L’autore di Padre padrone, Gavino Ledda, dalla sua casa di Siligo ha sottoscritto l’appello perché La Nuova Sardegna conservi integralmente la propria storica autonomia. A cominciare dalla stampa, in settembre trasferita da Sassari in un centro vicino a Cagliari appartenente a una tipografia partecipata dal gruppo concorrente diretto Unione Sarda.
In una recente nota congiunta le due società editrici hanno dichiarato che le linee dei quotidiani resteranno separate, che gli accordi riguardano esclusivamente la stampa e che rimarranno distinte a Sassari e a Cagliari sedi legali e redazioni.
Cresce però il numero delle firme raccolte dal comitato nato per segnalare quella che per l’isola potrebbe rivelarsi un’emergenza democratica. Ne fanno parte intellettuali, giornalisti, tantissimi lettori, diversi politici come l’ex ministro Arturo Parisi che in passato ha avuto la delega per l’informazione in uno dei governi Prodi, ex assessori regionali, artisti, docenti, ex azionisti, amministratori, consiglieri comunali, attivisti di associazioni culturali e movimenti d’impegno civile. Questo gruppo, già lo scorso mese, ha inviato una petizione alle autorità regionali per segnalare i pericoli di un ritorno a un monopolio dei media in Sardegna come ai tempi della Sir e del petroliere Nino Rovelli.
Ecco l’elenco aggiornato dei sottoscrittori dell’appello.
Pier Giorgio Pinna, Silvano Costini, Arturo Parisi, Riccardo Monni,
Marino Bisso (rete #nobavaglio), Vincenzo Vita, Massimo Dadea, Gianni Cuperlo, Maria Berlinguer, Stefano Del Re, Paolo Catella, Piero Bua, Franca Filippini Dalprà, Filippo Peretti, Costantino Muscau, Gino Roncaglia, Valerio Varesi, Giuseppe Mura, Odoardo Rizzotti, Mariano Brianda, Maria Grazia Piras, Francesco Pipia, Paolo Desogus, Giuseppina Manca di Mores, Alessandra Longo, Roberto Vannini, Gianni Usai, Francesco Molinu, Mirella Grimaldi, Federico Francioni, Antonio Sanna, Alba Corona, Ottavio Olita, Piergianni Arlotti, Salvatore Mannironi, Maria Teresa Sarais De Murtas, Marco Landi, Nello Auzzas, Marcello Madau, Mario Argiolas, Roberto Morini, Giacomo Cossu Rocca, Giampiero Cocco, Pierluigi Piredda, Walter Porcedda, Laura Dettori, Chiaramaria Pinna, Stefano Mannironi, Rita Fiori, Franca Galletta, Francesco Pinna, Nunzia Schirru, Gianfranco Obinu, Salvatore Brianda, Sebastiano Chironi, Giancarlo Ghirra, Maria Usai, Antonio Ledá d’Ittiri, Paola Farina, Pier Paolo Gaias, Paolo Merlini, Stefano Poddighe, Paolo Valle, Federico Floris, Stefano Deliperi, Alessandra Costini, Wanda Corona, Francesco Deplano, Enrico Floris, Antonello Deidda, Alfredo Franchini, Franco Cillara, Cristina Fanelli, Michele Pinducciu, Daniela Costini, Alessandra Morelli, Marco Fiori, Luca Losito, Sonia Cau, Riccardo Colzi, Gianni Cabitta, Ignazio Chessa, Aldo Morelli, Roberto Cesaraccio, Valeria Floris, Anna Maria Masala, Marina Moncelsi, Salvatore Sanna, Nino Masala, Fabio Pillonca, Gianluca Mura, Giuseppe Tecleme, Maria Grazia Penco Sechi, Ignazia Corona, Donatella Sechi, Patrizia Chironi, Sandro Zara, Pierfranco Zanchetta, Giovanna Peru, Giovanni Rassu, Piero Muresu, Franco Canopoli, Annamaria Canneddu, Gianni Pandino, Giuseppe Pirino, Lucia Cau, Mauro Masala, Gianfranco Mascia, Manuela Spina, Massimo Battaglia, Sandra Sanna, Teresa Soro, Mario Carta, Annarita Bottaru, Ciano Sanna, Stefano Mannironi, Umberto Aime, Giuseppe Sechi, Salvatore Tordelli, Nanni Boi, Vannalisa Manca, Paolo Matteo Chessa, Lorenzo Murgia, Rosario Cecaro, Bettina Pitzurra, Antonio Fiori, Sandro Ruju, Alessandra Melis, Paola Contini, Mojmir Jezek, Beatrice Rosso, Tore Sanna, Gianfranco , Gabriela Garrucciu, Franca Puggioni Piga, Valentina Careddu, Angela Dessì, Rosa Maria Teresa Chessa, Michelino Arca, Antonio Luigi Pazzona, Gemma Frontera, Bruno Ghisu, Paolo Puddinu, Giuseppe Pirisi, Silvia Zidda, Franco Zazzu, Antonio Giorgio Pinna, Maria Paola Putzu, Elena Sanna, Teresa Pes, Roberto Casalini, Gabriella Sechi Elena Sanna, Salvatore Merella, Francesco Meloni, Anna Maria Mecucci, Nìcola Gaspa, Maria Vecciu, Giuseppe Losito, Marzia Rizzotti, Floriano Dessì, Maria Stefania Morittu, Giommaria Bellu, Tito Giuseppe Tola, Massimo Sechi (ex poligrafico), Anna Porcu, Angela Dessì, Rosa Maria Chessa, Michelino Arca, Gabriella Sechi Elena Sanna Marisa Pittalis (Mondo X – Movimento per la pace), Aurelio Bagella, Marina Maruzzi (continua).
