In questo anno di elezioni sono arrivate alla ribalta nuove fiction, grandi registi e nuovi attori da far invidia ai colonnelli della commedia italiana degli anni Sessanta. I maggiori produttori, però, non sono le piattaforme, la Rai, Netflix, Amazon ma i partiti politici. I titoli potrebbero essere “Io tra di voi” oppure “Chiamatemi Mimì” sino al colossal: “Quel ponte sullo Stretto che non fermerà il vento del Nord”.
Povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere/di gente infame, che non sa cos’è il pudore/si credono potenti e gli va bene quello che fanno/e tutto gli appartiene.
Così cantava Battiato e nulla è cambiato in quest’anno di bella democrazia dove quattro persone decidono chi dev’essere eletto a rappresentarci. Abbiamo visto le regionali e, fatto strano, non si è parlato di Sardegna, di Abruzzo e Basilicata ma di beghe nazionali; ora, dopo le Europee, ma chi se ne frega dell’europarlamento, spazio ai duelli interni. L’avversaria della Meloni non è la Schlein ma Salvini; e il nemico della Schlein non è la destra ma Conte. Vai con la fiction, manca solo il fischio dei film di Sergio Leone ed Ennio Morricone. (Chissà se il ministro Santanché li ha visti o al western preferisce i classici sempre verdi come il Gattopardo di tal Lucchini).
Da sempre in Italia le elezioni europee sono state vissute come “minori” tanto che le liste, a parte i leader in campo in tutte le circoscrizioni per misurare il proprio consenso come se fosse un sondaggio di Pagnoncelli _ altra anomalia del Bel Paese – sono sempre state inzeppate di politici rimasti fuori da tutto, bocciati alle elezioni precedenti, impresentabili; un modo per ricompensare i trombati con un ottimo stipendio che nel giro di un lustro consentirà loro di comprare un bell’attico o una barca. Il gioco funziona così: tutti in lista a chiedere un voto per essere eletti sapendo che poi non andranno a Strasburgo e cederanno il passo al primo degli esclusi.
Ma la novità di queste produzioni cinematografiche sta nella personalizzazione. È vero, direte voi, che dopo la fine dei partiti per mano dei giudici, sono spariti i vecchi simboli per lasciare posto al nome di un presunto leader ed inutile ricordare che il primo fu Silvio Berlusconi. Ma ora il partito personale ha avuto un’ulteriore spinta con l’iperpersonalizzazione data dalla premier: “Chiamatemi Giorgia, sono una di voi”. Si va alla ricerca diretta del cittadino, oltrepassando i giornali e i giornalisti che una volta erano pagati per fare domande e chiarire le idee della gente. Ora basta investire nella macchina dei social.
Saltato il filtro della stampa, al politico resta solo un ostacolo: limitare il potere dei propri gruppi dirigenti. Il risultato è che un tempo i segretari dei partiti avevano il compito di indicare agli elettori un traguardo da raggiungere, cosa che comportava anche dei sacrifici; ora, una volta destrutturata la forma, il leader non ha bisogno di entrare nelle case degli italiani, magari attraverso la Tv, gli basta andare al bar virtuale: “Hai problemi di cecità? Faremo gli occhiali per te”! È una messa in scena, al bar si va per passare il tempo tra caffè, vino e una partita a boccette. Il nuovo rapporto tra elettore e leader è costruito sull’immagine: i famigerati influencer sono passati dalla scarpa argentata alla politica ma è sempre una truffa. Chiamatemi per nome, sono l’amico della porta accanto e, se mi guardate bene, potrei essere anche il tuo fidanzato. Che poi ho il sospetto che questa possa essere una tattica sicuramente efficace a destra, molto meno a sinistra… È in atto la trasformazione da uomini e donne di partito a leader-celebrità che inizialmente dovevano essere più simili alle star e ora sono uno di noi. Eppure, mentre cambia l’ordine mondiale e il posizionamento delle grandi nazioni, il parlamento europeo dovrebbe diventare centrale e non essere considerato un set per sceneggiati televisivi. Per quello basterebbe un Amadeus che peraltro non si fa chiamare per nome.

