Il presidente della Federcaccia Sardegna, l’avvocato Davide Bacciu, ci ha inviato questo intervento sulla riforma dell’attività venatoria, che pubblichiamo integralmente.

A distanza di 34 anni, finalmente la politica nazionale sembrerebbe determinata a modificare una limitata parte della norma che disciplina l’attività venatoria. Ne siamo ben felici e cogliamo l’occasione per ringraziare sentitamente quei senatori espressi dalla Sardegna (Satta, Pera e Zedda) che hanno votato in Senato. Premetto che con questo mio intervento non intendo addentrarmi nella discussione che da sempre vede contrapposti favorevoli e contrari alla caccia. Il rispetto reciproco dovrebbe essere la base di ogni discussione. Non possiamo però che dolerci della campagna mediatica, basata spesso su falsità, che si sta continuamente mettendo in campo, soprattutto in questi giorni di discussione in Parlamento.

L’attività venatoria, per noi che frequentiamo boschi, campagne, montagne, fiumi, laghi, radure, insomma la Natura in ogni sua splendida espressione, è una passione che si tramanda da secoli e che vede oggi il cacciatore messo al centro dei fenomeni che attengono la fauna selvatica e la natura come bioregolatore. Piaccia o meno, senza l’intervento del cacciatore è a rischio la biodiversità. La modifica dei primi articoli della legge richiama i concetti di gestione della fauna selvatica, della tutela della biodiversità e dell’ecosistema.

Rivendichiamo con orgoglio anche l’introduzione della parola Tradizione.

A contrario di quanto letto su questo sito che mi ospita e che ringrazio, in ragione dell’intervento della carissima dottoressa Giangrande, l’essere coloro che tramandano di padre in figlio saperi e conoscenze legate all’ambiente, alla natura e alla caccia ci pone senz’altro all’apice di quanti tengano alle generazioni future, al loro fondamentale rapporto con la natura e, in generale, alla tutela della biodiversità. Il ruolo del cacciatore, ahimè, non è conosciuto abbastanza. In tanti non sanno che già dagli anni Novanta i più importanti studiosi degli ecosistemi avevano compreso che far intervenire i cacciatori finanche nei parchi naturali (udite, udite! Il Parco del Gran Paradiso è stato uno dei primi) aiutava alcune specie di ungulati a mantenere quell’equilibrio utile alla loro conservazione in buono stato di salute.

Chi vorrebbe la caccia chiusa non conosce minimamente quanto siano in stato di sofferenza alcune specie di fauna selvatica, come per esempio la pernice sarda, in aree precluse alla caccia. Nelle oasi o nelle ZTRC (zone di ripopolamento e cattura), quella selvaggina è fortemente attaccata dalla presenza in sovrannumero di cinghiali, volpi e cornacchie che non hanno predatori e che danneggiano, purtroppo a volte irreparabilmente, la presenza di altre specie importanti di fauna selvatica.

Ma cosa ne sanno i nostri detrattori di tutto ciò?

Mi chiedo come sia possibile che nel 2026 ci sia ancora chi non vede quanto sia ormai necessaria l’opera dell’uomo nella gestione della fauna selvatica in un contesto naturale e paesaggistico possibilmente intonso. Eppure basterebbe approfondire un po’ di più, andando oltre la bieca ideologia animalista, per comprendere che occorre che la funzione della bioregolazione sia garantita contro detrattori che parlano di ambiente e di fauna selvatica solo per partito preso.

Sono convinto che in tanti non sappiano che nel fantastico Parco Naturale di Porto Conte, ad Alghero, agiscono i cacciatori selecontrollori per gestire il sovraffollamento di ungulati. Idem nel Parco de La Maddalena.

L’esempio delle zone precluse alla caccia dev’essere un monito.

Per non parlare di quanto sta avvenendo nel post Covid nelle nostre città. Nel momento in cui l’uomo è mancato, la specie cinghiale ha conquistato spazi interni alle città, mettendo in serio pericolo quanti, uomini e/o animali domestici, se li trovano dinnanzi. Tutt’oggi l’assurda burocrazia fatica a rimuovere i cinghiali e a riallocarli in piena campagna, come abbiamo chiesto noi cacciatori. Invece, purtroppo, quei cinghiali verranno ingabbiati e tristemente soppressi.

Invito i nostri detrattori a combattere le battaglie vere a favore della Natura.

