Tra la marea di aneddoti che tornano alla mente nel triste giorno del suo viaggio senza ritorno, quello che per primo viene in mente è la definizione affibbiata a Giovanni Canu: “l’uomo che nella sua vita non si è mai arrabbiato, non ha mai perso la calma”. E non la perderà nemmeno lassù, dove si è rifugiato per sempre, occupando un minuscolo scranno di un paradiso che l’ha accolto con un tripudio, porgendogli un mazzo di fiorellini bianchi e verdi, i colori delle sue squadre del cuore l’Olbia e il Tavolara, con le quali ha giocato, da centrocampista illuminato, dal lancio smarcante.

Se n’è andato nel giorno del suo novantesimo compleanno, in silenzio, senza disturbare. Così come era vissuto per tutta la vita, accanto alla sua adorata famiglia. Chi scrive, ha il cuore in gola perché non è per nulla facile sapere che quell’uomo, quell’autentico galantuomo, ha lavorato per 70 (sì. settanta) anni alla Nuova Sardegna, redazione di Olbia, la sua città, la “sua” Olbia. E pur, avendone i titoli, non è mai diventato giornalista pubblicista, per sua scelta. E non è facile ricordare che per alcuni decenni (ahinoi), Giovanni è stato un compagno di viaggio, un collega preziosissimo, leale, ironico al punto giusto, severo all’occorrenza, senza mai sollevare di un decibel il tono della voce.

Quando ho messo piede per la prima volta in redazione, me lo sono ritrovato subito all’ingresso, rannicchiato in una seggiola non proprio comodissima, mentre ticchettava sui martelletti di una “Olivetti lettera 22“, il suo strumento di battaglia, l’allungamento della sua coscienza, della sua cultura. In un nanosecondo, mi sono ricordato che all’esame di terza media ero stato interrogato proprio da lui. E, guardacaso, mi aveva chiesto quale fosse il significato della poesia Goal di Umberto Saba, nella quale venivano descritti gli stati d’animo, le frustrazioni, le angosce, il grido della folla di un portiere, ruolo delicatissimo in una squadra di calcio.

Sono stato (anche) il suo capo, ma mai ho sentito il mio esaminatore come un sottoposto al quale fornire indicazioni su un pezzo o consigli su un “attacco” di un pezzo o sull’uso di un aggettivo. Eravamo noi, tutti i suoi colleghi, a dover imparare da lui, dal suo buonsenso, dalla sua precisione certosina nel raccontare con grazia la storia del martirio di San Simplicio, il patrono di Olbia e della Gallura (imperdibili i resoconti della celeberrima Sagra delle Cozze in suo onore) che ogni anno, alla vigilia del 15 maggio, veniva arricchito con un episodio inedito, una “chicca” raccolta da Giovanni in chissà quale cassetto della sua memoria ferrea e rigorosa. Articoli intrisi di storia, ma anche episodi di costume o sintesi di racconti colti durante il suo orario di lavoro alle dipendenze della ditta fondata quasi un secolo fa da Ugo De Luca, di cui è stato collaboratore fino a pochissimo tempo fa, quando ormai la data della pensione era passata da un pezzo. All’uscita dall’ufficio, eccolo in redazione, dove si tratteneva fino a tardi se c’era da ultimare (o da preparare) un pezzo, di quelli che non scadono mai: puoi pubblicarli quando vuoi, e soprattutto quando puoi valorizzarli come meritano con un un titolo a più colonne, e corredarli con foto adeguate, molto spesso scattate dal quel mago del click che risponde al nome di Gavino Sanna, ma anche dal bravissimo Diego Trevisan, oggi affermatissimo pilota d’aereo. Mai un refuso. Mai un errore di ortografia. Mai una “consecutio” sbagliata. Mai una parolaccia. Eppure, nelle redazioni dei giornali, soprattutto quando si faceva tardi, e si fumava come turchi, e si organizzavano spuntini pantagruelici, i vaffa e gli improperi, rivolti a una variegata fauna di personaggi buffi e spesso censurabili e insopportabili, si sprecavano. No, lui no: ascoltava divertito, annuiva e riprendeva dal punto in cui si era fermato per sorridere sotto i baffi.

Potremmo scrivere a lungo su Giovanni Canu, ma non vorremmo approfittare della pazienza di chi legge queste righe. Metto in rilievo una felicissima battuta di un direttore della Nuova, che non c’è più: Sergio Milani. In una visita alla redazione di Olbia, il direttore – persona cordiale, di rara intelligenza, con la curiosità del giornalista di razza – volle conoscere in particolare Giovanni, del quale aveva sentito parlare assai. Milani era un suo lettore, si scoprì. Appena lo conobbe, lui che non era proprio filiforme, esclamò divertito: “Ma tu non sei Giovanni Canu, sei la… lastra di Giovanni Canu” (l’uomo più magro del mondo). Un altro aspetto da mettere in luce è il modo in cui lo chiamava un collega scomparso da anni, con il quale andava assai d’accordo. Si tratta di Tony Addis che lo chiamava con un affetto sviscerato “Don” Giovanni Canu. Non contento di questo appellativo, Tony – comunista militante e non proprio frequentatore di chiese – gliene cucì addosso un altro, calzante e geniale al tempo stesso. Accanto al “Don” ecco il “San”. E così il “San Giovanni” gli è rimasto appiccicato per tutta la vita.

P.S. Un abbraccio alla moglie Marisa, ai figli Alessandra, Mara, Gianluca, ai fratelli Elio e Liliana e agli adorati nipoti.