in attacco Milik e non più CR7. Latita il gioco e anche i risultati. La Coppa Italia è una cosa minuscola ma basta a Allegri per scatenarsi contro Giuntoli e compagnia. Da allenatore spregiudicato e divertente, Allegri si è trasformato in uno speculatore che utilizza il calcio per guadagnare abbastanza soldi per alimentare le sue due, autentiche passioni: le donne e i cavalli.
Troverà presto una panchina (“vorrei fare ancora qualche stagione e poi allenare la Nazionale“, mi disse un po’ di tempo fa. “Poi smetto, altrimenti diventa un lavoro”), ma voglio fare una previsione. Non andrà in Arabia Saudita, che ha già rifiutato all’inizio della stagione. A Riad le corse di cavalli non mancano, ma, diciamo così, certe licenze di costumi non sonoconcesse. No, Allegri resterà in Europa. O forse starà alla finestra pagato dalla Juventus ancora per un anno, in attesa di un’altra squadra da lanciare in contropiede.
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Allegri cacciato dalla Juve. “Lo conosco bene. Due passioni al di là del calcio: le donne e i cavalli”
Dopo l’esonero, Un inedito ritratto affidato a un amico giornalista, condito con qualche aneddoto “piccante”, di un allenatore nell’occhio del ciclone. La sua evoluzione dai tempi del Cagliari di Cellino fino agli anni d’oro con la Juventus.
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Massimiliano Allegri durante la sua sfuriata alla fine della gara di Coppa Italia