Mi sia consentita una domanda retorica: mi chiedo dove fossero gli animal-ambientalisti allorquando il sottoscritto (insieme a tutta la minoranza consiliare di Olbia e non solo) portava avanti la battaglia contro il rigassificatore che si voleva costruire ad Olbia, la cui presenza avrebbe posto seriamente a rischio la natura del nostro golfo.

Difendiamo il nostro ruolo di amanti della natura, fungendo da sentinelle antincendio ogniqualvolta siamo in campagna.

Abbiamo svolto un ruolo determinante nella battaglia vinta contro la peste suina, per esempio. Ricordo l’intervento recentissimo del dottor Francesco Sgarangella (direttore del Dipartimento di Prevenzione Veterinaria Nord Sardegna, non cacciatore, componente della task force regionale contro la peste), che ha dichiarato, con discorso pubblico, che senza il fondamentale apporto dell’operato dei cacciatori, che con loro risorse hanno effettuato il campionamento di migliaia di capi di cinghiali, non si sarebbe raggiunto il fondamentale obiettivo dell’eradicazione della peste suina africana in Sardegna.

Un traguardo storico e fondamentale per una parte dell’economia rurale sarda.

Fondamentale l’apporto dei cacciatori anche contro il virus West Nile. Gestire una risorsa rinnovabile, garantendone una presenza tale da non mettere mai e poi mai a rischio la sua conservazione, è l’obiettivo primario della caccia del presente e del futuro.

Le modifiche previste vanno in tale senso.

Appare finanche imbarazzante dover ribadire la falsità di quanto sostengono taluni, secondo cui si potrà cacciare in spiaggia. Stiano sereni costoro: in spiaggia noi andiamo e continueremo ad andare senza armi, ma con asciugamano e ombrellone, come il resto dei bagnanti. Al fine di scongiurare che la caccia crei danni alla selvaggina, siamo sempre stati favorevoli ai censimenti, che finalmente da qualche anno si effettuano anche in Sardegna, sulla specie nobile stanziale (lepri, pernici e conigli). Si preleva solo ciò che si può prelevare sulla base di studi scientifici e relazioni tecniche che ci dicono quanto è possibile cacciare e quando occorre fermarsi.

Ben vengano le modifiche della legge nazionale ed, in particolare, al famoso parere ISPRA, se domani ci consentiranno di redigere con maggiore puntualità un calendario venatorio che si basi su studi scientifici su base regionale. Oggi quel parere tecnico è spesso redatto senza fare distinzione tra le regioni. Un obbrobrio tecnico-scientifico.

Nessuno potrà prelevare fauna migratoria durante la fase di migrazione prenunziale (altra falsità). La norma europea è un caposaldo insostituibile, che la riforma non tocca minimamente, e ci mancherebbe pure!

Mediante la telemetria satellitare, con uno studio scientifico rigoroso (e molto costoso, aggiungerei), svolto in collaborazione con l’Università di Milano, abbiamo dimostrato (sempre con i soldi dei Federcacciatori) che la specie tordo dalla Sardegna parte per la migrazione prenunziale solo da fine febbraio e marzo, non prima.

Pertanto, con la modifica della legge nazionale, studi scientifici rigorosi, si spera commissionati anche dalla Regione Sardegna, potranno essere utilissimi per la redazione corretta ed ex lege del calendario venatorio sardo, che può e deve discostarsi dalle previsioni delle altre regioni.

Rivendichiamo in tal senso anche l’applicazione dell’articolo 3 dello Statuto sardo, che pone alla lettera i) caccia e pesca tra le materie di competenza della Regione.

Ricordo infine che la modifica della norma interviene pesantemente contro il bracconaggio, prevedendo un sostanziale aumento delle pene contro chi non rispetta la legge.

Infine vorrei richiamare quanto detto dal filosofo tedesco Hans Jonas e ricordato solo in parte, ahimè, dalla dottoressa Giangrande, per evidenziare che la filosofia del cacciatore come bioregolatore al centro della Natura rientra pienamente nel principio enunciato:

«Agisci… in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana».

Non dice: «Astieniti dall’agire».

Con Hans Jonas condividiamo certamente il favore espresso a forme di caccia legate alla gestione ecologica orientata alla responsabilità verso la natura e contro lo sfruttamento indiscriminato di una risorsa rinnovabile come la fauna selvatica.

Est modus in rebus.