Innanzitutto, chiedo scusa, a chi avrà la pazienza di leggere questo articolo, se mi dilungherò un po’ e userò la prima persona singolare. Non lo faccio mai, ma oggi – dopo averci ben riflettuto per due giorni – scrivo per fatto personale. E parto dalla cronaca degli avvenimenti. Sabato scorso, sono arrivato al “Nespoli” per la consueta conferenza stampa pregara dell’allenatore, convocata per le 12,30, con qualche minuto di anticipo. La seduta di rifinitura era quasi ultimata: sul terreno di gioco alcuni calciatori come Ragatzu, Biancu, De Grazia e forse qualche altro erano impegnati a calciare le punizioni dalla distanza con l’handicap delle sagome in barriera. Ai bordi del tappeto erboso, il direttore tecnico Manuel Gonzalez e l’addetto stampa dell’Olbia Massimiliano Varrucciu, ma alla scena che sto per raccontare ha assistito anche il bravo collega Salvatore Cristofaro di Olbianova. Io mi trovavo al di qua della recinzione metallica, nel corridoio sotto le tribune, e non ho badato al tempo che scorreva (ormai le 12,30 erano passate da un pezzo) perché osservare calciatori talentuosi che danno del tu al pallone e sanno come calciare è sempre un piacere per chi ama il football in modo viscerale. A questo sommaci quel mix di curiosità e di gioia per (ri)vedere all’opera Daniele Ragatzu e Roberto Biancu, ed ecco che si spiega così il mio istinto (del tutto incontrollato, ovviamente) di voler utilizzare il mio cellulare per gustare da vicino – con l’utilizzo dello zoom che ingrandisce l’immagine – il modo di calciare di chi sa come trattare il pallone. A quel punto, l’allenatore dell’Olbia (che io immaginavo impegnatissimo a osservare i calci piazzati di alcuni dei suoi ragazzi) ha cominciato da lontano ad agitare il braccio in modo convulso e ripetuto nella mia direzione, ripetendo il gesto più volte che indicava platealmente un NO secco alle foto. La mia risposta è stata altrettanto secca: “Non sto fotografando, sto solo ingrandendo l’immagine”. E lui, tra lo stupore generale, continuava ad agitare il braccio, ripetendo il divieto di fare click. E io a ribadire che non stavo scattando nulla, come si sarebbe anche potuto controllare dal telefonino. Ebbene, finito il tira e molla, giustamente Varrucciu ci ha invitato tutti ad attendere in sala stampa l’arrivo del tecnico. Il quale, nonostante sia un maniaco della puntualità (di recente, ha cominciato il confronto con i giornalisti, nonostante la collega Ilenia Giagnoni dell’Unione Sarda avesse comunicato il suo imminente arrivo), si è seduto sulla poltrona poco prima delle 13. Siamo sicuri che qualcuno gli abbia fatto notare che, poco prima, aveva esagerato nella forma (ci sono modi e modi per rivolgersi alle persone) e nella sostanza. Ma naturalmente lui si è limitato a rispondere solo alle domande dei colleghi, ignorando il fatto piuttosto antipatico, che però diventa grave perché l’allenatore mi ha mancato di rispetto. Cerco di motivarlo.
- La seduta di rifinitura è un momento delicato, e spesso le squadre chiudono le porte per evitare che qualche “spia” fotografi o faccia dei filmati dell’allenamento, magari per farli avere all’avversario di turno. Osservo intanto che la seduta (quella con gli schemi di gioco e le ultime indicazioni) era finita e – ripeto – c’erano quattro giocatori che calciavano punizioni da fuori area.
- Figuriamoci, dunque, quali indicazioni avrebbe potuto trarre – in questo caso l’allenatore dell’Anzio, che io non ho il piacere di conoscere – se io avessi scattato veramente delle foto e gliele avessi fatte avere, in cambio di chissà cosa, come se fossi una “spia bulgara”, cioè un traditore dell’Olbia.
- Mi sono sentito offeso poi proprio da questo elemento: che un allenatore dell’Olbia possa solo pensare per un nanosecondo che un giornalista di Olbia, che ha seguito la “sua” squadra per quarant’anni (per passione e per lavoro) possa compiere gesti così meschini. Non lo tollero, e solo oggi – con l’Olbia che ha conquistato i tre punti e celebrato con gioia il ritorno a casa di due elementi preziosi – ho deciso di rendere nota questa mia riflessione, amara ma fondata.