IL RITRATTO
Gavino Ledda, l’Omero di Sardegna, l’uomo delle sfide senza tempo
(Pier Giorgio Pinna, ex caporedattore della Nuova Sardegna, ci regala un ritratto dello scrittore).
Tutti siamo stati bambini, ma adesso che ne sappiamo? E che cos’è la Ybris, la ribellione agli dei e all’ordine costituito? In oltre mezzo secolo di solitudine sotto le luci dei media quest’eterno pastorello ultra ottantenne è stato definito in mille modi. Scrittore scandalo. Nuovo Prometeo. Narratore nuragico. Parricida da tutelare. Analfabeta professore. Mungitore glottologo. Poeta che con le unghie incide versi sulle pareti delle caverne.
Ossimori. Punti di vista contrapposti. Antitesi. Flash. Zoomate da mondi distanti e vicini tra loro intrecciati strettamente, in una spirale di emozioni, sentimenti, visioni. Ma c’è un’immagine che più di altre inquadra Gavino Ledda: “padre di se stesso e figlio di se stesso”. Immagine espressa per ciascuno di noi, in tempi lontani, da Salvatore Satta: ed è proprio questa la definizione che meglio s’attaglia all’origine dell’attività dell’Omero di Sardegna, come a lui, senza mezze misure, piace autoproclamarsi. E magari autocitarsi. Sino a prendere sempre posizione contro verità di plastica e realtà scomode. Soprattutto: quel “padre di se stesso e figlio di se stesso” rimarca sa madrighe, la matrice: linfa primordiale prima del bambino-allevatore e ora dello scrittore maturo.
Sì: gaìnu, gavinè, gavino. Nato a Siligo, 30 km a sud di Sassari. Da Mintòi, Maria Antonietta Fois, e Abramo. Vissuti entrambi sino a 99 anni e morti a breve distanza l’uno dall’altra. Moglie e patriarca. Madre e padrone. Simboli: tutt’e due. Emblemi. Di civiltà perdute ma alla fine ritrovate. E ricucite con trame larghe proprio da Ledda nel cuore dell’antica Ichnusa grazie alla sua vicenda letteraria e umana fatta di contesti remoti e attuali insieme: intelaiature e tessuti, ricami e orditi chiamati a ricomporsi in un “tuttiverso unico”. Spaccati ancestrali che non vietano osservazioni sulla società contemporanea. Anzi: sono altrettanti spunti per andare al di là del quotidiano, per divulgare opportunità e occasioni alternative nella modernità.
