È stato proiettato a Santa Teresa Gallura Il treno dei bambini, film tratto dal romanzo divenuto caso editoriale della scrittrice napoletana Viola Ardone. L’evento ha rappresentato uno dei momenti più attesi del festival letterario Ligghjendi, che anche quest’anno ha superato le aspettative del folto pubblico che segue con affetto gli appuntamenti estivi proposti. Protagoniste della serata sono state proprio Viola Ardone e la regista Cristina Comencini, collegata in video. A dialogare con loro, sotto un cielo stellato e nella consueta brezza di Santa Teresa, il giornalista e conduttore televisivo di Sky Italia Giorgio Porrà, in un clima intimo e coinvolgente.
Il racconto del “Treno” che ha salvato una generazione
Il film, come il romanzo, racconta la storia di un’Italia ferita nel dopoguerra. A Napoli, città distrutta dalla guerra, i bambini – le prime vittime di fame e malattie – trovano una speranza grazie a un treno organizzato dal Partito Comunista: un viaggio dal Sud verso il Nord, dove li attendono famiglie pronte a offrire loro un futuro migliore. Un gesto che ha contribuito a salvare una generazione: quella che, poi, ha ricostruito il Paese. Il romanzo tocca temi attuali e dolorosi, che entrano nell’anima come un coltello: “La storia non è stata capace di insegnare niente”, scrive Ardone, “oppure, forse, gli esseri umani durante la lezione erano distratti”.
L’intervista a Viola Ardone
Abbiamo incontrato Viola Ardone, docente di Italiano e Latino presso un liceo di Giugliano (NA), per approfondire i temi legati al romanzo e alla sua trasposizione cinematografica.
Lei ha un legame con la Sardegna, pur essendo nata a Napoli. Da bambina si è trasferita a Nuoro, dove i suoi genitori insegnavano. C’è qualcosa della Sardegna che ha portato con sé nel cuore?
«Ho vissuto in Sardegna fino ai tre anni, quindi non ho grandi ricordi, ma ho conservato con l’isola un rapporto affettivo privilegiato. Ogni volta che ci ritorno mi sembra di ritrovare qualcosa che è profondamente radicato in me.»
Cosa ha provato quando ha saputo che il libro sarebbe diventato un film?
«Ho cercato di non immaginare come sarebbe stato. Mi sono affidata completamente alla regista Cristina Comencini, che ha dato una sua interpretazione della storia e dei personaggi. Il risultato è un lavoro molto vicino sentimentalmente al mio romanzo, ma anche un’opera autonoma, un film che non si può che amare, a prescindere dal libro.»
Secondo l’AIE, in Italia si legge poco e in modo frammentario. Crede che il film possa coinvolgere anche chi normalmente non legge? E magari stimolare alla lettura?
«Purtroppo non esiste una corrispondenza diretta tra il successo di un film e l’incremento dei lettori. La comunità dei lettori segue logiche diverse: passaparola, rapporto con i librai di fiducia, legami affettivi con gli autori. La dipendenza da smartphone sta diminuendo il numero di lettori, ma io spero sia un ciclo. Finora, nonostante le rivoluzioni tecnologiche, il libro ha sempre resistito e vinto.»
Cosa ha portato questo film al suo romanzo e alla sua vita?
«L’opportunità di confrontarmi con lo sguardo di un’altra autrice e con sceneggiatori come Giulia Calenda, Camille Dugay e Furio Andreotti, che hanno tradotto in un linguaggio diverso le stesse emozioni che ho vissuto scrivendo. Il confronto arricchisce sempre.»

