Gli amici capitano come la grandine, diceva Fabrizio De André alludendo a un sentimento spontaneo, e a me rimarrà sempre il ricordo della “grandinata” del 1977. Avevo conosciuto Fabrizio due anni prima quando il cantautore che aveva già scritto alcuni dischi come La Buona Novella e Non al denaro, non all’amore né al cielo, decise di rompere gli indugi e andare in tour. Nella tappa cagliaritana dei concerti del 1975 gli feci un’intervista per un giornale locale e parlammo dal pomeriggio a notte fonda, con in mezzo i due concerti, (così si usava a quei tempi, uno alle 17 e l’altro alle 21). Poi ci perdemmo di vista, in attesa forse della grandine.

Mi aveva dato il numero di telefono della casa di Tempio che aveva preso in affitto dalla signora Lucia e lo chiamai: “Scusa, Fabrizio, ho un “mezzo” matrimonio alle spalle e sto attraversando una crisi che forse avrai passato anche tu”, gli dissi. E lui, senza scomporsi, parlando velocemente così da accentuare la cadenza genovese, mi rispose testualmente: “Ho attraversato tante di quelle crisi che sicuramente la tua coinciderà con una delle mie. Vieni a Tempio e ne parliamo”.

IL BUEN RETIRO GALLURESE. Non me lo feci ripetere, andai a Tempio e ci tornai tante altre volte nella casa al centro della città mentre Faber ristrutturava l’Agnata che allora era un casale mezzo diroccato con un fico, un mandorlo, un leccio e una quercia giovane. Attorno rovi ma lui sapeva che sarebbe diventato un paradiso con il suo lavoro e quello del fattore Filippo Mariotti. In breve tempo la casa dell’Agnata fu avvolta dalla vite canadese, compresa la finestra da cui si affacciava lamentandosi per la presenza dei gechi.

DALLA PARTE DEGLI UMILI. Faber aveva una memoria formidabile e ne ebbi la prova una decina d’anni dopo quando mi invitò nella sua casa di Milano e, in attesa della cena, mi citò i particolari di quei primi nostri incontri e delle persone che mi accompagnavano. In realtà era un ladro delle vite altrui: partecipava ai problemi degli altri e spesso quelle vite finivano nelle canzoni senza che gli altri sapessero: molti di noi hanno la sensazione di essere finiti in qualche verso magari non proprio elogiativo. Era pieno di vita, allegro, ironico e pronto a scherzare. Ma era altrettanto serio, rigoroso, amante della bellezza, della natura, dei libri che ha divorato e che ora sono conservati nel Centro studi a lui intitolato all’Università di Siena. Libri da consultare perché Faber aveva la consuetudine di vergare i suoi commenti accanto al testo. Coerente nelle canzoni, dalla prima all’ultima sempre dalla parte degli umili, coerente nelle scelte di vita come quando il padre, in punto di morte, gli chiese di non bere più e lui – eravamo nel 1985 – svuotò nel lavandino l’ultima bottiglia di Glen Grant dicendo: “Belin, ma proprio questo dovevi chiedermi”?

Ci sono mille aneddoti che lo riguardano perché i suoi quasi cinquantanove anni di vita non sono paragonabili a quelli di una persona comune. Sono stati anni vissuti in pieno, giornate furibonde/ senza atti d’amore/ senza calma di vento, avrebbe scritto in Anime salve. Ogni incontro con Fabrizio riservava una sorpresa e accanto a lui s’imparava di tutto: l’etimologia delle parole, come si prepara un’orata, la differenza tra il barocco e il barocchetto, la poesia di Leopardi. Avendolo conosciuto in occasione dei suoi primi concerti ho avuto poi la fortuna di assistere a qualche data di ogni suo tour.

VITA DA CAMPER. Nel 1982 la fortuna fu accentuata dalla possibilità di stare con lui sul camper. Era l’anno d’esordio del figlio Cristiano con il gruppo dei Tempi duri; quattro ragazzi che viaggiavano su un altro camper. Una sera Dori Ghezzi aveva acquistato due polli e, dopo il concerto allo stadio dei Pini di Viareggio, ci fermammo per mangiare in una piazzuola vicino a Grosseto. Uno dei due polli era stato donato da Dori a Cristiano e questo suscitò le proteste di Fabrizio. A quel punto Dori si meravigliò: “Ma come, proprio tu che qualche giorno fa hai regalato un milione di lire ora ti lamenti per un pollo”? Faber non ci pensò due volte: “Di un milione a mezzanotte sull’autostrada non so che farmene, il pollo ce lo saremmo mangiato! Un episodio che mi ha ricordato una sua canzone quando il suonatore Jones chiede al commerciante di liquore: “Tu che lo vendi, cosa ti compri di migliore”?

