Si arriva alle 8,30 e in borghese si va alla ricerca del collega che ha fatto la notte appena trascorsa. La visione dei colleghi pronti a dare il cambio, per chi è sopravvissuto a una delle tante notti infernali estive dell’ospedale, è un po’ come un apparizione celestiale. Chi arriva, ti spalanca la porta verso la libertà, la frequenza del cuore gradualmente diminuisce tornado pian piano entro i limiti della norma. L’adrenalina fa un po’ fatica a ridursi ma in genere cala al calare dello stress emotivo.
Inizia il meeting mattutino delle consegne, stampiamo il report aggiornato dei pazienti presenti in reparto, dei nuovi ricoveri, delle eventuali urgenze chirurgiche notturne e ci sediamo tutti in quella saletta, non a semicerchio, non ordinati ma ovunque, dove troviamo un posto che ci metta a nostro agio. Si parte dai
ricoverati della prima stanza fino ad arrivare a quelli dell’ultima , uno per uno ( dai 32 ai 35 pazienti in totale).
Al termine del meeting mattutino, il collega della notte finisce il suo turno e, dopo un caffè ristoratore, saluta e se ne va. Il gruppo del mattino si suddivide i compiti, c’è chi si occuperà del giro visite, chi delle consulenze da fare nei vari reparti e al pronto soccorso e c’è chi va negli ambulatori. Il nostro reparto ne ha 2: quello di Chirurgia generale e quello di Proctologia che sono situati al piano terra.
Il giro visite inizia appena gli infermieri terminano il giro terapie, non si può iniziare prima perché la loro presenza è fondamentale per la completezza della valutazione a 360 gradi di ogni paziente. Tutto il giro visite, a seconda del numero dei pazienti presenti, può durare dalle 3 alle 4 ore. Durante tutto questo tempo il cordless suona spesso, è così che veniamo contattati per le eventuali urgenze o emergenze del Pronto Soccorso o di altri reparti, e di urgenze ed emergenze in arrivo da altri
Ospedali.
Capita spesso che, arrivati a metà giro, si riceva quella telefonata che stravolge tutti i piani precedentemente organizzati. “C’è un politraumatizzato in arrivo con l’elisoccorso”. Ecco che il Trauma Team del nostro Ospedale si attiva, e nel giro di pochi minuti tutti corrono in PS per “accogliere” il paziente. Il Trauma Team è composto da un chirurgo, un rianimatore, un ortopedico, il collega del PS che prende in carico il politraumatizzato, il team di radiologia, quello del laboratorio analisi e del centro trasfusionale. Fa parte del Trauma Team anche il pediatra, se a essere coinvolto è un bambino, e il ginecologo se, invece, si tratta di una donna in gravidanza. Gli infermieri e gli oss sono anch’essi parte integrante del gruppo. Tutti insieme siamo li, come soldati sul fronte comune di guerra per combattere contro un un unico spietato nemico… il tempo. Lo combattiamo con tutte le armi che abbiamo a disposizione. “E’ in shock emorragico, dall’eco fast si vede tanto sangue in addome, dobbiamo stabilizzarlo e portarlo subito in sala operatoria”.
La nostra corsa continua, la prima meta è la sala operatoria, allertata anticipatamente per dare il tempo all’équipe di anestesia, di infermieri e strumentisti di sala di preparare. Si entra in sala velocemente, dobbiamo salvare una vita. La collega anestesista si prepara per addormentare il paziente e siamo tutti pronti, due chirurghi posizionati alla destra e alla sinistra del lettino operatorio (uno davanti all’altro), l’infermiere fuori campo, l’anestesista e un secondo infermiere alla testa del paziente e la strumentista accanto ad uno dei chirurghi.
Si procede alla disinfezione della cute addominale, sede d’intervento, si posizionano i telini sterili sul paziente per la delimitazione del campo operatorio e si procede all’incisione con il bisturi… Fare un intervento in emergenza e salvavita, per chi ne ha la responsabilità, è un po’ come salire su una barca in una giornata di tempesta. E’ necessario mettere in atto tutte quelle manovre capaci di contrastare le onde e il vento, posizionandosi nel verso giusto, quello che riduce ai minimi termini la possibilità di piegarsi troppo e imbarcare acqua.
Quando l’intervento finisce, la sensazione è proprio quella di quando si esce da un mare in tempesta, torna la calma ed il vento, prima di andare, spazza via le nuvole lasciando il posto al sole. Non sempre però si esce dalla tempesta a fine intervento. Può capitare di continuare ad essere sballottati anche dopo e di poter scendere dalla barca solo nel momento in cui a scendere con te è anche quel paziente che ha avuto ad esempio, un post operatorio impegnativo.
Si torna in reparto, ci si siede qualche minuto per scaricare la tensione, si comunica ai parenti del paziente che l’intervento è terminato. Si riprende con il giro visite e tutte le altre cose lasciate in sospeso per l’emergenza, con la speranza che il cordless non riprenda a squillare. Quando poi, si fa ritorno a casa, si rimane con quella fastidiosa sensazione di moto ondoso come se, da quella barca, non si scendesse mai.