A kent’annos, e oltre. Questa volta l’augurio è davvero speciale: l’esigenza di augurare lunga vita a don Giuseppe Delogu nasce dal cuore e si rafforza di secondo in secondo, mentre i polpastrelli danzano sulla tastiera del computer, come se fossero animati da una musica dolce, commovente. Questo giovane del 1931 oggi sta a Lu Bagnu, a pochi passi da Castelsardo, il suo paesello d’origine. Ci sta dal 2010, cioè da quando l’allora vescovo di Tempio, Sebastiano Sanguinetti, lo trasferì, senza sapere (forse) che quella decisione avrebbe creato un dolore intenso, inenarrabile, nella comunità di Olbia, dove don Giuseppe aveva svolto – con dedizione, intelligenza e straordinaria capacità di coinvolgere migliaia di persone, molte delle quali con la Chiesa avevano poco o nulla da spartire – la sua missione di pastore di anime.
Ordinato sacerdote nel 1955, si è laureato in Teologia a Cuglieri, prima di approdare nella maggiore città della Gallura nel 1964. Nessuno avrebbe potuto immaginare che la sua permanenza a Olbia potesse durare fino al 2010, quando appunto fu chiamato a guidare la piccola comunità che – grazie alle sue qualità eccezionali e al suo tratto inimitabile – ha rivoltato come un calzino, facendola diventare un punto di riferimento anche per chi non è sostenuto dalla fede. Appena nominato, andò casa per casa e si presentò indossando il solito abito composto di umiltà, cultura, eloquio sciolto e piacevole. Musicale, si potrebbe dire, vista la sua enorme passione per il pentagramma, per i canti sacri eseguito da eserciti di ragazzi che, con le note, avevano scarsa dimestichezza.
Sono (siamo) in molti a ricordare quel giovane parroco che insegnava religione alla scuola media “Ettore Pais” di Olbia e conquistava l’attenzione di un ampio gruppo di pischelletti, poi diventati (tutti o quasi) componenti del coro della parrocchia di San Paolo, prima che si chiamasse “Lorenzo Perosi”. Almeno un’ottantina di ragazzi si avvicinò alla Chiesa, grazie alle selezioni fatte dallo stesso don Giuseppe. “Canta – diceva -, fammi sentire. Ecco, tu sei basso, tu tenore, tu contralto, tu soprano”. Qualcuno, scettico, l’aveva preso per matto, ma quegli anni (almeno un decennio) sono ancora scolpiti nella memoria di una generazione che deve molto a quest’uomo che ha avuto il grandissimo merito di avvicinare i giovani alla chiesa, di far conoscere loro la fede, soprattutto di allontanarli dalla strada, dove mai avrebbero potuto vivere esperienze così esaltanti e pregnanti. Cantavamo in chiesa, ci chiamavano a inaugurare nuovi luoghi di culto (per esempio la “Stella Maris” di Porto Cervo), cantavamo perfino al di fuori dei luoghi consacrati, per la strada, al Corso di Olbia, senza direttore d’orchestra, e senza gli organisti Antonio Satta e Tonino Delitala. Delogu organizzava gite, anche queste indimenticabili. Alla Maddalena, Castelsardo, Galanoli: ed era una festa, una festa continua, infinita.
Alla fine degli anni 70, approdò alla Salette (per 32 anni il suo vice fu il compianto don Cesare Delogu, mentre a San Paolo il vice fu don Giovanni Debidda) e, per non perdere l’abitudine, trasformò radicalmente quella chiesa in fantastico luogo di aggregazione e in un nuovo punto di riferimento per la città tutta. Quella chiesa fu rifatta quasi daccapo, la frequentazione dei fedeli si moltiplicò progressivamente, anche lì il coro divenne un’entità centrale, determinante per rafforzare la fede e il legame con essa.
Giuseppe Delogu (per due volte cittadino onorario di Olbia) in questi anni non si è mai annoiato: ha coltivato la sua arte di pittore e ha scritto una ventina di libri sulla sua esperienza pastorale. Gli farà piacere se ricordiamo, per chiudere, questo messaggio augurale, le sue parole in un libro dedicato all’esperienza con noi ragazzacci. “Si era formata un’atmosfera gioiosa in cui i ragazzi si muovevano in libertà e nella chiara sensazione di vivere un momento esaltante. Un’esperienza irripetibile. Lasciò in tutti un’impronta indelebile. Quella stagione è rimasta nel cuore di ognuno, non come un sogno, un’utopia o un’emozione fugace, ma come una Luce, forse la più pura delle propria vita; uno spazio di di Gioia che indica dove sia il vero significato dell’esistenza e di che cosa ci sia veramente bisogno”.
Auguri, don Delogu, con tutto il cuore. E grazie, infinite grazie, per quanto ci ha insegnato.