GLI INDIPENDENTISTI SARDI. I ricordi sono tanti ed emergono senza un riferimento preciso. Ad esempio, quella mattinata del maggio 1982 quando andammo a Nuoro alla prima riunione di una ventina di movimenti indipendentisti. Io avevo conosciuto Gianfranco Pintore e Pinuccio Sciola che pubblicavano un giornale bilingue Sa Sardigna per il quale avevo scritto (in italiano) qualche articolo. Nella biblioteca Satta quella mattina ci furono una serie di interventi piuttosto confusi: io non capii niente, Fabrizio capì tutto. “Da anarchico non posso che essere favorevole alla nascita di un movimento libertario”, mi disse, “la Sardegna col suo territorio, la sua lingua è una nazione. Ma è chiaro che i fatti che faranno le persone che erano con noi alla riunione vanno verificati”. Fu la prima e ultima volta, la verifica non fu positva

LE TRUPPE IN LIBANO. Eravamo insieme anche quando Fabrizio lesse la notizia dell’ingresso delle truppe del generale Sharon in Libano: “E’ come se avessero bruciato mia madre”, commentò ricordando che il Libano era stata la culla della civiltà mediterranea; un paio d’anni dopo avrebbe messo in poesia quella tragedia con la canzone Sidun, dove immagina un arabo che stringe tra le braccia i resti di un bambino ucciso dai cingoli di un carrarmato, “grumo di sangue, orecchi e denti di latte” a simboleggiare la fine di un’intera civiltà. Un’altra volta gli spedii un giornaletto ciclostilato. Lo avevano redatto i giovani detenuti del carcere di Is Arenas. Ne fu colpito e volle andare a trovarli, ovviamente col patto di non dire niente ai giornali: questi atti, così come la beneficenza che faceva sempre, non dovevano essere pubblicizzati, chi lo avesse fatto sarebbe incorso nelle sue ire. Del resto, molti anni prima aveva obbligato al silenzio i pochi che sapevano di Preghiera in gennaio, scritta di getto per Tenco la notte in cui Luigi si suicidò. Per l’incontro di Is Arenas volle premunirsi: oltre a non pubblicizzare l’evento si assicurò che nessuno gli avrebbe chiesto di suonare. Ma dopo una raffica di domande a cui diede risposte senza sottrarsi, un ragazzo tirò fuori una chitarra e Fabrizio che era un uomo buono capì che avrebbe potuto fare a quei giovani il regalo della vita: accordò lo strumento e cantò cinque canzoni.

Tra l’Agnata e Portobello di Gallura sono nati tutti i dischi dall’Indiano in poi. In una sera senza luna prese un quaderno mentre stava cenando e iniziò a scrivere: Vanno/ vengono/ ogni tanto si fermano, poi si voltò e chiese a Filippo Mariotti cosa fossero per lui le nuvole. Filippo, il fratello “senza peccato”, cercò di schivare la domanda: “Fabrì, che ne so, io ho la quinta elementare”. E Fabrizio: “Pensaci, e domani me lo dici”. Scavando nella memoria vado a Pietra Ligure per l’esordio del tour di Creuza de ma. Faber ogni tanto aveva dubbi su qualche pezzo e nel 1984 si era fissato di non eseguire al meglio Sinan Capudan Pascià. Io mi trovavo sotto la scaletta che portava al palco e lui, mentre il gruppo era impegnato in una parte strumentale, si rivolse a me chiedendo: “Non la sto cantando bene”? Per anni mi sono chiesto perché dovesse fare a me una simile domanda. La risposta me l’ha data Dori Ghezzi: “Non l’hai capito? Lo faceva per aumentare la tua autostima”.

Sempre in quel periodo mi dovevo sottoporre a un intervento banale, una tonsillectomia, e lui voleva sapere tutto. Quando ci salutammo mi disse: “Fammi sapere il giorno in cui ti operano. Sarò in tour e non posso chiamarti, (allora non esistevano i telefonini), ma ti penserò e sai che un pensiero è importante”!

Questo era Fabrizio De André, capitato come la grandine.