Come avvenuto altre volte, voglio ricollegarmi a un recente articolo di Giovanni Meloni, quello sulla necessità di una maggiore partecipazione dei cittadini alla vita democratica. In sostanza Meloni pone il problema dell’apparente disinteresse della maggioranza della popolazione verso la sfera pubblica. Eppure ne avremmo di motivi per “incazzarci” e far sentire la nostra voce. In particolare i lavoratori dipendenti e i pensionati, sui quali pesa la maggior parte del carico fiscale , negli ultimi 30/40 anni hanno subito un drastico ridimensionamento del loro potere di acquisto, hanno dovuto sopportare la riduzione delle prestazioni sanitarie, ed hanno visto peggiorare la qualità dei servizi pubblici (trasporti, pubblica amministrazione, giustizia, e quant’altro) e, come ciò non bastasse, assistono impotenti allo sperpero di risorse per sprechi e corruzione. E adesso, dulcis in fundo, dobbiamo indebitare i nostri figli e nipoti per sostenere una spesa militare abnorme ed insensata per un paese come il nostro circondato solo da amici ed alleati. I francesi per molto meno hanno bloccato più volte il loro paese. Perché noi no?
Una parziale spiegazione va trovata nella nostra democrazia incompiuta. A differenza del paese vicino che ha vissuto la rottura della “Rivoluzione Francese” e il coinvolgimento in essa della gran parte del popolo d’oltralpe, da noi il Risorgimento e la stessa Resistenza antifascista non hanno visto la partecipazione di grandi masse popolari, anche quando queste hanno visto con simpatia a questi sconvolgimenti, diretti nella maggior parte dei casi da intellettuali appartenenti agli strati superiori della società.
Per tornare all’attualità direi che il “popolo” è molto scoraggiato, non ha più molta fiducia nella possibilità di un cambiamento, anche perché nonostante l’alternarsi negli ultimi 30/40 anni di governi di vario colore politico, compresi quelli tecnici, nessuno ha potuto o voluto invertire lo spostamento graduale della ricchezza dal basso verso l’alto. Dato da non trascurare è che tra i meno abbienti (principalmente dipendenti e pensionati) da un lato e i veri detentori della ricchezza dall’altro c’è una consistente classe media, fatta di professionisti, artigiani, commercianti, piccoli imprenditori (ceto da cui proviene la gran parte della classe dirigente) che se la passa benino, e che talvolta può permettersi non solo il necessario, ma anche il superfluo. Questa classe media condivide i valori e la visione del mondo dei veri detentori del potere economico e finanziario e fa da armonizzatore alle pressioni che vengono dal basso.
La sempre minore fiducia nelle grandi organizzazioni di massa, come i partiti, i sindacati tradizionali etc, spinge molti a cercare una risposta individuale. Molti si affidano alla speranza di un’ascesa sociale ormai sempre meno praticabile, qualcuno sfoga la propria rabbia verso chi è ancora più debole (tipo immigrati o extracomunitari in generale), altri si affidano a chiunque prospetti una salvifica e rapida soluzione a tutti i problemi del nostro paese. Ma, in ogni caso, sempre di più si allontanano dalle istituzioni democratiche e dalla lotta politica.
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Scarso interesse per la politica? “Il popolo è scoraggiato, non crede più nel cambiamento”
“Eppure avremmo tanti motivi per far sentire la nostra voce. I lavoratori dipendenti e i pensionati, sui quali pesa la maggior parte del carico fiscale, negli ultimi 30/40 anni hanno subito un ridimensionamento del potere di acquisto, sopportando la riduzione delle prestazioni sanitarie con il peggioramento dei servizi pubblici”
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