La nostra autorevole e preziosa collaboratrice Daiana Giangrande, chirurgo all’ospedale Giovanni Paolo II di Olbia e direttrice sanitaria dell’Avis, esprime la sua opinione sulla riforma delle regole sull’attività venatoria in Italia.
Nonostante le perplessità espresse dalla Commissione europea sul disegno di legge che modifica le regole dell’attività venatoria in Italia, il Senato ha approvato il provvedimento in prima lettura con 80 voti favorevoli, 56 contrari e 2 astenuti. Il testo passerà ora all’esame della Camera.
Il disegno di legge n. 1552, composto da venti articoli, interviene sulla legge 157 del 1992 in materia di tutela della fauna selvatica e regolamentazione della caccia. Una riforma che, sotto il profilo etico e morale, rappresenta un preoccupante passo indietro.

Viviamo nell’epoca della digitalizzazione, dell’intelligenza artificiale, degli algoritmi e delle grandi scoperte scientifiche. Le idee e l’innovazione corrono verso il futuro con una velocità senza precedenti. Eppure, proprio mentre la tecnologia apre nuove prospettive per l’umanità, rischiamo di assistere a un ritorno al passato, alimentato dalla convinzione che l’uomo possa continuare a esercitare un dominio assoluto sulla natura.
Cosa prevede il disegno di legge
Tra le principali novità introdotte figurano:
- l’ampliamento dei periodi dell’anno in cui sarà consentita la caccia;
- l’estensione dell’elenco delle specie cacciabili;
- il mantenimento dell’utilizzo dei richiami vivi come esca;
- l’ampliamento delle aree nelle quali sarà possibile esercitare l’attività venatoria, comprese foreste demaniali, praterie alpine e spiagge;
- il ridimensionamento del ruolo dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA);
- la possibilità di cacciare anche durante fasi particolarmente delicate della vita della fauna, come la nidificazione e la migrazione, oltre all’impiego di visori notturni e silenziatori.
L’etica della responsabilità
Le parole hanno un peso. Non sono semplici formule burocratiche, ma esprimono una precisa visione del mondo.
Nel disegno di legge la definizione di “protezione della fauna selvatica” viene sostituita con “gestione della fauna selvatica”. Un cambiamento lessicale che riflette una diversa impostazione culturale e che colpisce profondamente quanti ritengono che il rapporto tra uomo e natura debba fondarsi sulla responsabilità e sulla tutela, non sul controllo.
Ogni nostra azione comporta responsabilità etiche, morali e giuridiche. Oggi, più che mai, queste responsabilità non riguardano soltanto noi stessi o i nostri contemporanei, ma si estendono all’ambiente, agli altri esseri viventi e alle generazioni che ancora devono nascere.
La sopravvivenza dell’uomo è strettamente legata all’equilibrio degli ecosistemi. Rispettare la biodiversità significa, in ultima analisi, proteggere noi stessi.
Quale pianeta consegneremo ai nostri figli se continueremo a comportarci come se fossimo gli ultimi abitanti della Terra?
La natura è un fine, non un mezzo
La miopia dell’essere umano rischia di trasformarsi nella causa della sua stessa involuzione. È paradossale attribuire alla natura la responsabilità dei disastri ambientali provocati dall’uomo e, proprio per questo, sentirsi autorizzati a dominarla o distruggerla.
La natura non può essere considerata uno strumento al servizio degli interessi umani. È il fondamento stesso della vita, il patrimonio più prezioso che abbiamo ricevuto e che abbiamo il dovere di trasmettere integro alle generazioni future.
Il filosofo tedesco Hans Jonas, nel suo celebre saggio Il principio responsabilità, riformulò in chiave ecologica l’imperativo categorico di Kant con parole che oggi risultano più attuali che mai:
“Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla Terra.”
È un principio che dovrebbe guidare ogni scelta politica e ogni comportamento individuale.
Se ciascuno di noi si assumesse la responsabilità di rendere il mondo un luogo migliore, l’obiettivo di consegnare alle prossime generazioni un pianeta ancora capace di ospitare la vita non sarebbe un’utopia, ma una possibilità concreta.


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