Può sembrare a prima vista un paradosso, ma un domani per capire sotto traccia le opere di Ledda ci si dovrà interrogare sul rapporto che l’ha legato alle donne, e a quella madre fuori dal comune, più che riflettere ancora sulle tempestose relazioni col padre: «Quando sulla soglia del secolo di vita, nel 2007, la mia dolcissima Mintòi se n’è andata per sempre, lei non ha sofferto perché si è spenta lentamente: prima accudita da mia sorella Vittoria a Bonnanaro, poi dall’altra mia sorella Domenica e da tutti gli altri familiari in paese. All’inizio del Duemila, in sardo, m’aveva chiesto: “Ma quand’è che lo finisci il nuovo libro?”. Sapeva del poema che scrivo da tanto, Padre padròrre, la versione nella mia limba di “Padre padrone”. Purtroppo non ce l’ho fatta a farglielo vedere». Una pausa, poi Gavino riprende: «Mintòi si era sposata con Abramo a 23 anni dopo aver fatto la contadina sin da ragazza con la famiglia. Io sono nato pochi mesi dopo le nozze, nel dicembre 1938, primo di sei fratelli. E lei ha sempre avuto la virtù materna di afferrare le mie intenzioni, d’intuire le mie scelte. Il 5 dicembre 1969 venne per la mia laurea alla Sapienza con mia sorella Elisa, che allora faceva l’infermiera a Roma: fu pure intervistata da Italo Moretti, per Radio1-Rai. Sì, lei l’aveva capito subito che sarei andato sino in fondo. Anche quando non gliene parlavo. Non a caso il momento più brutto per me è stato quando lontano dal paese, a sei anni, mi sono trovato come un agnello all’improvviso allontanato dalla mamma. E allora, da solo in su cuìle, nel nuovo ovile, ho trovato un’altra madre: una volta era l’acqua, un’altra l’aria, un’altra le piante. È stata l’invenzione di una madre sostitutiva a farmi capire che sarei potuto diventare scrittore. Così come più tardi ho compreso meglio i rapporti tra lei e mio padre. Abramo era un vulcano. Mintòi accondiscendente, in apparenza: ma cercava in ogni situazione di salvare l’unione familiare e in effetti trovava sempre la maniera di fare a modo suo».
Da “Padre padrone” deriverà un successo travolgente che consentirà all’autore di comprare la casa a Siligo davanti a quella dei genitori. Gli darà la possibilità di sposarsi, tentare invano di avere discendenti, per poi separarsi e vivere in solitudine. Dalle speranze giovanili sino alla volontà di vedere un mondo migliore. Con la consapevolezza di potere e volere disubbidire a un insieme di “autorità” gerarchicamente indicate come “superiori” a livello sociale. Consapevolezza accompagnata dall’urgenza di mostrare quando era il momento di dire sì e quello di dire no. Sebbene Gavino sia il primo a capire che il no può a volte trasformarsi in un sì forte, incisivo, irremovibile: se si tratta di seguire la via scelta. Come appunto è avvenuto nella sua vita: la metafora di un’èra che da pastore diventato professore universitario ha sempre raccontato come la parabola di un tempo vastissimo che va dall’homo erectus fino a oggi e che viene colmato da un individuo unico, lui. Tutto mentre Abramo lo guarda dall’alto. Senza nemmeno rivolgergli la parola, per anni. Tutto prima di un’intesa-non intesa tra padre e figlio che verso la parte conclusiva della vita li avrebbe portati a una sorta di reciproca comprensione. Tutto mentre l’intero paese prendeva atto che non era stato Abramo a segnare il destino di Gavino, ma viceversa Gavino a segnare quello di Abramo: “padre di se stesso e figlio di se stesso”. Da analfabeta nell’ovile alla cattedra universitaria.
È il 7 gennaio 1944. Siligo è un paese di allevatori, all’epoca con 1.500 abitanti, un terzo più di oggi. Con i soldati tedeschi appena andati via dalla Sardegna e la guerra che continua altrove, l’esistenza di tutti nel Mejlogu riprende stentatamente. Quel giorno d’inverno, dopo poche settimane di scuola, Gavinè, come lo chiamava la madre, viene strappato dai banchi della prima elementare e portato ad accudire le pecore. «È mio: ne ho bisogno in campagna», spiega il padre alla maestra. Analfabeta fino alla partenza per la leva, il pastorello riuscirà ad affrancarsi proprio durante il servizio militare: è l’inizio di un percorso che lo porterà alla Maturità, conseguita nel liceo sassarese Azuni, e alla laurea in Lettere, allievo del linguista Tullio De Mauro e del filologo Aurelio Roncaglia. Nella primavera del 1975 Feltrinelli pubblica nella collana “Franchi narratori” quella sua autobiografia così particolare: exploit mondiale con milioni di copie vendute e traduzioni in 50 Paesi. Nel 1977 uscirà il film omonimo dei Taviani. Seguiranno «Lingua di falce» e «Aurum Tellus». Poi, regia e sceneggiatura del film Ybris prodotto dalla Rai, dove Gavino interpreta il duello con le divinità che l’ha portato alla narrativa. Da allora non sono mancate scommesse esistenziali: dall’abbandono del ruolo di ricercatore nell’ateneo di Sassari sino agli appelli perché siano salvati come museo teatro a cielo aperto i luoghi di Padre padrone. Compresi la sua abitazione, in paese sormontata da una testa di muflone in trachite rosa, la casa di famiglia a Siligo, l’orto botanico con tante specie vegetali, piante, arbusti. E i pascoli di Baddhevrùstana, o Valle frondosa. Un percorso che attraverso i media l’ha sempre visto esposto in primo piano. Lo stesso ricordato da Carlo Vulpio sul Corriere: «Con parola tagliente dice di non aver provato mai odio nei confronti di Abramo ma solo rabbia: perché da lui, sottolinea ancora, ho avuto molto e senza di lui non sarei stato quello che sono, non avrei pensato come penso». E come oggi, quasi novantenne, seziona la realtà continuando a denunciare pubblicamente soprusi e prevaricazioni.
