Sul controverso caso della decadenza di Alessandra Todde, ospitiamo l’opinione dell’ex notista politico della Nuova Sardegna Umberto Aime. Chi volesse fornire ulteriori contributi, sarebbe ben accetto. Questo l’indirizzo: redazione@moroseduto.net

Da oggi in poi sarà tutto e solo nelle mani del consiglio regionale. Dovrà essere proprio l’Assemblea, con giudizio insindacabile, a decidere o meno sulla decadenza della presidente della Regione Alessandra Todde, eletta all’inizio del 2024. Perché il ricorso presentato dalla governatrice contro l’ordinanza-ingiunzione del Collegio di garanzia, emessa a gennaio, è stato respinto dalla prima sezione del Tribunale civile di Cagliari. In 65 pagine i magistrati hanno ritenuto che tutte le contestazioni sollevate a suo tempo dal Collegio (compresa la pena pecuniaria di 40mila euro) erano e sono fondate, visto che – testuale –  “le stesse non sono mere irregolarità o vizi formali, ma violazioni sostanziali e gravi (oltre che plurime), in quanto hanno disatteso integralmente la disciplina in materia di spese elettorali, rendendo impossibile verificare con sicurezza i fondi ricevuti dalla ricorrente, il soggetto finanziatore e l’impiego delle somme”. In estrema sintesi -sempre dalla sentenza- “la ormai accertata violazione delle norme che disciplinano la campagna elettorale, dichiarata dal Collegio di garanzia elettorale in modo definitivo, costituisce causa di ineleggibilità del candidato e comporta la decadenza dalla carica dello stesso candidato eletto”. Per poi però aggiungere, sottolineare e ribadire – sempre la Prima sezione – che comunque “non rientra nella competenza del Collegio di garanzia né in quella del Tribunale pronunciare l’eventuale decadenza”, bensì “al Consiglio regionale, tenendo fermo quanto accertato in questo procedimento”.

L’ultima parola sul destino della Todde e della legislatura spetta al consiglio regionale

Ecco il punto focale: a decidere il possibile scioglimento dell’Assemblea dovrà essere la stessa Assemblea, visto che la decadenza di Todde trascinerà di fatto anche quella degli altri 59 consiglieri eletti nel 2024, e quindi dovrebbe sfociare nella fine anticipata della legislatura, con il conseguente ritorno alle urne dopo poco più di un anno e mezzo. Dunque, al di là degli aspetti giuridici (ci sono alcuni passaggi della sentenza del Tribunale molto interessanti e da leggere con attenzione) da oggi in poi a tener banco sarà solo la vicenda politica, anche se ai primi di luglio la Corte costituzionale dovrà pronunciarsi sul conflitto, sollevato stavolta dal Consiglio regionale, sulle leggi elettorali nazionali e sarde che da sempre “controllano – scrive ancora la prima sezione del Tribunale – il corretto svolgimento della vita democratica” soprattutto nel caso di elezioni dirette di europarlamentari, parlamentari, consiglieri regionali e provinciali. Per ritornare a quanto dovrà decidere il Consiglio (cioè l’eventuale decadenza o meno di Alessandra Todde), ora l’istruttoria spetterà alla Giunta delle elezioni (organismo interno allo stesso Consiglio) mentre il voto finale favorevole o contrario spetterà ai tutti i 60 eletti nel 2024. I numeri di allora, così come oggi, confermano che il centrosinistra, con 36 seggi contro 24, avrà sulla carta anche la possibilità concreta di riconfermare comunque la presidente scelta dagli elettori, ma avrebbe senso farlo? La risposta immediata è un no secco, perché vorrebbe dire, prima di tutto, la volontà palese di non voler prendere atto della sentenza del Tribunale, e questo sarebbe letto come palese arroganza. Ma soprattutto che senso avrebbe far vivere (o meglio sopravvivere, trascinare) questa legislatura per altri tre anni abbondanti sotto l’ombra pesante non solo più del dubbio, bensì ormai della certezza che, a monte delle elezioni delle elezioni del 2024, una legge fondamentale, com’è questa che da sempre “controlla lo svolgimento della vita democratica”, è stata violata prima -è scritto nella sentenza – e disattesa poi da chi invece dovrebbe rispettarla e applicarla? Nessuno. Dunque, se il Consiglio regionale dovesse respingere la decadenza di Alessandra Todde scatenerebbe, in sostanza, un pericolosissimo cortocircuito tra quei poteri da sempre messi in fila dalla Costituzione e che per fortuna sono ancora fra loro in perfetta autonomia proprio “a garanzia del buon andamento della vita democratica”. Se accadesse quanto appena scritto, avremmo a che fare con un precedente rischioso: non tutti siamo uguali di fronte alla legge. Ma c’è di più che senso avrebbe assestare un manrovescio di tale portata alla credibilità (già in bilico) della politica e dei politici? Nessuno. Meglio, sicuramente molto meglio, ritornare al voto, ricandidandosi, semmai per ri-dimostrare di essere ancora vincenti, anche se poi non è detto che i protagonisti della nuova e inaspettata contesa elettorale finiranno per essere ancora gli stessi del 2024.  Anche se a caldo la presidente Todde ha dichiarato: “A differenza di chi sceglie lo scontro con la magistratura, noi rispettiamo il ruolo dei giudici e le loro decisioni, anche quando non le condividiamo, come in questo caso. Proprio perché crediamo nello Stato di diritto, che prevede tre gradi di giudizio, abbiamo il diritto e dovere di difenderci nel processo, non dal processo. Quindi andiamo avanti: impugniamo la sentenza, perché le violazioni che ci hanno contestate non sussistono”.