Per la prima puntata della nuova sezione chiamata “Curiosità“, proponiamo il racconto sentito oggi durante un’allegra chiacchierata tra vecchi amici che amano l’arguzia e il buonumore, elementi conditi dal gusto di raccontare, romanzandola un po’, una storiella inedita. Tutti elementi caratteristici di quella che molti chiamano olbiesità, senza saperla definire nel suo complesso.
Del protagonista del racconto, non faremo il nome per mille motivi. Diremo solo che molti anni fa emigròin una città del nord Italia in compagnia di alcuni amici partiti dalla città gallurese in cerca di fortuna. Gli affari, soprattutto all’inizio, non andarono benissimo. Vuoi per un ambiente totalmente diverso da quello di una cittadina (all’epoca, siamo negli anni 70, Olbia non era quella di oggi), vuoi per una naturale diffidenza nei confronti di chi arrivava da fuori con la pia (sic) intenzione di infrangere le regole del mercato nel settore del commercio e della prestazione di servizi. Il periodo iniziale era servito per una sorta di “rodaggio”, nell’attesa del business sognato e inseguito tante volte dopo un’infanzia di privazioni e rinunce. Il caso – ma non solo il caso – volle che qualcuno dell’allegra combriccola inciampasse in qualche piccola grana giudiziaria. Nulla di clamoroso, si badi bene, niente violenza: solo piccoli reati alimentati e ispirati dall’esigenza di sbarcare il lunario. Prima denuncia, quindi una seconda denuncia e una terza denuncia. Convocato in Pretura, al cospetto di un magistrato noto per la sua severità e soprattutto per la sua assoluta, congenita incapacità di sorridere, il Nostro rispose all’appello con il fatidico “presente”. Dalle generalità, il pretore si rese conto che negli ultimi tempi la frequentazione del palazzo di giustizia fosse troppo assidua. “Mi scusi, signor…., ma non si vergogna: nel giro di un mese è la terza volta che entra in quest’aula, sempre in veste di imputato”. La risposta fu fulminea: “Vergognarmi io? Piuttosto dovrebbe vergognarsi lei, signor giudice, che viene qui ogni giorno”. Assorto nelle carte processuali, il pretore alzò la testa, guardò negli occhi il ragazzo di Olbia e – nonostante gli sforzi sovrumani – non riuscì a trattenere la risata”. Morale della favola: il Nostro fu assolto.

