La storia recente dell’istituzione “Provincia” in Sardegna è costellata di vicende paradossali e paradigmatiche di una certa incapacità della politica a destreggiarsi fra le reali e primarie esigenze delle comunità e gli interessi di gruppi di azione e di potere che, pur rappresentando porzioni non maggioritarie del popolo sardo, hanno un notevole potere di persuasione sulle istituzioni politiche sarde.
Il progetto regionale di riforma degli enti locali in Sardegna, infatti, ha rappresentato tutto fuorché una soluzione al gravissimo problema prodotto dai famosi referendum abrogativi delle province. Questa valutazione incontrerà pure il rigetto dei difensori (sempre meno numerosi) dell’iniziativa, anche di quelli che parleranno senza aver mai letto un atto, un documento, una norma, secondo una prassi costante quando si parla di questi argomenti. Di fatto, anziché andare verso una soluzione del problema, lo si incancrenisce.
A più riprese, gli studiosi della costituzione e dello statuto sardo, avevano evidenziato come l’abrogazione di una norma non determini la rinascita della precedente e come non sia di competenza del consiglio regionale la definizione delle circoscrizioni amministrative provinciali. Detto in maniera più immediata, la regione non è competente a decidere i confini delle singole province e anche l’applicazione dell’esito referendario non poteva portare a una rinascita delle preesistenti province.
Dopo anni di roboanti dichiarazioni e di insensate fughe in avanti da parte di tanti faciloni che credevano che si possano sopprimere gli enti come facciamo con le pagine dei social network, ci siamo trovati di fronte ad un pasticcio istituzionale enorme, ancora non risolto, che sarà citato nei futuri testi di diritto costituzionale per dimostrare agli studenti come il mancato rispetto delle norme fondamentali di uno stato possa portare alla nascita di problemi legislativi di eccezionale portata.
Detto in parole povere, l’assenza delle province ha significato assenza di servizi nei territori e, quindi, di opportunità di crescita dell’economia e della società. E anche i voli pindarici di chi pensava di sostituire questi enti con surrogati istituzionali tipo le unioni dei comuni non sapeva, o fingeva di non sapere, che non è la stessa cosa: non si può mettere sullo stesso piano un’opera d’arte con la sua fotografia.
Insomma, anziché costruire un telaio istituzionale funzionale per tutte le realtà dell’Isola, si è dato il via ad un progetto di potenziamento ulteriore del polo cagliaritano e di miniaturizzazione istituzionale del resto della Sardegna.
Vediamo ora un po’ di cronistoria della vicenda. La nascita delle nuove province sarde parte da lontano e conosce un’accelerazione notevole alla fine degli anni ‘90 quando, grazie ad una forte mobilitazione popolare (specie nell’areale gallurese e del
Monte Acuto), si arriva (2001) all’approvazione della legge regionale istitutiva di nuove otto province: le quattro precedenti (Cagliari, Sassari, Nuore e Oristano) e le quattro di nuova costituzione (Olbia-Tempio, Medio Campidano, Carbonia Iglesias e Ogliastra).
Questo assetto, ripartitorio, nel 2012, viene sconvolto dal referendum del 2012, che vede la partecipazione al voto del 35,5% degli aventi diritto che, in misura del 96,94%, scelgono l’abolizione delle province sarde. Poiché la percentuale dei votanti è stata superiore al 33,3% degli aventi diritto al voto, il referendum ha avuto esito positivo e, conseguentemente, le province sarde vengono soppresse e, successivamente, si procede al commissariamento degli enti per giungere alla loro liquidazione e chiusura.
Nel 2016 il consiglio regionale vara una norma di riordino degli enti locali sardi. La stessa sopprime le province di Cagliari, di Carbonia-Iglesias, del Medio Campidano, di Olbia-Tempio e dell’Ogliastra. Al contempo, si generano la provincia del Sud Sardegna e restano in piedi quella di Sassari (che ingloba l’ex provincia di Olbia-Tempio), quella di Nuoro (che riprende l’Ogliastra) e quella di Oristano. Nascono la città metropolitana di Cagliari e l’area città metropolitana di Sassari. In sintesi, la riforma, sul piano operativo, per quanto attiene l’istituzione provinciale, detta nuove regole che, però, non vedono attuazione con grande malumore nel mondo delle autonomie locali. Scattano, così, nuove mobilitazioni territoriali, specie in quei territori che facevano parte delle nuove
unità provinciali e che si ritrovano all’interno dei limiti amministrativi delle vecchie province.
L’obbiettivo è quello di riportare in vita le province della riforma del 2001. Si giunge così al nuovo riassetto che ripristina le province da poco soppresse e trasforma la rete metropolitana di Sassari in città metropolitana. Il governo romano impugna la legge ma la corte costituzionale rigetta il ricorso e rende operativa la legge di riforma. Le province, nel frattempo, continuano ad essere commissariate.
