(Il nostro collaboratore Romeo Valdinelli ci ha inviato questo inedito ricordo, ambientato in un’Olbia che non c’è pià, sul…modo in cui NON bisogna mangiare il polpo)

Io, del Buondì Motta, mi ricordo di averlo mangiato una sola volta, alcuni decenni fa, nella premiata vineria Forteleoni, in piazza Matteotti, a Olbia, in pieno centro. Ero sbronzo, lo confesso. Sbronzo e affamato. Passai da quelle parti, a piedi, e mi sentii chiamare da un amico (beh, diciamo che era un conoscente). Mi invitò a entrare, cazzeggiammo un po’, e mi offrì da bere. Reduce da una festicciola di compleanno (si usavano molto, nelle case private), Io avevo fatto il pieno. “Bevo – risposi all’invito – solo se c’è qualcosa da mangiucchiare”. Forteleoni cucinava un polpo in umido che era una delizia. Sapido, piccante, consistenza al punto giusto. Bisognava accompagnarlo anche col pane, però. Ma alle otto di sera il cestino del pane era desolatamente vuoto. Non c’era neanche un centimetro quadrato di carasau. L’unica cosa disponibile era appunto un Buondì Motta. Quella pastarella, concepita per la prima colazione o per uno spuntino di metà mattinata, accompagnò il polpo nel suo viaggio verso il mio stomaco. Con quel prodotto, tempestato di chicchi di zucchero bianchissimo, ci feci una sontuosa scarpetta. LasciaI il piatto immacolato, riscuotendo l’applauso del gestore della vineria. Il quale, in olbiese stretto, espresse questa valutazione: Masciu me’, itte coragghju as appidu… (che coraggio hai avuto…). Da quel giorno, e di giorni ne sono trascorsi davvero tanti, non ho più sfiorato un Buondì Motta. E difficilmente lo farò in futuro.