(Buongiorno Moroseduto, io e…. (omissis), insieme con altri amici, vorremmo sapere se qualcuno, compreso il direttore del blog, ricorda un evento di molti anni fa, svoltosi a Porto Cervo: l’inaugurazione della chiesa “Stella Maris”, la parrocchia della Costa Smeralda che domina (e protegge) la Nuova Marina oltre a essere uno dei simboli dell’intero territorio di quella propaggine di Sardegna scoperta e valorizzata dall’Aga Khan. E, oltre al ricordo, vorremmo sapere se si trova la foto ricordo scattata al termine di quella piccola festa, fortemente voluta da don Giuseppe Delogu, direttore del coro “Santa Cecilia” di Olbia, nonché parroco della chiesa di San Paolo della città gallurese, che fu contattato proprio per “dare un lustro” (parole testuali della comunicazione ricevuta oggi) dal punto di vista artistico alla cerimonia religiosa, svoltasi alla presenza dell’allora vescovo della diocesi di Tempio-Ampurias, monsignor Giovanni Melis. Ecco la risposta: la foto? Trovata. Il ricordo? Anche quello, almeno in parte). Proponiamo il pezzo che segue anche perché Porto Cervo domani inaugurerà la nuova, mitica Piazzetta.
“Dai, preparatevi bene – disse don Delogu, alla fine delle prove generali, dietro l’altare della chiesa di San Paolo, la “nostra” chiesa, come chiamavamo con colpevole presunzione il nostro rifugio abituale per alcune serate alla settimana -, anzi prepariamoci bene, perché l’impegno è importante e non possiamo fare brutta figura. Ah, mi raccomando – concluse quell’impareggiabile pastore di anime, suggerendoci l’abbigliamento da indossare (oggi si direbbe l’outfit) – dovete vestirvi di bianco: pantaloni, gonne e magliette”. Ok, capo.
Detto fatto, la notte precedente al viaggio verso la capitale della Costa Smeralda, somigliava molto a quella “prima degli esami”: non chiudemmo occhio, insomma. Sembrava dovessimo esordire alla Scala di Milano. Arrivati sul posto, rimanemmo colpiti dalla struggente bellezza di quella costruzione bianca, dalle linee morbide, partorita dalla matita di quel genio chiamato Michele Busiri Vici, architetto geniale, anche lui uno dei simboli di quel paradiso. L’area sulla quale la chiesa fu realizzata fu donata – manco a dirlo – da un giovanissimo principe di nome Karim, il capo di una religione non cattolica (gli ismailiti), ma non per questo insensibile alle differenze di culto.
Dopo aver ammirato le opere dello scultore Luciano Minguzzi (lo stesso che, dopo alcuni anni realizzò i magnifici portali d’ingresso in bronzo), valutammo la portata dell’acustica: ottima. Poi, ci informarono che la posa della prima pietra risaliva al 1965, e che di quel luogo di preghiera e di pace si sentiva la mancanza da parte dei numerosi frequentatori di Porto Cervo e dintorni (prima dell’avvento dei Russi e degli Sceicchi arabi), anche da parte dei non credenti.
Insomma, tutto procedeva per il meglio, secondo quanto avevano previsto gli organizzatori, a partire dal celebre don Raimondo Fresi, primo parroco di Stella Maris, il quale cedette poi il testimone a un altro don Raimondo, inteso come Satta, che ci ha lasciato meno di due anni fa (dopo di lui, l’ex vescovo di Tempio Sebastiano Sanguinetti nominò l’attuale, don Giorgio Diana). Noi cantammo. Bene, abbastanza bene, come segnalò alla fine del “concerto” l’esigentissimo nostro direttore. Certo, all’inizio l’emozione ci aveva fatto tremare un po’ le gambe, ma in un paio di minuti rimediammo a quel comprensibile disagio, sfoderando una performance più che sufficiente, grazie ai pezzi migliori del repertorio di musica sacra scelti con sagacia da don Delogu. A distanza di una… vita (parliamo del 1968), quell’esibizione è rimasta scolpita nella memoria dei partecipanti fino ai giorni nostri. La foto di rito, che ha concluso la cerimonia religiosa, forse non lo dà a vedere, ma sinceramente eravamo soddisfatti. Orgogliosi e soddisfatti. Sfogammo la nostra gioia, nello “spuntino” successivo, fatto di pietanze cucinate a casa, quelle che caratterizzavano le gite fuori porta del coro: le immancabili cotolette, le polpettine, uova sode a volontà (uno di noi ne mangiò sedici: un record), formaggio, pomodori, melanzane e zucchine fritte. Eppoi, birra, tanta, non troppa. Tornammo a casa, felici come una Pasqua. Eppure, non avevamo compiuto nessuna impresa miracolosa: eravamo stati bene, in pace con noi stessi, ridendo, cantando, senza pensare di voler cambiare il mondo. Contenti per averci provato, senza esserci riusciti come avremmo voluto.

