Prima della pubblicazione dell’Editto di Saint Cloud, emanato da Napoleone Bonaparte il 12 giugno 1804, esteso all’Italia nel 1806, si usava seppellire i defunti all’interno delle chiese fossero civili, borghesi o religiosi. L’editto stabiliva che le sepolture dovevano essere fatte al di fuori delle chiese e delle mura cittadine, in luoghi appositamente destinati, arieggiati e soleggiati, inoltre le tombe dovevano essere tutte uguali. Si volevano così evitare discriminazioni tra i defunti e, soprattutto, salvaguardare la salute pubblica. Anche la Sardegna dovette adeguarsi alle disposizioni napoleoniche, pertanto i paesi dell’Isola s’impegnarono nella costruzione dei nuovi cimiteri. A Terranova, fino ad allora, le sepolture avvenivano nelle cripte sottostanti la chiesa di San Paolo e nelle sei cripte poste ai lati dell’aula appartenenti alle famiglie terranovesi più facoltose. La
sepoltura era una cerimonia non molto lunga: impartita la benedizione, il corpo del defunto, avvolto in un sudario, era deposto nella cripta con rispetto e delicatezza ma in modo sbrigativo, perché il fetore che regnava in quelle “fosse” era nauseabondo. Anche i fedeli, che assistevano alle diverse funzioni religiose nell’arco della giornata, erano costretti a respirare il rivoltante olezzo che esalava dalle botole non a chiusura ermetica. Per mitigare il disagio, periodicamente le cripte erano “bonificate” da operai che provvedevano a ricoprire con calce viva i corpi in decomposizione.
Dopo l’Editto, in tutti i paesi della Gallura i sindaci iniziarono a edificare camposanti,
durante la notte però i cittadini li abbattevano. Anche a Terranova, come nel resto della Gallura, i fedeli non ne volevano sapere di essere sepolti in un camposanto, fuori dalla loro chiesa parrocchiale, convincerli che era vietato dalla legge non fu impresa facile. Le tensioni e gli scontri, che si trascinavano da tempo tra popolazione e amministrazione comunale, furono superati quando qualcuno ebbe la felice idea di costruire il cimitero con una architettura che sembrasse una chiesa. Per il “nuovo” cimitero di Terranova fu scelta una lieve altura posta nei pressi della chiesa di San Simplicio. Numerosi blocchi di granito furono impiegati sfruttando le antiche mura cartaginesi usate come base per costruire il muro di cinta del cimitero. Sotto il pavimento della chiesa-cimitero si trovavano due cripte, dove si continuava a seppellire i defunti. Per i terranovesi ora il seppellimento al di fuori dalla chiesa di San Paolo è accettato serenamente.
Il “nuovo” cimitero aveva l’apparenza di una chiesa con le sue navate, gli archi, un altare e perfino una nicchia per i santi. Tutto questo ora rasserenava gli animi dei parenti del defunto. Alla fine dell’Ottocento il cimitero fu dismesso e costruito il “nuovo” in località Paule Longa (via Roma). Fu così che su campusantu ezzu fu abbandonato e lasciato nell’oblio per troppi anni in balìa dei curiosi. Purtroppo nell’arco dei decenni le due cripte sono state profanate e saccheggiate più per gioco che per vero interesse. I ragazzi si introducevano per dimostrare il loro coraggio ai timorosi compagni di gioco che rimanevano fuori, profanando un luogo in passato ritenuto sacro, oggi convertito in palestra e luogo di giochi, di scherzi e di risate da una gioventù spensierata (o incosciente?).

