La recente, pacifica, invasione di oltre mille ragazzini che sognano di diventare i nuovi Maradona è ormai stata archiviata con tanto di sorrisi e consensi. Giusto così, anche se in futuro bisognerà evitare l’accavallamento degli eventi (nelle stesse ore del torneo organizzato dall’Olbia 1905 Academy, era in corso anche una manifestazione di atletica, con duemila partecipanti), per evitare disagi nel traffico cittadino. Tornando a bomba, e cioè al connubio sport-turismo che ha ispirato l’evento e spinge gli organizzatori a ripetere l’esperienza nel 2025, c’è da fare una riflessione sui talenti calcistici che possono essere individuati dai tecnici (i fratelli Gianni e Piero Spano, in questo caso) e dagli stessi club che – se vogliono sopravvivere e ottimizzare i costi – hanno tutto l’interesse a investire sui settori giovanili (gli esempi più lampanti sono quelli della Juventus e dell’Atalanta, che hanno una squadra anche in LegaPro).

Oggi Olbia conta poco meno di 65mila abitanti, e – consumi elettrici e quantità di rifiuti urbani alla mano – almeno altro 20mila risiedono nella città gallurese, senza contare quelli che poi l’affollano in estate. Ebbene, chi ha buona memoria (i più giovani ovviamente non lo sanno, ma forse ne hanno sentito parlare), ricorda bene che quando Olbia contava poco più di 15mila abitanti, e il calcio era praticato soprattutto nei terreni scalcinati di periferia o al “campo boario” (l’attuale Parco Fausto Noce), i pochi istruttori (il maestro Piero Spano, Silverio Balzano giusto per fare due nomi) si distinguevano nell’individuare giovanissimi calciatori in grado di poter compiere il salto di qualità. In quel periodo, l’Olbia “esportava” i suoi gioiellini a Cagliari oppure in alcuni casi ci si muoveva per far approdare in Continente – con club titolati – i calciatori più promettenti. Qualche esempio? Beh, c’è stata una fase in cui Franco Marongiu, Piero Giagnoni, Michele Moro, Antonello Bagatti, Giovanni Antonio Meloni salirono su un treno per arrivare nel capoluogo sardo, dove furono sottoposti a test severi, che comunque dimostrarono l’esistenza a Olbia di una certa scuola. Oggi, le parti si sono invertite, al punto che è (o è stato) il Cagliari Calcio a dirottare a Olbia alcuni dei suoi pezzi più interessanti, anche se nell’ultima stagione non tutti i babies cagliaritani si sono distinti per tasso tecnico e classe. Altri giocatori di Olbia, come ad esempio Sergio Bagatti e Renato Caocci (detto “Il Professore”), partirono dal porto dell’Isola Bianca con la valigia di cartone per approdare all’Inter (Bagatti) o alla Juventus (Caocci), con presenze in Coppa dei Campioni), per non parlare del già citato Moro, che indossò la maglia del Cagliari ai tempi di Gigi Riva per poi proseguire la carriera in B e in C.

Insomma, la domanda è semplice: perché oggi di talenti di casa non si hanno notizie (sembrano rappresentare un’eccezione i babies Marco Leon Balata e Federico Barbieri, ai quali abbiamo dedicato un articolo)? Perché l’unico calciatore di Olbia (ci riferiamo alle ultime stagioni in C del club) è Luca La Rosa? Non ce ne sono più, di giovani promettenti? Non ne nascono più? Non vengono scoperti? Chi scrive, ha un’opinione precisa in merito, ma per ora preferisce non esprimersi proprio perché intende conoscere la risposta dagli addetti ai lavori o comunque da chi ha voce in capitolo e competenze per svelare questo mistero, che mistero non è. Ed è questa la ragione per cui, a corredo di questa riflessione, pubblichiamo – per gentile concessione di Francesco Sotgiu, ex responsabile del settore giovanile, nonché ex presidente, dell’Olbia Calcio – questa foto nella quale sono ritratti, tutti assieme, i “cinque dell’Ave Maria”: vale a dire Piero Giagnoni, Renato Caocci, Sergio Bagatti, Pinuccio Petta e Franco Marongiu Pelè. A quando una foto, con cinque ragazzini nati nel Terzo Millennio?