(Lo scorso 7 giugno abbiamo pubblicato il ricordo di una vacanza del 1995 un po’… movimentata. Un gruppo di tifosi non proprio giovanissimi – una sorta di “Amici Miei” in salsa sarda – stavano per concludere la loro prima giornata a Vason, 52 abitanti, una località che si affaccia su Trento. Ecco la seconda e ultima puntata)

Prendiamo possesso delle nostre camere. Quasi tutti avevano una singola, altri dovevano dividerla con un amico. Uno della compagnia (lo avremmo saputo solo dopo un’oretta, quando eravamo seduti a tavola) ebbe da ridire: era sì, solo, ma nella stanza già spartana di suo mancava il televisore e la protesta durò per giorni, al punto che qualcuno stava per smontare la sua tv e piazzargliela in camera, purché la smettesse. Un altro ancora, Massimo Degortes, aveva notato che il suo compagno di camera si tratteneva un po’ troppo in bagno solo perché usava una decina di creme per restare giovane. Sistemate le valigie, ci accomodammo e l’attesa delle ordinazioni non fu tranquillissima. “Signorina – avvertì uno della ciurma, rivolto alla cameriera – tenga presente che noi mangiamo molto, e soprattutto innaffiamo il nostro cibo con una congrua quantità di quello buono”. Il menù non era da ristorante stellato: però non mancava un buon primo a base di Canederli (specialità del territorio), poi carne a volontà, formaggi e dessert. Più o meno, ci eravamo uniformati alle proposte della ragazza factotum che cominciava a penderci sul serio. Intanto notammo che i nostri vicini di banco – un gruppo di una ventina di turisti tedeschi impettiti, sfigati e inquadrati da un capo comitiva non proprio simpatico – osservavano tutto ciò che noi facevamo e commentavano sottovoce con sdegno, quasi che noi capissimo la loro lingua. A un certo odore sospetto, un crucco rivolse lo sguardo a uno di noi (che non aveva nessuna colpa di quell’incidente) per indicargli la strada della toilette, che stava al piano di sotto. Stiamo ridendo a distanza di vent’ani.

Il bello (si fa per dire) arrivò nel momento in cui scegliemmo il vino. Per le informazioni in nostro possesso, sarebbe andato benone il Teroldego Rotaliano, tipico prodotto locale con un ottimo rapporto qualità-prezzo. Lo assaggiò, su nostra esplicita delega (alzata di mano), Pinuccio Petta. Ok, esame passato: il vino era approvato. Sulla nostra tavola ne atterrarono quattro, di bottiglie da 75 cl. In due minuti e mezzo, due erano già state scolate (record mondiale); le altre avrebbero subìto la stessa sorte dopo altri tre minuti. Che si fa? Beh, non si lascia, ma si raddoppia. E qui cascò l’asino. La ragazza, un poco rossa di vergogna, si avvicinò al tavolo e candidamente ammise che “il Teroldego è finito”. Senza intaccare il buonumore di fondo della combriccola (ci voleva ben altro), la ferale notizia non fu accolta benissimo. Volarono insulti (moderati), altri furono più comprensivi, altri ancora chiesero se fosse stato possibile andare a comprare altro vino. E quella: “Sì, a Trento. Ma a quest’ora troviamo chiuso”. Vabbè, rimediammo con un’altra marca ma ci togliemmo una piccola soddisfazione: “Signorina, gliel’abbiamo detto subito che non accettiamo di essere messi a tacere, e diventiamo matti se scopriamo che – nel bel mezzo della cena – manca la cosa più importante, cioè il vino”. La ragazza chiese perdono e promise di rimediare al più presto. Fu di parola. La mattina dopo infatti fummo svegliati dall’odioso rumore di un Tir dal quale un paio di ragazzi scaricarono almeno quaranta casse di Teroldego Rotaliano, che tra l’altro si rivelò ancora più gradevole di quello che avevamo solo… assaggiato la sera prima. “Spero che basti – scherzò – la receptionist ricordando che il nostro soggiorno sarebbe durato ancora due giorni”.

La giornata era splendida. Ci aspettavano due ore di cazzeggio allo stato puro, quando Mauro Putzu propose di farci un giretto in macchina. Anzi, in pullmino. Mal ce ne incolse. Se non si stava attenti nell’abbordare le curve, quei terribili tornanti si sarebbero trasformati in anticamera della morte. E infatti qualcuno di noi pregò a lungo (dopo aver urlato mille improperi e maledizioni a chi aveva avuto quella brillante idea): capitò infatti che Mauro voleva sperimentare il regolare funzionamento del freno a mano per provocare uno di quei testacoda che, ancora oggi, a vent’anni di distanza, fanno venire i brividi. Io stesso mi vergogno di ammettere che – com’era accaduto in autostrada, da Milano a Vason (vedi prima puntata) ho emulato la folle manovra, cercando di rispettare un pò di più i limiti di sicurezza. Cosa che non accadde all’altro mezzo che si bloccò a dieci centimetri dal baratro, con il noto commercialista nonché potente azionista dell’Olbia calcio Libero Balata alle prese con un repertorio di insulti da record mondiale.

