(Un altro contributo al dibattito sulle energie rinnovabili proprio nel giorno in cui il consiglio regionale è impegnato nella discussione della legge della giunta regionale sul rinvio degli impianti)
Eolico, dorsale del metano, Tyrrhenian link. Il dibattito sull’energia in Sardegna si è ormai radicalizzato. In campo ambientalisti, forze politiche, imprenditori, editori, faccendieri. Intanto, in questo stato confusionale della politica e del dibattito pubblico, la Sardegna resta al palo. Qual è il futuro energetico dell’Isola? Vattelapesca.
Ci aveva provato Francesco Pigliaru, presidente della Giunta regionale dal 2014 al 2019. All’epoca era in voga la dorsale che, inizialmente, avrebbe dovuto importare gas per alimentare le centrali della Sardegna, per poi diventare condotta adibita al trasporto dell’idrogeno. Autentica fonte alternativa, pulita e inesauribile. Il progetto si è poi impigliato in chissà quali lacciuoli burocratici, anche perché Pigliaru aveva il suo daffare per rintuzzare gli attacchi dell’opposizione e il fuoco amico proveniente dalla sua maggioranza. Adesso, la dorsale rappresenta, per questo variegato movimento di opposizione alla transizione energetica (perché di questo si tratta) la quintessenza della colonizzazione della Sardegna, il simbolo dell’assalto di non meglio identificati predoni.
Sempre all’epoca, il governo nazionale chiese alla Sardegna di contribuire con l’eolico al fabbisogno energetico del Paese. Una richiesta legittima ma, allora come adesso, si trattava di stabilire in che misura, come, con quali mezzi. E soprattutto, quale contropartita per l’Isola.
In Basilicata, per fare un esempio, i cittadini praticamente non pagano bolletta energetica, quale compensazione del contributo che danno con i pozzi di gas naturale.
Insomma si sarebbero dovuti definire i particolari. Niente di tutto questo è stato fatto e la questione energetica è diventata un far west. Migliaia di progetti, un’opposizione sempre più decisa che unisce settori della vita civile diversi fra loro e, soprattutto, un groviglio di opinioni che hanno sollevato un polverone attraverso il quale è impossibile distinguere il falso (e il pretestuoso) dal vero. Resta un dato: il 90 per cento dell’energia che si consuma nell’Isola proviene dal carbone. Davvero pensiamo di continuare così?
Servirebbe una riflessione seria su ambiente, paesaggio (che sono due cose diverse), energia alternativa.
Ma è una levata di scudi, nessuno vuole le pale eoliche e i pannelli fotovoltaici nel proprio territorio. In linea con il famoso detto americano not in my backyard, non nel giardino dietro casa mia. Ma se dessimo retta a questo adagio, non potremmo installare da nessuna parte termovalorizzatori, depositi di scorie nucleari (dove mettere i rifiuti radioattivi prodotti dalla medicina nucleare? Qualcuno ha mai dato una risposta?), campi di accoglienza per migranti, centri di recupero per tossicodipendenti e così via.
Non vogliamo pale a Saccargia? Giusto, giustissimo, sacrosanto. Ma perché non nel cimitero industriale di Porto Torres o Ottana?
Ma il rischio più grande è un altro. Cioè la possibilità, già adombrata da qualcuno, di rivedere il Piano paesaggistico e bloccare tutto. Così, oltre alle pale, si frenerebbe anche lo sviluppo e quindi il futuro della Sardegna. C’è chi in nome di una battaglia ideologica e di una parodia di sardismo (Isola paradiso terrestre, intoccabile, arcaica) e chi per meri interessi personali vuole condannare la nostra terra all’arretratezza. Questi sì che andrebbero fermati.

