Si, lo so anche io. La Costituzione, sebbene sia un punto di riferimento essenziale, nella realtà è solo un insieme di enunciazioni teoriche, spesso violate da chi avrebbe il dovere di metterne in pratica i principi ispiratori. Gli esempi in tal senso sono tanti. Ci hanno insegnato che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, ma è ovvio che chi si può rivolgere a prestigiosi uffici legali, ha più probabilità di ottenere un verdetto favorevole, rispetto a chi non se lo può permettere.
L’Italia, enuncia la Costituzione, rifiuta la guerra come strumento per risolvere le controversie internazionali, ma poi, apertamente o un po’ alla chetichella e in tono minore, partecipiamo a tutte le guerre che ci vengono imposte dalle nostre alleanze. Secondo il nostro testo costituzionale l’iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale, cioè, tanto per intenderci, l’interesse generale dovrebbe prevalere su quello particolare, eppure quasi sempre alcune corporazioni professionali o i grandi gruppi economici e finanziari riescono ad ottenere trattamenti privilegiati rispetto al resto della popolazione.
Ma c’è un settore dove la distanza fra la teoria e la prassi è abissale e determina ingiustizie macroscopiche e particolarmente odiose. Si tratta del diritto all’assistenza medica, quello espressamente sancito dall’articolo 32, che definisce la salute come un fondamentale diritto dell’individuo. Ma allora, perché quelli che vivono in Lombardia o in Emilia-Romagna, hanno accesso a molti servizi sanitari, mentre noi sardi possiamo contare solo, e a gran fatica, su un numero ristretto di prestazioni mediche? E non c’è bisogno di statistiche per dimostrarlo, basta parlare con chiunque abbia avuto bisogno di cure o accertamenti, oppure semplicemente telefonare al CUP regionale. E non parlo di Olbia, per carità di patria.
Inoltre, perché, se tutti i cittadini hanno gli stessi diritti, la parte più abbiente della popolazione può curarsi rivolgendosi alle strutture private, mentre i settori medio bassi sono esclusi di fatto dall’assistenza sanitaria, tanto che circa 7 milioni di persone hanno rinunciato a curarsi (rapporto GIMBE 2026)? Insomma perché chi ha soldi può contare su un’aspettativa di vita superiore a coloro che dispongono di meno risorse economiche? Non siamo uguali neanche di fronte alla morte?
Certo la Meloni e la Todde non sono gli unici responsabili di questo disastro, bisognerebbe andare indietro di parecchi anni per cercare le cause del lento inarrestabile degrado del sistema sanitario. Fatto sta che nessuno sembra metterci mano, aldilà di vuoti proclami e promesse elettorali. E ciò che è peggio è che la società civile, ormai anestetizzata e sfiduciata non mostra più alcuna capacità di resistenza.
Alcuni sostengono che la decisione di privatizzare la sanità e ridimensionare la spesa sociale a favore dell’industria bellica o altri settori dell’economia sia stata presa molto più in alto, da quel grande capitale finanziario, che orienta e condiziona le decisioni di quelle istituzioni sovranazionali dalle quali dipende anche la nostra società, come la UE o il Fondo Monetario Internazionale. Non so se sia così, ma, se non ci svegliamo, avremo delle brutte sorprese.
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