L’allenatore dell’Olbia non sa, per esempio, che quando il gruppo Putzu-Selleri-Balata-Sotgiu-Rodio-Scugugia, poi rafforzato dai vari Riccardo Guadagni, Lelio Dau, Pietro Luciano, Umberto Ruggiu, rilevò la società dal compianto Elio Pintus (anni 80) io ero un giovane assessore allo Sport che fu incaricato di favorire il passaggio da Pintus (per lui trattava il compianto Giuseppe Bianco) alla nuova cordata fino al passaggio finale di proprietà. E di quella cordata – a titolo personale – nel mio piccolo ho fatto parte anch’io e ricordo bene – così come lo ricordano i tanti frequentatori dello storico Bar Meroni Sport, presenti al fatto – quando firmai un assegno personale di un milione di lire, diventando così una sorta di apripista per altri contributi ben più importanti del mio. Non sa, l’allenatore dell’Olbia, che frequentavo il “Nespoli” da bambino: mi ci portava mia madre (abbonata all’Olbia), olbiese doc, che ha continuato a sedersi sugli spalti del campo olbiese fino a 80 anni, cioè fino a quando le gambe gliel’hanno permesso. E sono sicuro che lei – da lassù – ogni domenica chiede “Cos’ha fatto la mia Olbia?”. Non sa, l’allenatore dell’Olbia, che, dopo una gavetta cominciata proprio nel settore sport, ho guidato per oltre 10 anni la redazione del quotidiano più diffuso nel territorio e anche in quel periodo ho voluto seguire la squadra, da inviato, in tutte le trasferte nella penisola, oltre che naturalmente nelle partite in casa. Non sa, l’allenatore dell’Olbia, a quante ricorrenze ho partecipato, centenario in primis. Non sa, l’allenatore dell’Olbia, che mi è capitato di seguire il Cagliari in serie A per due stagioni (e in serie B), tanta era la passione per questo sport. Tutto questo nell’arco di oltre trent’anni. Poi, pur con i capelli bianchi, ho continuato (per scelta e non per necessità) a scrivere dell’Olbia (Gazzetta dello Sport) e addirittura a continuare a farlo in questo mio blog che non ha né padroni né padrini e mi consente di scrivere quello che penso, in piena libertà, non solo di vicende sportive.
P.S. La notte scorsa pensavo a quanti allenatori ho conosciuto, e sono andato a memoria (probabilmente ne dimentico qualcuno). Eccoli, così alla rinfusa: “Palleddu” Degortes (carattere non facile, ma olbiese doc e grandissimo motivatore), Roberto Franzon, Renzo Uzzecchini, Mario Castellazzi, Luigi Bodi, Sergio Bagatti (amico di una vita), Oscar Brevi, Oberdan Biagioni, Guido Carboni, Franco Colomba, Lino De Patrillo, Feliciano Orazi, Angelo Domenghini (introverso come pochi, non era facilissimo dialogarci), Paolo Ferrario, Luigi Milan, Gennaro Rambone, Luciano Foschi, Damiano Morra (dopo gli anni da calciatore in maglia bianca), Valentino Persenda, Gigi Vallongo, Attilio Sorbi, Simone Tiribocchi, Piero Giagnoni, Salvatore Vullo (anche lui ex colonna portante dei bianchi, da calciatore), il mitico Bernardo Mereu, l’eccellente Michele Mignani, Ivo Pulga, Nedo Sonetti, Guido Mammi, Roberto Occhiuzzi, Leandro Greco, Massimiliano Canzi, Idilio Cei, Michele Filippi, Mariano Dessì, Oberdan Biagioni, Marco Amelia. Lucas Gatti, Rosario Pergolizzi, Marco Gaburro. A parte una discussione durata un paio di minuti con Guido Mammi, non ho memoria di rapporti che non fossero improntati al massimo della correttezza, dell’estrema cordialità e, in molti casi, di un’amicizia che dura ancora. Così come dura con un numero incredibile di calciatori che hanno indossato la gloriosa maglia bianca, e di dirigenti (predecessori della Swiss Pro e del finanziatore turco Murat Yiliz) che l’hanno resa celebre in tutta la Sardegna e in tutto il Paese, a costo di mille sacrifici.

