Quel giorno d’agosto di… qualche anno fa non ero esattamente di buonumore. La notte precedente avevo dormito poco o nulla: nel mio comodino – qualora me lo dimenticassi – una cartolina gialla faceva bella mostra di sé per farmi presente che lo Stato mi chiamava e io – come Garibaldi – dovevo rispondere senza nessuna voglia Obbedisco. Pacifista per convinzione e formazione, dovevo partire per imparare a imbracciare un fucile, sparare. Dovevo lanciare una o chissà quante bombe, ero obbligato a riconoscere i gradi dei sottufficiali e non confonderli con quelli degli ufficiali, a saper fare il saluto, a mettermi sugli “attenti”, a pronunciare il fatidico signorsì anche la quando la coscienza (e la logica) ti suggerivano un sonoro signorno.

Destinazione Trapani, Sicilia occidentale, dove la temperatura superava i quaranta gradi (molti mesi dopo seppi che la mia prima destinazione era Bolzano, a correre con la banda dei bersaglieri: pericolo scampato) e la città non aveva ancora superato lo shock di un’alluvione disastrosa, la cui conseguenza diretta era che mancava l’acqua da giorni, tutti i giorni. Di mattina, ero a Bados, reduce, come dicevo, da una notte insonne, impegnato com’ero a contare le pecore e i miliardi di granelli di sabbia che formavano la spiaggia a noi cara, dove avevamo casa. La mia fidanzata mi accompagnò all’aeroporto; la feci sostare un attimo, prima che superassimo la collinetta che poi avrebbe fatto scomparire la spiaggia (e Tavolara, la principessa degli olbiesi) dalla vista. Ero convinto che quella fosse l’ultima volta che la vita mi concedesse il privilegio di provare emozioni per il colore del mare, il profumo dei fiori, l’armonia cromatica delle villette popolate in gran parte da olbiesi, ma anche da numerosi calangianesi del ceto medio che, contrariamente a quanto hanno sempre fatto i tempiesi (storicamente molto affezionati, per ragioni che in questo contesto non è opportuno spiegare) a zone come Isola Rossa, Costa Paradiso, Badesi, persino Santa Teresa) avevano scelto la costa vicina a Olbia per costruire la loro seconda casa. Una piccola lacrima m’inondò il viso e la mia preoccupazione fu quella di nascondere quel segnale di forte emozione.

Insomma, l’aeroporto era pronto ad accogliermi e l’Olbia-Roma durò un attimo. Il Roma-Trapani (aeroporto di Birgi) invece non volevo che finisse: mi augurai, in un momento di delirio del quale mi pentii in un nanosecondo, che qualche terrorista annoiato decidesse di dirottare l’aereo in chissà quale Paese (tra me e me pensavo: così a Trapani non ci arrivo in tempo, ma nessun tribunale mi potrà accusare di diserzione per evidenti cause di forza maggiore; mi vedevo già, inquadrato da una telecamera del Tg della Rai, e intervistato da un giornalista un po’ imbranato che mi faceva una banalissima domanda (in olbiese, pensai: no si fidi ischelveddadu, non si era scervellato): “Cos’ha provato in quel momento, quando ha capito che il dirottamento era il frutto di un’azione terroristica?”. Mentre dormicchiavo, stavo frugando nella mente un po’ sconquassata, quando una gentilissima hostess che sembrava Alida Chelli (la bellissima moglie di Walter Chiari) m’invitò a spegnere la mia amatissima Marlboro (allora in aereo era consentito fumare) e ad allacciare le cinture: Trapani era lì sotto, che non vedeva l’ora che io atterrassi. Taxi, prego: “Vado alla caserma Col di Lana”. “L’avevo capito”, mi fece il tassista. E ancora oggi mi chiedo come avesse fatto a capirlo: indossavo una Lacoste blu, un paio di jeans, scarpe normalissime così come normale (né lungo né corto) era il taglio dei capelli.

“Buonasera”. Mi schedarono in un nano secondo. Snocciolai le mie generalità. Come ti chiami? “Ditel” “Con l’accento sulla e?” “No, sulla i”. “È lo stesso”, sentenziò. “E allora perché me l’hai chiesto”. “Perché qui comando io, e tu non conti un…”. “E di nome? “Augusto”. “Ah, ma io ti chiamerò Orazio”. “E perché?” “Perché mi piace di più”. Avanti con questo dialogo allucinante. “Ah, sardo?”. “Sì, perché?” “Anche qui siamo in un’isola”. “Epperò, non me n’ero accorto: l’avevo scambiata per il Molise”. “Non fare lo spiritoso, stronzo”. “Scherzavo”. “Qui non si scherza: si marcia, si tengono i capelli corti, si lavano i cessi, si rispettano le gerarchie, e se sgarri ti puniscono”. Il caporale era di Enna, una delle città più brutte della Sicilia. Parlava a malapena l’italiano. (Qualche giorno dopo mi dissero che aveva in antipatia i sardi perché un nostro conterraneo, un annetto prima, gli aveva rifilato un manrovescio dopo essere stato ripetutamente provocato).

Comunque, mi prese le misure per consegnarmi una specie di salopette di tre taglie più grandi della mia. Ecco l’armamentario della notte con le istruzioni spicciole per fare il “cubo”, cioè per rifarmi il letto, e la vaga indicazione di dove si trovasse la camerata. Non ci volle molto ad accorgermi di quello che già sapevo: e cioè che l’80 per cento dei ragazzi avevano vent’anni; io, essendo partito dopo gli studi universitari, ne avevo cinque in più.

Io dormivo sotto. Lui, Andrea il panettiere napoletano, sopra. Nel fine settimana, non accadde nulla di significativo. Poi, un’altra notte insonne. Lo scugnizzo pronunciava il nome della sua bella – Concetta – con una velocità (misurata) di quattro volte al secondo. E ripeteva senza freni di amarla alla follia. Eppure, ogni sera, nelle sessanta successive, mi pregava di accompagnarlo in una specie di bordello all’aperto per “stare con Ivana, una dea”. Io andavo al bar, il tempo di una birretta, e rieccolo, felice come una Pasqua. “Guaglio’ – mi pregò più volte -, non dirlo a Concetta, m’arraccomanno”. (E come avrei potuto dirglielo se non l’avevo mai vista?).

Il tempo non passava mai, a Trapani. Vivere a 40 gradi senza acqua corrente era un’impresa da eroi. Dovevi lavarti con l’acqua Panna, raderti con la San Pellgrino, dalla doccia non veniva fuori neanche una gocciolina. A un’ora non precisata, si sentiva ululare una sirena: era il segnale dell’acqua disponibile nelle fontanelle per mezz’ora al massimo. Tu, qualsiasi cosa stessi facendo, eri autorizzato a smettere per correre verso quella fonte di sopravvivenza, dopo aver individuato quella più vicina.

(continua)