Confesso: non conoscevo questo toponimo. L’ho scoperto leggendo l’interessante libro Olòdromu, opera di Simplicio Usai edito dalla casa editrice Taphros di Olbia. Mi ha incuriosito tanto che mi sono messo a cercare notizie su questo luogo posto all’imboccaggio del porto di Olbia e ho trovato qualcosa, poca, ma qualcosina l’ho trovata.
Partiamo da lontano. La grande guerra 1915/1918 l’Italia l’ha combattuta soprattutto per terra, ai confini con l’Austria, con episodi sporadici anche sul mare. Però, anche sul mare, soprattutto nel Tirreno, si combatteva un nemico molto insidioso: i sottomarini tedeschi. Per tutta la durata del conflitto la Piazzaforte della Maddalena ebbe poca rilevanza sul piano bellico. Per far fronte alle esigenze di guerra occorrevano però strumenti efficaci, come per esempio velivoli da impiegare nella perlustrazione del mar Tirreno dall’alto in funzione antisommergibili. La guerra, che fino a quel momento aveva interessato solo marginalmente la Sardegna, ora, con i sottomarini nemici, si era avvicinata pericolosamente alla nostra isola.
Il Tripoli, piroscafo postale di proprietà della compagnia Navigazione Generale Italiana, impiegato sulla linea Civitavecchia-Golfo Aranci, fu attaccato da un sottomarino la prima volta il 13 ottobre 1917 a poche miglia dall’isola di Tavolara. Gli furono lanciati due siluri, ma nessuno dei due andò a segno, grazie alle vedette che dettero immediatamente l’allarme e, zigzagando sul mare, il Tripoli riuscì a schivare i colpi. Visto il fallimento dell’azione, il comandante dell’U bot ordinava di sparare alcuni colpi con il cannone, che colpivano la fiancata della nave, facendo due vittime e ferendo 17 persone. Il sottomarino non lanciò altri siluri e si inabissò. Visto il grande pericolo e l’insidia dei mezzi subacquei tedeschi, il ministero della guerra dava disposizioni affinchè fosse creata immediatamente una base per idrovolanti a Terranova, la scelta della superficie marina cade sull’antico Porto Romano, fu una scelta azzeccata, vista la posizione facilmente difendibile e la velocità d’intervento in caso di necessità. La base si rivelò utilissima tanto che, pochi anni dopo, fu costruito un vero e proprio idroscalo con caserma, hangar, centrale elettrica, officine e stazione meteorologica.
La notte tra il 17 e il 18 marzo del 1918 il Tripoli fu nuovamente attaccato e non gli andò altrettanto bene come il 13 ottobre dell’anno prima. Per lo stato di guerra, il postale per Civitavecchia era scortato ogni notte dalla nave armata Principessa Mafalda che faceva base alla Maddalena; la nave accompagnava il Tripoli fino alla metà del percorso, per
poi lasciarlo in custodia del mezzo navale che aveva scortato l’altra che era partita da Civitavecchia. Quella notte però il mare si era ingrossato e il Mafalda, dopo poche miglia di scorta, non lontano da Capo Figari, aveva invertito la rotta e lasciato da solo il Tripoli a navigare nel buio della notte perché, a detta del comandante, il mare si era ingrossato troppo pertanto erano stati costretti a rientrare alla base della Maddalena. La decisione fu fatale: quella notte il Tripoli fu attaccato da un sottomarino tedesco e, nel giro di 4 ore, affondato. Alle prime luci dell’alba si levò in volo uno dei due idrovolanti dalla base dell’idroscalo di Terranova, ma senza successo: la tragedia si era ormai conclusa.
I sommergibili diventavano sempre più audaci, si temeva un attacco alla base pertanto si pensò di proteggere con uno sbarramento di reti antisiluro posizionate proprio nella parte più stretta del porto interno, cioè tra la punta di Cala Saccaia a nord e Sa Punta de su Fanale a sud, nella spiaggia de Su Boschetto. Sopra la Punta de Su Fanale fu costruita una grossa bitta in calcestruzzo, visibile fino a pochi anni fa, oggi sommersa, a poca distanza dalla riva, a causa dell’erosione della spiaggia dove si trovava. Esiste invece ancora oggi, ed è visibile e visitabile, la piattaforma in calcestruzzo dove era posizionato il paranco, o verricello, che tendeva la rete antisiluro. Nei pressi c’è anche un fabbricato ormai in rovina, che funzionava da posto di guardia e d’alloggio dei militari di turno e guardia alla rete.
Ma, e Su Vinci? A prima vista sembrerebbe un cognome, cognome che ha dato origine al toponimo, ma non lo è. E allora? Leggendo la spiegazione che ne dà Simplicio Usai (spiegazione che condivido) si capisce l’origine del toponimo. Il toponimo nasce dalla poca conoscenza dell’inglese di chi, finita la guerra, arrivò per primo ad osservare
quel paranco abbandonato. Scrive Simplicio Usai: “L’origine del toponimo Su Vinci potrebbe derivare dalla targhetta scritta in inglese, applicata sulla struttura del macchinario, che ne riportava le caratteristiche tecniche (marca, tipo, luogo di fabbricazione) e su cui era scritta la parola Winch, che tradotta in italiano significa “argano”. Sono diverse e strane le vie che portano alla diffusione di un toponimo nella lingua comune. Winch sulla bocca di chi aveva poca dimestichezza con l’inglese diventa “Vinci” il quale aggiungendo l’articolo “il”, che tradotto in terranovese diventa l’articolo “su”, ed ecco che abbiamo il toponimo al completo: “Su Vinci”. Curioso come la storpiatura di una sconosciuta parola straniera possa diventare un toponimo olbiese a tutti gli effetti.

