(Chi meglio di Gibi Puggioni poteva firmare il ricordo di un “grande”, nel panorama del giornalismo sardo, come Pino Careddu? Ci siamo rivolti a lui, storico braccio destro del fondatore e direttore di Sassari Sera, e il pregevole ritratto che ne viene fuori è quello di un uomo intelligente, ironico, pungente, coraggioso nelle denunce, geniale nella titolazione, un giornalista di razza di cui si avverte ancora la mancanza. Grazie Gibi)
La redazione di Sassari Sera era al quarto piano di un vecchio palazzo signorile che affaccia su Piazza Azuni. Nella sala c’era un tavolo da ping pong ma io e Pino non ci abbiamo mai giocato una partita. In compenso su quel tavolo abbiamo impaginato tantissimi numeri del battagliero periodico di cui il mio maestro era fondatore e direttore. Per ogni pezzo ricevuto, Pino Careddu aveva già pronto il titolo. Lo scriveva di getto, magari annotandolo nel retro del dattiloscritto per non dimenticarlo.
Chi fa questo mestiere sa che titolare un pezzo è un’arte. Chi sfoglia un giornale capisce dall’efficacia dei titoli la qualità di chi ci lavora. I suoi erano fulminanti, di straordinaria efficacia, sei-sette parole per dire tutto stando ben attento a non incorrere nei refusi.
Il mio percorso di apprendista giornalista al fianco di un giornalista di razza come Pino è stato un continuo apprendere. Un esempio, oggi purtroppo di grande attualità: scongiurare il rischio di un refuso soprattutto nei titoli. Un giorno mi mise alla prova durante l’impaginazione del giornale. Dovevo leggere e, eventualmente, correggere. Andava tutto bene quando Pino mi ha bloccato. “Rileggi”. Obbedisco e trovo l’errore. Devo essere arrossito, allora mi succedeva perché ero molto timido oltre che molto giovane. Ma lui mi tranquillizzò: “C’è una regola che non dovrai mai dimenticare quando passi alla correzione delle pagine. I titoli si leggono sillabandoli, dividendo cioè le parole in sillabe. Questo ti consentirà di dedicare la tua attenzione alle pagine in modo efficace e sicuro”. Lezione appresa, applicata e coltivata, con l’incazzo di qualche collega da me colto in castagna.
Avevo nei confronti di Signor Careddu (così lo chiamavo finché non mi intimò di dargli del “tu”) un atteggiamento di profondo rispetto e ammirazione. Mi chiedevo come facesse a scrivere certe cose, come riuscisse a scoprire e denunciare casi di una gravità inaudita, a mettere sotto accusa personaggi fino ad allora intoccabili, rispettati da tutti e degni invece, in qualche caso, di finire in galera per la loro disonestà. Propongo solo alcuni titoli “spericolati: La Criminalpol arma i delinquenti e organizza i sequestri. Una madre accusa: La polizia ha ucciso mio figlio. Il lager di Solanas e “il padrone dei pazzi. L’Eni inquinerà il Tirso e distruggerà l’agricoltura. Mi fermo qui.
Una volta mi disse: “ Ricorda, devi rispettare tutti ma da tutti devi pretendere il massimo rispetto per la tua persona e il lavoro che svolgi”. E’ diventata la massima che ha guidato costantemente la mia attività professionale. L’arco di tempo che sono stato nella redazione di Sassari Sera, 1969-1978) ha coinciso con la parte finale del dominio dei petrolieri sulla stampa sarda. Nuova e Unione avevano padroni scomodi e in grado di condizionare pesantemente l’informazione. In quegli anni Sassari Sera ha combattuto battaglie storiche grazie alla sua libertà e al coraggio del suo direttore contro chi guidava i palazzi del potere politico e economico, cioè le banche e i partiti. Eppure qualcuno non ha resistito alla voglia di etichettare Sassari Sera come un giornale qualunquista. Lo fece anche Ichnusa, rivista di cui Pino era stato collaboratore.
La risposta la firmò lo stesso direttore con una pagina dal titolo Da che parte sta Sassari Sera di cui pubblico alcuni passaggi: “Se si può chiamare qualunquismo la diffidenza verso una certa parte politica che, se si è abilmente mimetizzata, è pur sempre quella di ieri. Lo siamo di certo, se è qualunquismo la delusione profonda verso le promesse mancate, per una Costituzione inattuata, per un Piano di Rinascita previsto da una legge costituzionale ed ancora là, sulla carta”. E poi ancora: “Come per il passato continueremo a denunciare gli scandali, le connivenze e i compromessi, i fatti che si vogliono tacere o coprire. E come per il passato, attraverso questo, continueremo a far sì che il giornale mostri e indichi una strada, unendo quelle forze che vogliono maturare questa convinzione, nell’opinione comune che molto può essere fatto per la Sardegna, e che in questo fare c’è posto per tutte le forze che vogliano fare”.
Nel 1978 ho concluso la mia collaborazione nella redazione di Sassari Sera per motivi di lavoro. Ma il rapporto con Pino e il giornale non si è mai interrotto. Dal 2000 in poi Pino ebbe gravi problemi di salute. Subì un intervento chirurgico per un tumore da cui però si riprese abbastanza bene. Fino al 2008 quando tornò al Policlinico Sassarese per un banale intervento plastico all’addome. Lo andavo a trovare tutti i giorni favorito dalla vicinanza alla redazione di Videolina, all’epoca in Viale Italia. La stanza d’ospedale si era trasformata in una mini redazione dove Pino continuava a lavorare. Mancavano alcune pagine per stampare il nuovo numero e lui non vedeva l’ora di tornare a casa. Arrivato il via libera per l’uscita, era un venerdì, chiese se potesse andar via lunedì per evitare di stare solo a casa nel fine settimana. La domenica una telefonata dell’amministratore dell’ospedale mi annunciò la sua morte. Era il 7 gennaio del 2008. Con Gavino Sanna decidemmo di chiudere il numero che era in tipografia con il materiale avanzato e una prima pagina su cui Gavino disegnò la più sofferta delle sue caricatura e un semplice, doloroso saluto: Addio Pino.
Potrei concludere con un altro ricordo del mio maestro, ma preferisco lasciare lo spazio a Gianni Filippini, direttore storico dell’Unione Sarda, che è poi l’ultima parte dell’affettuoso ricordo da lui scritto su Buongiorno Eccellenza, ancora a piede libero? “Nel mondo dell’informazione isolana – qualunque opinione si nutrisse e si nutra nei confronti di Pino Careddu e della sua attività giornalistica – si è aperto comunque un vuoto. E di questo anche democraticamente mi dolgo pensando all’amico scomparso”.

