Ci chiamavano gli Amici Miei in salsa sarda. E la cosa, in fondo, non ci dispiaceva. Nessuno si è mai chiesto chi fosse tra di noi l’Ugo Tognazzi di turno, o l’equivalente di Adolfo Celi, il sosia di Philippe Noiret o di Renzo Montagnani, ma non importa. Contava che somigliavamo molto a quella gioiosa combriccola di persone, diciamo “mature”, tutte con una professione, una famiglia, dei figli. Ci piaceva stare assieme, a cena. Eppoi, magari dopo qualche abbuffata e un’adeguata libagione, verso mezzanotte andavamo a suonare i campanelli di qualche palazzo (ma anche di case singole), per poi scappare: non sarebbe stato carino essere riconosciuti (qualcuno è stato bravo e, col pigiamino addosso, ci ha apostrofato in malo modo: “Ma non si vergogna signor…., proprio lei che è una persona perbene, si mette a fare questi stupidi scherzi svegliando la gente”). La premessa serve a spiegare che quella volta volevamo strafare e magari esibirci in qualche numero dei nostri lontano dalla Sardegna, dove nessuno ci potesse riconoscere.
Trascinati e ispirati dalla nostra enorme passione per il calcio, con la scusa di seguire l’Olbia impegnata (il 26 marzo 1995) la domenica successiva a Trento (città meravigliosa, che il sottoscritto conosceva per averci lavorato alcuni mesi), decidemmo di partire… con qualche giorno d’anticipo: giovedì, anziché sabato come si faceva di solito. Le conferme arrivavano piano piano perché qualcuno aveva le mogli da convincere: alla fine arrivammo a sedici. Ok, prenotammo due pullmini a nove posti, all’aeroporto di Linate. Detto fatto, giovedì pomeriggio atterrammo a Milano (e già in aereo qualcuno faceva lo spiritoso con un’hostess graziosissima che offriva, e si faceva rubare, caramelle a go go (allora si poteva) e in un batter d’occhio prendemmo le chiavi dei due mezzi: uno lo guidavo io, l’altro Mauro Putzu, l’allora patron dell’Olbia calcio. Appena saliti a bordo, ecco le solite canzoni: A ballare a bidda noa, chi b’a ghente diveltida, a comare l’ana ida con unu piseddu in coa…”, era la più gettonata, essendo una specie di inno cittadino. Per non annoiarci, in autostrada, rischiando multe e qualcos’altro, cominciammo la nostra gara. Mauro mi sorpassava, e tutti gli altri accompagnavano la bravata con quella che amabilmente veniva chiamata la “fotografia”. Per chi non lo sapesse, tutti i passeggeri, mostravano il loro lato B (il sedere, insomma) durante la manovra, urlando e ridendo a crepapelle. Ci rincuorarono assicurandoci che la “fotografia” era venuta bene. Eh, no: quell’affronto non poteva essere tollerato. Il nostro equipaggio doveva rendere pan per focaccia. “Culo per culo”, mormorò uno di noi, il più sboccato. E così, eccomi in corsia di sorpasso, con i volti degli automobilisti dell’autostrada increduli e scandalizzati, e soprattutto ecco la manovra immediata dei pantaloni calati in un nanosecondo: il click di ritorno era cosa fatta. “Siete venuti bene pure voi”, annunciammo, tronfi. Ancora valanghe di risate.
Il viaggio non poteva essere monotono, per cui il conducente dell’altro mezzo cominciò a (ri)sorpassare il nostro ondeggiando e avvicinandosi paurosamente al mio; e io, tanto per non essere da meno, ricambiai la performance. Una volta, due, tre. Finché l’ex rocciosissimo difensore dell’Olbia Pinuccio Petta (incubo degli attaccanti dell’epoca in cui giocava lui), seduto accanto a me, mi mostrò il pugno chiuso, a due centimetri dal mento: “Augu’ – mi minacciò – se non la smetti, ti mollo un cazzotto”. Forse non lo avrebbe mai fatto, ma io – per sicurezza – obbedii immediatamente, con immenso dispiacere di Mauro che mi provocava senza che io abboccassi neanche per un attimo.
Finalmente arrivammo. Il paese – si fa per dire – si chiamava Vason, 52 abitanti, 1600 metri di altitudine, vista mozzafiato sul Monte Bondone. Per trovare l’albergo (si fa per dire), impiegammo due secondi e mezzo: senza scervellarsi molto, i proprietari l’avevano chiamato Hotel Vason. Ci accolse una signorina, un po’ impettita, forse perché aveva notato la strana vivacità di quella congrega di uomini un po’ attempati che non amavano parlare sottovoce, soprattutto quando erano impegnati a programmare gli impegni (!) della mini vacanza, a partire dalla prima (e non ultima) cena. “Signori – mormorò la receptionist – questo è un posto tranquillo, quindi niente schiamazzi: regolatevi”. La signorina non aveva capito nulla. Soprattutto non aveva capito che, se avesse ripetuto l’invito a far da bravi come nelle famiglie del Mulino Bianco, noi avremmo rimesso in moto i pullmini e ce ne saremmo andati su due piedi. Appena realizzò che avrebbe perso sedici clienti in un colpo solo in un albergo che forse ne conteneva trenta, ecco l’inversione a U (la sua). “Ma io scherzavo….”. Bene, noi (in quel caso) no”.
(continua)

