Raccontano, a Moneta, che una volta Pacchianella ha fatto cessare un uragano. Lo ha affrontato! Tutti lo guardavano, mentre si toglieva quel basco che sembrava avesse incollato alla testa e di cui faceva a meno in occasioni più uniche che rare.
Mentre agitava quel cappello in aria, richiamando l’attenzione del Padreterno e di
Sant’Erasmo, protettore di chi batteva il mare dell’arcipelago, come lui, pronunciava parole e compiva gesti rituali che, ai presenti, sembravano incomprensibili. In seguito alle invocazioni, o alle intimidazioni, il fortunale si è interrotto. L’inerme marinaio è riuscito a convincere i suoi interlocutori. Il vento ha calmato, di colpo, la sua rabbia. L’impeto delle onde si è arrestato. Il mare è
tornato a essere un caposaldo, un elemento rassicurante.

Il mare era, ed è sempre stato l’elemento naturale, ancestrale, di tutti noi isolani.
La nostra vista disperdeva, e si disperde ancora, sulla grande distesa azzurra. Mare da ogni lato. Mare da ogni punto cardinale. Il mare era, è stato ed è anche poesia, autenticità, libertà, luminosità. Il mare, irrequieto, era, è stato ed è angoscia, timore, rispetto, deferenza. Il nostro carattere era, è stato ed è definito anche dal vento lungo che soffia dal mare: non lo diciamo noi, adesso, lo diceva, qualche secolo fa, Montesquieu. Sotto certi aspetti, abbiamo vissuto, e viviamo, all’interno di un paradiso. Ma, il paradiso, nell’abbandono, può essersi trasformarsi in Inferno. Anzi, può esserlo ancora, sempre più spesso, un Inferno se approfittassimo della bontà di Madre Natura, genitrice del mare. Se dovessimo mancarle di riguardo e ci sentissimo, noi, piccolissime entità, superiori a essa. Nei casi di emergenza, quando ci spingevamo oltre ogni limite, nella nostra immodestia, invocavamo il suo aiuto. Quante vite umane sono state salvate dalla collera del mare in tempesta! I flutti, maestosi, ci chiudevano ogni via di fuga. Lanciavamo, incautamente, la sfida contro il Titano. Incuranti della nostra incolumità. La Natura, senza alcuna pietà, ci ricordava, ogni volta, che lo scherzo è bello quando è di breve durata.

Pacchianella custodiva i segreti dei vecchi pescatori e ne faceva tesoro anche quando doveva relazionarsi con Madre Natura, nei luoghi di fantasia e di realtà, insieme a personaggi leggendari e a uomini troppo comuni. Una volta, ha deciso di andare a “lummà”, in una notte di quiete, ma con la luna coperta dalle nuvole. Il simpatico pescatore isolano sceglieva, per mollare le reti, il mare che bagnava il tratto sudorientale dell’isola di Santo Stefano, portandosi dietro la lampara, per illuminare, quel tanto che poteva, l’area di pesca e per attirare dal fondale marino i banchi di pesci, incantati dal bagliore della luce artificiale. Armava qualche palamito, da sistemare in alcuni punti delimitati, in prossimità delle secche. Non dimenticava neppure di prendere a bordo un paio di nasse e una fiocina. Non si poteva mai sapere…. La fortuna sarebbe stata capace di girare dalla sua parte.

Partito con il suo gozzetto da Cala Camiciotto, senza fretta, Pacchianella puntava
la prua verso una delle isole più militarizzate dell’intero arcipelago. “Ta ta ta ta ta”: il motore entrobordo necessitava di essere revisionato. La barca, infatti,procedeva con una lentezza disarmante. Pacchianella, però, s’avvicinava troppo all’ area off limits, mettendo in allarme la sentinella, che magari era originaria della Spezia, e che non riusciva a identificarlo. Non ne avrebbe avuto la possibilità, anche se alla Maddalena e negli immediati paraggi marini quell’ometto, che stava al timone della piccola imbarcazione avvistata, era conosciutissimo. Imbracciato il fucile che aveva in dotazione, il povero marinaio, non faceva altro che comportarsi come gli avevano insegnato durante il periodo di addestramento: da recluta diligente. Quindi, Pacchianella, mentre gettava l’ancora a poca distanza dalla torretta dove era sistemato il posto di guardia, e la sua sagoma curva, rischiarata anche dalla luce che proveniva dalla lampara, era visibile, si sentiva intimare un deciso “altolà chi va là?”. Al che, con prontezza di riflessi e senza indugiare un attimo, per pensare a una risposta più articolata, e meno persuasiva, da dare, diceva la verità.

Pronunciava, certo strillando, per fare giungere chiara la sua voce, le prime parole che gli venivano in mente: “Pacchianella che vva a lummà”. In altri termini, ragionava: “Oh marinaio rincoglionito, che non capisci nulla di mare. Non vedi che uso una tecnica di pesca che prevede l’ausilio di una lampada ad acetilene, in una notte senza luna… Sto soltanto svolgendo il mio mestiere, niente di più. Svegliati…” Continuava ad armeggiare con gli attrezzi del mestiere, come se nulla fosse accaduto, deridendo, per giunta, la sentinella.

Mi rammento, di quest’uomo dall’età indefinibile. Camminava tenendo una postura strana. Quasi piegato in avanti, come un quadrupede. Come abbiamo constatato, aveva sempre la battuta pronta. Pescava, a turno, con i capibarca più noti come Cesarino, Raffaé l’amalfitano, Cecé Di Faraia, zi Pasqualino Musumarté, Lustrellu, Luigi Gocco o con Zi Pasqualino “Pappiaceri”, a Ciaccareddu, davanti a Santo Stefano, o nella Cala della Peticchia, tra la Ricciolina e l’Isuleddu. Apparteneva a una famiglia numerosa. Suo padre proveniva da Pozzuoli ed era abile nel maneggiare quella rete da pesca a strascico, con assetto verticale, che si usava sotto costa per catturare il pesce di piccola pezzatura e si tirava dalla spiaggia. Era, in altri termini, un maestro nella tecnica della sciabica. All’anagrafe, Pacchianella, era Giuseppe Caucci. Ma, tutti lo conoscevano, oltre che per mezzo del curioso appellativo che gli avevano affibbiato i colleghi pescatori, con il diminutivo, meno originale, di Peppino. Io, ripeto, lo ricordo abbastanza bene: un personaggio buffo, simpatico, una macchietta, a suo modo. Nella mia fantasia di bambino lo accomunavo a Pasquale Lucignano, detto Pascariello, un manovale del porto, intrattenitore “au molu” di Cala Gavetta. Credevo che fossero fratelli. Forse perché entrambi erano di bassa statura, calavano sulla testa, a tre quarti, il berretto, tondo e piatto, di panno nero, lievemente ondulato lungo il bordo, non se ne liberavano, presumibilmente, neppure durante le ore di riposo e portavano i baffetti appena accennati. Chissà…