Con la legge regionale 12 aprile 2021, n. 7, si approva un nuovo assetto degli enti di area vasta. La norma istituisce la città metropolitana di Sassari, amplia la circoscrizione territoriale della città metropolitana di Cagliari, istituisce le Province del Nord-Est Sardegna, dell’Ogliastra, del Sulcis Iglesiente e del Medio Campidano; modifica la circoscrizione territoriale della Provincia di Nuoro e sopprime le Province di Sassari e del Sud Sardegna. Non viene modificata la circoscrizione territoriale della provincia di Oristano. La riforma, sul piano legislativo, è stata portata a termine sul piano normativo, ma manca la sua pratica attuazione.
A fronte di questa vicenda, si registra, sul tema, una notevole varietà di posizioni che vanno da quella contraria in maniera assoluta a questi enti a quella di chi, per contro, li ritiene necessari. A tal proposito, è da ritenersi che non sarebbe male operare un
approfondimento sul tema, atteso che le riforme di questa natura non sono mai neutre in termini di ritorni socio-economici e culturali sui territori che le subiscono. Ovvero, al di là delle questioni meramente tecnico-giuridiche circa la regolarità delle procedure, probabilmente vale la pena di ragionare sulla convenienza per le diverse comunità sarde di disporre di una nuova articolazione istituzionale in Sardegna.
Possiamo partire, a tal fine, da una domanda semplice: che ruolo ha, per la legge, l’istituzione provinciale? Con la riforma del titolo V° della costituzione, le province sono passate da “enti a competenze definite” a enti a “competenze generaliste”, ovvero autorizzati a rappresentare, in tutto e per tutto, le rispettive comunità. Ciò ha significato, anzitutto, un rinforzo notevole del ruolo politico di rappresentanza di territori e comunità; con l’attribuzione, all’istituzione provinciale, di ruoli attivi in tutte le vicende riguardanti ogni aspetto socio economico e territoriale delle comunità amministrate.
Ma la provincia ha anche ruoli “specifici” che riguardano aspetti fondamentali della gestione della cosa pubblica. Tanto per fare un esempio, il Testo Unico delle leggi sull’ambiente è tarato proprio sull’istituzione provinciale e l’assenza della provincia, dal ventaglio delle istituzioni costituzionalmente riconosciute, determinerebbe un problema immenso costituito dalla riassegnazione ad altri (regione e comuni) delle competenze da gestire. E analogo ragionamento si potrebbe fare per la rete viaria provinciale e per gli istituti scolastici di competenza provinciale (in
sintesi, tutta l’istruzione superiore).
E, ancora, pare doveroso evidenziare che il territorio provinciale costituisce uno spazio territoriale nel quale è possibile allestire modelli specifici di sviluppo socio-economico: la Sardegna non è uno spazio operativo minore e con i suoi 24 mila chilometri quadrati di superficie non manifesta totale omogeneità culturale e fisica. Va da sé che ogni spazio omogeneo abbia convenienza ad avere, pur nel quadro generale dei programmi regionali, declinazioni specifiche nei momenti della pianificazione di dettaglio di questi programmi. E cosa c’è di meglio di un’istituzione che si trova a metà strada tra la cellula comunale e e l’insieme territoriale della regione? Non possiamo immaginare che si possa cristallizzare una sorta di centralismo regionale, perché questo, che in parte esiste, non farebbe altro che spopolare le aree interne della Sardegna.
Infine, pare doveroso evidenziare che, ad oggi, per l’elezione del presidente e del consiglio provinciale, la norma statale prevede l’elezione di secondo grado. La legge, con quella che volgarmente chiamiamo “furbata”, ha tolto il potere al cittadino elettore di eleggere le cariche provinciali e lo ha messo nella mani di sindaci e consiglieri comunali. In sostanza, in barba al principio democratico della delega elettorale, il cittadino-elettore viene espropriato del diritto di scegliere da chi farsi amministrare. A tal proposito va detto che risulta forte la spinta a restituire ai cittadini sardi il potere di decidere da chi farsi amministrare in provincia: da diverse parti politiche del consiglio regionale, diversi sono stati gli interventi in tal senso e, pertanto, è auspicabile che, senza tentennamenti e senza false omissioni, la regione provveda a risolvere il problema restituendo ai sardi il potere di scelta dei presidenti e dei consiglieri provinciali.
A questo punto, non resta che scuotere la regione autonoma della Sardegna a chiudere il percorso ed a restituire ai sardi le loro province, secondo le disposizioni legislative approvate.
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La Provincia, ente “generalista” con poteri e funzioni importanti. Presidente e consiglieri siano eletti dai sardi
Con la riforma del titolo V° della costituzione, le province sono passate da “enti a competenze definite” a organismi autorizzati a rappresentare in tutto e per tutto le comunità di riferimento. Dai “pasticci” del passato si arrivi a dare ai cittadini la possibilità di scegliere chi li dovrà amministrare
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La vecchia provincia Olbia-Tempio si chiamerà Nord Est Sardegna