Di analisi in analisi, di commento in commento. E da un’evoluzione culturale all’altra. Da anni Ledda prende lezioni di pittura e disegno, per un lungo periodo grazie all’artista sassarese Jacopo Scassellati. Poi ha imparato a suonare il pianoforte. Ne ha comprato persino uno, austero ma non a coda. E nella sua casa dì Siligo sempre un po’ in altomare tra arnesi, stoviglie, pentole e libri lo ha collocato in piena luce, vicino al caminetto salvato tanti anni fa dalla demolizione di uno storico palazzo, al piano terra dove troneggia la poltrona dalla quale guarda i telegiornali. Nel frattempo ha continuato la diffusione del suo pensiero tra i critici dopo la recitazione in Assandira: «L’universo continua a espandersi in tutte le direzioni, quindi la natura è pluridimensionale, secondo me onnidimensionale, totipatente: proprio per questo vado oltre Eraclito e cerco ancora la quarta dimensione». In definitiva, Gaìnu de sos aghes, Gavino dei nuraghi, seguita a muoversi fuori schema. Epperò, con una serie di punti fermi, irrinunciabili: «L’acqua resta la maestra. È composta di idrogeno e ossigeno: due atomi con carica positiva si uniscono a un atomo con due cariche negative. Ma l’ossigeno prima non c’era, c’era l’idrogeno e l’ossigeno no. Quindi l’idrogeno precede l’acqua di miliardi di anni. Ecco, allora: io sono colui che può cantarlo perché lo conosce bene».
Così all’attore e autore Sante Maurizi, che per il libro «Film del cuore» (Cuec) gli chiede dei suoi progetti personali nel cinema e ricorda come fino a oggi sia stato l’unico scrittore sardo con esperienze di regia, risponderà senza tentennamenti: «Ho sempre pensato di realizzare un film intitolato Sardena Nuraghe. Vorrei concepirlo come una storia della pietra nell’isola, non con basi fondate sull’archeologia, ma per raccontare cando su pane fi’ dulche, di quando il pane era dolce, al momento dell’arrivo degli uomini. M’immagino la prima ondata di protosardi che dal mare approdano in questa terra sconosciuta. Generazioni che hanno vissuto la pastorizia in modo omerico. Prometeicamente, io sono l’ultimo». Senza fare sconti, Ledda chiude con una personale certezza: «Dopo, ci siamo dovuti scontrare col “progresso senza sviluppo”, come diceva Pier Paolo Pasolini. E aveva ragione, certo. Però io, rispetto a lui, ho la fortuna di essere stato allattato dalla natura, di esserne un prolungamento. Per lui la natura era distante: anche quando scriveva poesie in friulano, si capiva che non c’era cresciuto. La sua è una nostalgia di ritorno. Io invece metto assieme cose che soltanto in apparenza possono sembrare lontane. Sono epico. Idrogeno.
“Figlio di se stesso e padre di se stesso”, alla fine ha dovuto nutrirsi di un miele amarissimo per più di mezzo secolo, per una vita intera. Ma gli è servito, quel miele. Per le sue muse. Per fare danzare la parola scritta. Per restituirci musiche dimenticate. Per vivere a testa alta con coraggio. Lontano da cortigiani e lacchè. Vicino a un lavoro che adesso lo conduce verso nuove sfide letterarie, vicinissimo a nuovi traguardi. Nonostante tutto, nonostante tutti. Al prezzo di continuare a giocare alla morra con il suo destino.
Pier Giorgio Pinna

