Un nuovo governo regionale suscita sempre curiosità e speranze. In Sardegna ancora di più, per la netta lontananza dallo Stivale e per la nostra formale Autonomia – purtroppo poco sostanziale rispetto, ad esempio,
alla Sicilia – tanto che Cagliari diventa terminale di frequenti proteste in piazza, anche su vertenze che non competono alla Regione Autonoma della Sardegna.
Pur non volendo, per pigrizia, di fatto esercitarla questa benedetta Autonomia, nella realtà chiediamo spesso all’amministrazione regionale più di quanto effettivamente può fare. Sintomo dunque di quante aspettative crei il cambio di mano in Regione. In particolare nella giunta già qualche assessore si è messo in mostra, come Franco Cuccureddu, a cui ho fatto i complimenti per le sue dichiarazioni di programma, mentre nello specifico della presidente Alessandra Todde aspettiamo più carne al fuoco, fin dalla promessa moratoria sull’invasione speculativa di energia eolica.
L’ASSESSORA CORAGGIOSA. La delega alla cultura è stata attribuita a Ilaria Portas, che pare abbia le idee molto chiare. Oltre ad essere coraggiosa fin dalle sue prime esternazioni – “la vera indipendenza della Sardegna viene dalla scuola” ha dichiarato alla Nuova Sardegna lo scorso 11 aprile l’ex Capo di Gabinetto della giunta guidata da Francesco Pigliaru, sembra assai animata su lingua e cultura sarda. Riguardo la prima si dichiara bilingue e assidua utilizzatrice della nostra lingua madre anche in occasioni ufficiali come interviste e comizi elettorali. Sulla seconda, parte ottimamente sfatando il falso mito del “niente pane dalla cultura”. E ha perfettamente ragione l’assessora Portas. La politica culturale – se fa emergere la specificità sarda, legata principalmente alla sua lingua e alla storia particolare – crea un rilevante e multisettoriale indotto economico.
Occorre continuamente sottolinearlo in Sardegna, perché il cittadino medio sardo, nella sua estrema e talebana praticità che sfiora il cinismo, dedica le sue attenzioni ad altri ambiti e sottovaluta gli aspetti
linguistici e culturali peculiari della sua terra. Si tende stupidamente a pensare che una società civile possa prescindere dalla conoscenza e dal fondamentale aspetto culturale. L’ho sempre sentito dire: “ci sono cose più importanti e prioritarie”.

INSEGNARE IL SARDO AI FIGLI. E infatti, sulla scia di questa chiosa programmatica, tantissimi sardi si stanno sradicando, contravvenendo al monito del sommo poeta sardo Remundu Piras che in versi dichiarava semper sa limba tua apas presente, no sias che iscìau ubbidiente. Il sardo medio non parla più la sua lingua nativa. E se la parla è solo per abitudine, ma non la trasmette e insegna ai suoi figli. Stanno tornando in auge concezioni sciocche come quelle che si imposero negli anni 70, secondo cui la lingua sarda è “sa limba de su fàmine, ossia l’idioma che contraddistingue le persone ai margini, economici e non solo. Stupidate senza alcun fondamento, che ancora oggi spingono tanti a pavoneggiarsi usando l’italiano appunto per scappare da questa supposta marginalità: si usa l’italiano e non il sardo per apparire più colti, e spesso più benestanti.

NO ALLA LIMBA COME STATUS SYMBOL. Non che nei settori dell’intellighenzia sarda si stia meglio: la maggior plasmabilità e la presenza di un registro linguistico alto – che nell’italiano esiste solamente perché sono nati enti preposti a crearlo, nel sardo invece no – dà più efficacia scenica e rende poi coreografico il discorso. E siccome ciò piace, conferisce autorevolezza, rende più splendidi, ben venga il passaggio linguistico definitivo all’italiano. La lingua come status symbol, che tristezza.
NO ALL’OMOLOGAZIONE FOLLE. Dunque la situazione è drammatica. Io personalmente ho trasmesso il sardo a mio nipote, che però alla scuola materna non ha nessuno con chi parlarlo! Siamo quindi all’ultimissimo stadio del bilinguismo, con l’imminente morte di una delle due lingue e l’imposizione prepotente di quella più forte e supportata! Un delitto gigantesco, una forma vergognosa di autolesionismo che porterà ad un genocidio culturale, con la sostanziale inutilità di sei secoli di letteratura e la morte di forme culturali tipiche legate alla lingua. Un’omologazione folle che pagheremo anche a livello turistico, dove la tipicizzazione è la carta vincente per emergere in un’offerta turistica mondiale che ci rende una goccia nell’oceano. La speranza è dunque che Ilaria Portas imponga progetti a forte impatto, a partire dalla riproposizione della standardizzazione grafica che Renato Soru promosse, Ugo Cappellacci continuò e Francesco Pigliaru bloccò – tirato per la giacca da feroci tribalisti e dialettizzatori – timoroso di perdere consenso elettorale a causa di queste minoranze rumorose.
L’ACCADEMIA DELLA CRUSCA. Oltre a questo fondamentale punto di partenza, bisogna: istituire l’equivalente dell’Accademia della Crusca per adattare il lessico sardo ai tempi moderni e creare un registro alto della lingua per gli usi solenni e istituzionali, tra cui ad esempio la liturgia religiosa; dare stimoli e sostegni economici all’uso del sardo nelle istituzioni, all’editoria e alla cinematografia in limba; istituire l’indennità di bilinguismo come in uso nel Sud Tirol; promuovere l’utilizzo quotidiano del sardo, con strategie di marketing forti che estirpino quella pesante parvenza di marginalità che si porta dietro; trasformare Proloco e biblioteche comunali in ambasciate della lingua sarda; promuovere finalmente l’insegnamento di lingua, storia e cultura sarda a ogni livello scolastico.
Davanti a queste prospettive lo stolto dirà: “tempo perso e soldi buttati, pensino meglio a cose più importanti”, mentre il sardo intelligente penserà: “ottimo moltiplicatore culturale, turistico e conseguentemente economico”. Speriamo che la Portas dia retta a quest’ultimo.