Sapevamo che a Trento c’erano diversi ristoranti (una delle nostre, smodate passioni) di livello, ma qualche anno prima ci era piaciuto Chiesa. Detto fatto, prenotammo per tempo e la sera il padrone di casa ci accolse con un sorriso grande così: si ricordava bene del… conto pagato alcuni anni prima (accendemmo un piccolo… mutuo per saldarlo) e anche del casino fatto a cena, mentre si gustava il cervo con polenta, la Carne Salada, il risotto mantecato al… Teroldego (toh, chi si ribeve!), gli strigoli alle erbette, lo strudel di mele. Cena indimenticabile. Gli ettolitri di vino tracannati (ancora Teroldego Rotaliano) fecero effetto appena ci alzammo da tavola. Le gambe facevano Giacomo Giacomo: per restare in piedi, con un minimo di stabilità, era obbligatorio appoggiarsi a quei mobili in legno massello che arredavano la bella sala nella quale ci avevano accolti. Il conto, comunque, riuscimmo a pagarlo, grazie a un secondo… mutuo.

L’aria frizzante di Trento, dopo mezzanotte, ci aiutò a sventiare (verbo olbiese che significa smaltire la sbornia), almeno un po’. Ma non ci andava ancora di metterci in macchina, tornare a Vason per farci abbracciare da Morfeo. E così il teatro del nostro divertimento diventò un bel parco, un polmone verde realizzato dal Comune per far giocare i ragazzini. A quell’ora era ovviamente vuoto e noi… ragazzini decidemmo di emozionarci con i giochi a disposizione. Ok per gli scivoli, per le altalene, per il nascondino, ma al sottoscritto per esempio piacque molto una pantera, nera come la pece, cementata nel terreno. Ci montai su, con una voglia matta di cavalcarla per vincere un improbabile rodeo, come se fossi il mio amato Tex Willer. Chissà perché, quel felino non si muoveva di un millimetro, nonostante il mio invito a galoppare verso chissà quale meta. Il pubblico presente – in particolare ricordo il compianto Gianni Scugugia “Scuggy” e Robertino Putzu – faceva il tifo per me, senza affondare il coltello nella piaga, cioè senza farmi pesare che il mio tasso alcolico fosse da… ergastolo, ma pure il loro avrebbe ridotto in poltiglia qualsiasi alcoltest. Il rodeo finì miseramente: aveva vinto la pantera, avevo perso io che volevo passare alla storia come il fantino di Trento che sognava di imitare il celebre ranger del Texas. Riuscimmo in qualche modo a tornare verso Vason e, non contenti, ci imbattemmo in una ragazza sui trenta, non proprio filiforme. Era simpatica, però. Trovarsi di fronte quei sedici maschietti un po’ (!) imbenzinati e dunque in vena di complimenti nei suoi confronti, l’aveva scioccata. Lei stessa disse che era “un bel po’ che non si vedevano da queste parti dei bei ragazzi come voi”. Uno di noi gradì molto e tentò anche di conquistare la ragazza con delle performance non raccontabili in questa sede (un nome? Domenico Degortes “Nigheddu”). A un altro ancora brillavano gli occhi al solo pensiero che la ragazza, disinibita e spontanea, non si sarebbe opposta a un approccio intimo. Non se ne fece nulla: almeno questa fu la versione ufficiale. L’indomani mattina, dormimmo come dei ghiri. Ci alzammo tardi, senza neanche un piccolo mal di testa: miracolo del Teroldego. Saltammo la colazione. E pure il pranzo. Arrivammo allo stadio un po’ cotti e sbalestrati. Già, c’era la partita. Quasi ci eravamo dimenticati di essere partiti per Trento-Olbia, per sostenere mister Sergio Bagatti, applaudire Massimo Mariani, Piero Spanu “Buccia”, Sebastian Pitta, Massimiliano Laghi, Danilo Modde, Alessandro Manca. Perdemmo per 1-0 su rigore. Ma non ne facemmo un dramma perché noi, la partita, l’avevamo già vinta. A Vason, nell’improbabile corsa ippica con la pantera e con il Teroldego Rotaliano.