Dire che oggi Nuoro è una città politicamente in affanno,sarebbe già esercitare una forma di moderato ottimismo: Nuoro è purtroppo una città in crisi…non solo politica, ma in uno stato di difficoltà più generale e più profonda. Lo è, intanto, riguardo al suo ruolo di capoluogo di una Provincia ormai sfaldata e ridotta ai minimi termini demografici e territoriali, ma anche democratici, poiché “governata” da troppi anni da un commissario (per definizione: organo monocratico), con la conseguenza di veder cancellata qualunque forma di contributo partecipativo dei cittadini alle politiche di “area  vasta”… fossero pure, semplicemente, di “manutenzione” delle vecchie competenze . Ancor più gravemente, questa questione afferisce alla mancanza di politiche di rilancio e di sviluppo dell’ intera area del Nuorese, con la conseguenza dell’affermarsi di una sorta di “individualismo” delle varie amministrazioni locali, animate piu da uno spirito centrifugo ( del “si salvi chi può”), piuttosto che da uno spirito di coesione: dunque, la funzione di Nuoro Capoluogo ne esce fortemente mortificata.

LA MISSION PERDUTA. C’è tuttavia una causa più  strutturale, per così dire, che conduce alla crisi attuale, e si riferisce al fatto di aver perso la sua “mission”: ovvero i suoi obiettivi a lungo termine e la sua strategia territoriale: Nuoro Capoluogo ( che divenne tale  nel 1926, grazie alla sua centralità geografica) fu pensata come città di servizi: prima quelli statali e poi anche regionali, dopo l’autonomia. Questo portò alla creazione di una borghesia cittadina legata al terziario, e a un significativo inurbamento durato fino ai primi anni ’70, grazie anche al rafforzamento del settore secondario: edile, manifatturiero e artigianale in particolare. Come noto, Lo Stato da tempo va riducendo la sua intelaiatura  territoriale, seguito in questo dagli enti e le aziende del parastato. La stessa Regione Sarda, va perseguendo la stessa politica di accentramento “cagliaricentrico” delle sue funzioni. A tutto ciò, dallo Stato e dalla Regione Sarda, non  ha fatto seguito alcun tentativo organico di ridefinizione (con gli enti territoriali) di una nuova “mission”, al punto da rendere problematica l’individuazione di una “strategia percepita”, sia per il  capoluogo che per territorio nel suo insieme.  Ecco perché ho parlato di una crisi di identità di Nuoro  Capoluogo.

IDENTITA’ E TRADIZIONI. Dico cosa ovvia sostenendo che tutto questo si ripercuote anche in una crisi economica, demografica e sociale di vaste e inedite proporzioni. Non è neppure, di certo, estraneo a questo il ripiegamento della politica culturale della massima istituzione cittadina verso contenuti di tipo conservativo , per dir così : cioè volti alla custodia di “tradizioni” e “identità”  intese staticamente come “valori” da salvaguardare, piuttosto che come motivazioni di una identità antropologica che cambia, da mettere a confronto e da ridefinire in rapporto all’oggi e agli altri, al resto del mondo, in maniera aperta e ricettiva. Parlo semplicemente di identità e di tradizioni da intendere, tra l’altro, come “monete di scambio” nel confronto necessario con altre identità e altre tradizioni: certamente  beni culturali da non folklorizzare, da tutelare, non “valori” da museificare. Tralascio di entrare nel merito di un orgoglioso ( e forse presuntuoso) principio di “discontinuità” , perseguito in contrapposizione al ben più collaudato principio opposto di continuità amministrativa. La conseguenza è stata il sostanziale smantellamento di alcune valide e realizzate intuizioni: un sistema museale complesso , un sistema universitario a chiaro indirizzo ambientale , un sistema di pubblica lettura propulsore della cultura tout-court.

I GOVERNI CIVICI. Oggi però la crisi di Nuoro è soprattutto crisi politica: una crisi che disorienta una società cittadina connotata da un chiaro, prevalente, orientamento democratico/progressista fin dalla seconda metà dell’800, con solide tradizioni di resistenza civile al fascismo, e un radicamento profondo nel pensiero autonomista. Dal 2015 la città ha dato il proprio consenso a un governo “civico” , interrompendo cosi la lunga serie di amministrazioni politiche di centrosinistra susseguitesi ininterrottamente da molti decenni a questa parte. Ed è proprio il civismo a mostrare, oggi, una vera e propria difficoltà di sopravvivenza, laddove dall’inizio del secondo mandato ( e forse, occultamente, già nel corso del primo) si trascina in una crisi interna alla maggioranza del governo cittadino, che oggi pare essersi trasformata in una effettiva crisi di consenso al modello stesso posto alla base della prima amministrazione guidata da Andrea Soddu. Il “civismo”, formula composita e poliedrica per definizione, pare trovare il suo limite nel voler rappresentare l’alternativa alle politiche di governo e di coalizione dei partiti tradizionali pur mantenendo forme, metodi e soluzioni della politica di vecchia concezione…  Ed è quanto sta accadendo oggi a Nuoro, con una lotta di logoramento fra vecchi alleati di maggioranza  -tutti “civici”, salvo qualche eclettismo di matrice pseudo sardista-  destinata a produrre con molta probabilità una irreversibile crisi istituzionale. 

Il civismo, naturalmente vocato a dare risposta a problemi concreti, ma ben delimitati, grazie alla partecipazione di gruppi organizzati attorno a quegli specifici temi, sembrerebbe essere incapace a costruire e governare un processo politico davvero innovativo che possa tradursi in progetto complessivo per la città  dell’oggi e del futuro. Io lo interpreto come un fallimento culturale oltre che politico, destinato a disilludere quanti hanno voluto credere in una politica nuova di tipo partecipativo e che, nel caso di Nuoro, si è rivelata una scorciatoia verso la più classica occupazione del potere, sia pure con la piena legittimazione di elezioni democratiche. Una lezione di realismo per l’intera comunità nuorese, che giunge a por fine ad un sogno di emancipazione dalle costrizioni (reali) delle politiche “d’annata” del logoro sistema partitico locale.