Ieri, nella folla oceanica che come sempre ha salutato San Simplicio, affollato le bancarelle e le rivendite di panini con salsiccia e cipolla (o col polpo), in attesa che domani si esibisca il cantautore italiano Fabrizio Moro, abbiamo sentito un nostro lettore mormorare: “Eh, se ci fosse stato Nino, zio Nino, il mitico Cannone, sicuramente avremmo ottenuto una risata in più e saremmo un po’ più ricchi”. Una? Ma anche mille, viste le straordinarie doti di comico naturale di questo personaggio unico. Un pezzo raro, andato via troppo presto. Uno di protagonisti di un’epoca storica irripetibile, quando la Costa Smeralda e Porto Rotondo (una delle sue mete preferite) avevano appena superato la stagione del rodaggio e si preparavano agli anni del “boom”.
Nino non era sposato. Si vantava di essere un eccezionale conquistatore di donne, molte delle quali – raccontava – cadevano ai suoi piedi, tanto era grande l’amore che sapeva generare, spesso a prima vista, nel gentil sesso. Non a caso, sottolineava spesso di essere “un play boy internazionale”, non un Casanova qualunque. I suoi amici più stretti, giusto per prenderlo in giro, con quel tocco di malizia tipico dei “vitelloni” di paese, segnalavano invece che Nino, di donne, ne avesse conosciuta solo una, tale Marinella di Cagliari, che presentava come sua fidanzata, ma ancora oggi si dibatte molto sulla veridicità e sulla durata del flirt. Una volta, al bar Nardino di Olbia, durante una delle tante serate di baldoria, un amico, Natale Giua, dopo aver sentito raccontare per l’ennesima volta da Nino i particolari di un presunto rodeo tra le lenzuola con un’avvenente top model che si era invaghita di lui a Porto Rotondo, lo interruppe così. “Sentite, compare Nino, per fare l’amore occorrono tre elementi: l’organo maschile, i soldi e il tempo. E a voi, compa’, solo il tempo vi è rimasto”. Nino rabbrividì, poi s’infuriò e lasciò il locale. La compagnia di amici rise per almeno due ore di fila: per la battuta salace e per la reazione del play boy ferito nell’onore. Forse qualcuno ride ancora oggi.

Nino Cannone non era esattamente un cliente primario delle banche. Per chi non lo avesse saputo, quel giorno raccontò che poco prima si era recato in un noto istituto di credito per controllare i suoi averi e, dopo aver visto il saldo, esclamò, in dialetto: “Era talmente rosso che, per leggerlo meglio, ho dovuto usare gli occhiali da saldatore”. Il severo direttore di banca, stanco di vedere che il suo conto fosse sempre caratterizzato dal segno meno, gli pose la fatidica domanda: “Scusi, signor Deiana, ma lei quando rientra?». Risposta, dopo un nanosecondo: “Dipende dai giorni. A volte alle 4 del mattino, a volte alle 5, o anche alle 6″.
Era un viveur, adorava la notte, più che il giorno. Lì, in quel territorio in cui (quasi) tutto è concesso, il suo estro era più compreso. Viveva dal mare. Raccoglieva quantità industriali di ricci, cozze, ostriche e tartufi, e portava quel bendiddio nelle ville di Porto Rotondo e della Costa Smeralda. Era uno specialista, nell’aprire con straordinaria velocità i frutti di mare: un industriale del vetro, Bormioli, lo chiamava sempre quando dava una festa nella sua casa di Porto Rotondo e lui, mostrava le sue celebrate doti di intrattenitore ironico, arguto e molto divertente.
Ci sapeva fare. Gli anni Sessanta erano un po’ quelli dell’eccesso e lui ci si trovava a meraviglia. Abitava in via Piccola, centro storico più vero. In omaggio alla Costa, aveva ribattezzato la sua casa “Cala di Volpe 2”, anche se aveva solo una stanza. Un sindaco, Mario Cocciu (anni 80), gli fece uno scherzo proprio nella sua proprietà nella quale aveva compiuto dei lavori di ristrutturazione interna. Il primo cittadino gli si presentò a casa con tanto di fascia tricolore e un codazzo di amici che volevano assistere a quella che sarebbe stata un’improvvisata e irresistibile commedia in salsa olbiese: “Mi faccia vedere i documenti con l’autorizzazione per i lavori” gli intimò Cocciu, dandogli del “lei”, senza usare il dialetto con cui i due solitamente dialogavano. Nino era imbarazzatissimo, e dopo avergli mostrato una carta della Asl, sentendosi dire che non “valeva nulla” e che c’era bisogno della licenza edilizia (l’attuale concessione), sbottò, questa volta in dialetto e ritornando al tu: “Ascù, Mario, ammentadillu: comente t’apo postu in cussu cadreone, ti che lampo a terra” (traduzione: Asco’, Mario, ricordati: come ti ho collocato in quella grande sedia-poltrona (voleva dire di avergli fatto ottenere centinaia di voti), ti sbatto a terra). Anche in questo caso, risate e gogo. Sempre in tema di elezioni (non si è mai saputo per quali partiti avesse votato) un’altra sua perla è una battuta fatta a un candidato, piuttosto insistente nel cercare di ottenere il suo consenso. “Insomma, zio Nino, ma tu allora per chi voti?” E lui: “Per Favuzzi”. Che è uno storico gommista di Olbia. E il candidato, stupìto: “E perché?”. Risposta: “Perché Favuzzi gonfia le gomme, tu invece mi stai gonfiando i c…”.
Ma secondo chi scrive, la battuta più geniale – tra le diecimila che hanno accompagnato i suoi settant’anni di vita – Nino la disse a un giovane pugile che le stava prendendo dal primo round, al punto che il suo volto era una maschera di sangue. Nell’intervallo della quinta ripresa, il giovane domandò a Nino: “Comente so andende?” (Come sto andando?). E lui “Masciu mè, si lu occhis, pareggias” (Se lo ammazzi, pareggi). Da Oscar.
Aveva anche aperto un negozio. E aveva studiato il modo di reclamizzarlo, con una politica di marketing fai da te. “Se vuoi una quaglia, vai da Nino mitraglia. Se vuoi un pavone, da Nino Cannone”. Gli affari non andarono magari benissimo, ma lo slogan fu un successone. Tifosissimo dell’Olbia, non mancava mai al campo Bruno Nespoli. Spesso con il cappello da cowboy, sempre con il foulard che gli impreziosiva il collo. Mitico il suo finto duello all’Ok Corral con Mario Majodda Degortes, durante la sfida calcistica tra Olbia e Latina. Amava il canto, imitava Al Bano, nel pezzo “Il Sole”, e un amico gli ha anche dedicato una canzone che fa da colonna sonora a un filmato nel quale Nino Cannone appare in molte delle sue tipiche espressioni. Era una persona di grande dignità, innamorato della sua città. Non mancava mai a una veglia, che fosse morto un ricco o un povero poco gli importava. Ai suoi funerali, a parte la gran folla che lo salutò con le lacrime agli occhi, suonò la banda musicale, un privilegio più unico che raro.


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