Cambia, quanto cambia l’Ardia di San Costantino, col passare degli anni. Quanto è cambiata, nel suo apparente perdurare identica.
Si sono fatti grandi i cavalieri di testa, per esempio, perché la denatalità ha ridotto la platea dei ragazzi affluenti, nel paese tornato a duemila abitanti; perché è lungo l’elenco di chi ha chiesto sa pandela al parroco e si arriva ad averla a cinquant’anni, anche di più. Perché un uomo di quell’età a capo della corsa, con i due dietro di lui, scelti da lui, come i tre di quest’anno, sono figure solide del mondo rurale, sanno condurre il cavallo, sanno regolare prima i rapporti con chi li inseguirà nella corsa, come si sopiscono le tensioni, che percepiscono, come spuntare rivalità, frenare la competizione irruenta. Sos ispuntigliantes – gli incalzanti, quelli che si lanciano a capofitto dietro le tre bandiere per provare ad avvicinarle e insidiarne la gerarchia, diminuiscono per cento altre ragioni, molti ragazzi hanno imparato a cavalcare nei maneggi, non hanno l’ardore magari scomposto della scuola impropria degli
altipiani sassosi.
Le relazioni nella vita di campagna, le dinamiche del villaggio che ne conseguono, e dalla quale dimensione continuano a venire la gran parte dei cavalieri, non ribollono più, nel paese dove sono esplose in violenza non troppi decenni fa.
E poi, c’è ancora qualcuno disposto a morire per questo rito? Sono cambiamenti nel profondo. E l’Ardia che è stata sempre espressione del paese che se ne è appropriato nei primi dell’Ottocento, strappando i gonfaloni agli scanesi (Scano Montiferro) e la processione alle contrade del Capo di Sopra (da Sassari al Logudoro), trasformandola in corsa selvaggia – continua a rifletterne lo spirito, le pulsioni, nel gioco delle trasformazioni sociali, delle gerarchie rurali, fra intromissioni di ambienti collaterali, il comune, la prefettura, le burocrazie, l’apparato spettacolista e folclorico con le sue esigenze, la tv, la diretta, la chiesa con le sue pretese e le molte insicurezze (a cominciare da quella sul confine incerto fra santità e storia criminale di Costantino, fra religiosità popolare e creduloneria superstiziosa dei riti di questi giorni), eccetera.
La festa, e più della festa l’Ardia, era in crisi alla fine degli anni ’60 primi ’70, ridotta a un drappello di cavalieri, a rischio estinzione, stavano sparendo i cavalli sostituiti dalle macchine, e l’hanno salvata gli operai, i sedilesi da poco assunti in fabbrica a Ottana: sembra incredibile, per la vulgata del selvaggio dell’Ardia, l’azzardo pastorale arcaico, premoderno, antimoderno, ma è andata così.
La festa di Sedilo è del genere delle cose vive che è quando provano a irrigidirla in regole, a leggerla con chiavi banali, nei cliché folcloristici (del tipo: guai a far correre un forestiero, guai una donna, e si parte da lì e si fa quel giro, poi quella mossa: tutte cose smentite dal casuale che ogni tanto si riafferma, dal cervellotico di un cavaliere, dalle bizze di un cavallo, la fissazione di un parroco) e invece è allora che rischia di perdere autenticità, di farsi spettacolo senza passioni, senza emozioni, ripetizione stanca.
È un rischio che corre in questi anni, lo corre anche per la rigidità della disciplina che impone transenne e distanze, una legislazione irrigidita quindici anni fa da una sottosegretaria leghista del governo Berlusconi per tutte le feste a cavallo, che in questa valletta affacciata sul Tirso appare impropria, ma non irragionevole (chi sale a cavallo non si ubriachi, il cavallo sia sano, controllato, la folla che partecipa stia a distanza di sicurezza).
Non è quasi più possibile l’esperienza del brivido e finanche del terrore, per chi la guarda, il farsi sfiorare dai cavalli in corsa lungo il sentiero che l’Ardia percorre da Su Frontigheddu al santuario, e poi discendendone. Hanno rifatto nella Corte di San Costantino i muretti “a secco” compattandoli con cemento, non ti cascano più sotto i piedi, non ti dovrebbe arrivare addosso un cavallo scosso.
E tuttavia, e nonostante tutto questo, bastava vedere la partenza di Mario Meloni pandela prima di quest’anno l’altra sera per San Pietro alle prove tradizionali dei tre di testa, per capire il fascino che resta. L’uomo, con un cavallo a quella prima prova, con Michele Carboni e Tittineddu Atzas appena dietro ma su propri animali sperimentati, ha impiegato qualche minuto a (farlo) partire. E il cavallo “ballettava”, un po’ assecondato in questa danza e un po’ sollecitato a smettere e a decidersi a guardare quel dirupo e a gettarcisi, finalmente.
Infine l’ha fatto, in una cavalcata pazzesca, sciogliendo la tensione delle migliaia di persone che da qualche anno vanno ad assistere a queste prove una volta quasi private, per la propria cerchia di amici, i consigli di famiglia. Si era fatto in quei due minuti un silenzio impressionante, sembrava un’eternità, e quelle tre figure appese a quell’altezza, alla sommità del colle, il sole dietro di loro in faccia alla gente,
sembravano da lontano vittime sacrificali di un rito arcaico inspiegabile, misterioso, assurdo, condiviso.
Oggi, intorno alle sette del pomeriggio, e domani mattina intorno alle 8, succederà davanti a una folla straripante ancorché contenuta fra transenne e muri solidi. Succederà più volte, che la tensione sale e il respiro si ferma, alla partenza, all’attraversamento dell’arco, e nella corsa dalla chiesa verso Sa Muredda, nel pendolo delle accelerazioni brutali e degli improvvisi appagamenti.
La folla straripante: ma attenzione ai margini di questa folla, ai rivoli che se ne distaccano, osservate la gente in chiesa, fra le pareti tappezzate di ex voto, i giri della chiesa a piedi (certo, non più a brenugos istrazzende…) nelle ore apparentemente morte dei due giorni di San Costantino.
Vengono da zone precise della Sardegna, la vasta area sassarese e sino ai confini
della Gallura, dal Logudoro al Goceano, pattadesi e di Alà. Lì nasce il rito di San Costantino, a Sedilo sconosciuto, da lì vengono gli ex voto, il pellegrinaggio religioso. La letteratura – poca – sulla festa, è di Pietro Casu di Berchidda e di Antonio Mura di Bono, è passato un secolo.
Attenzione al femminile della festa, indifferente all’Ardia, persino ostile, sono state cacciate dalle processioni che fino a trent’anni fa si formavano dietro i cavalli, così ricreano spazi propri, preghiere mute, in orari imprevedibili, come cristiani delle origini. Gli uomini sì, si vedono, si mostrano, vengono a gruppi prevalentemente dalla vicina Barbagia indifferente al santo (salvo Orotelli, Sarule), e anzi cresce questa umanità che prende passione per l’Ardia, conosce i cavalieri, ancor più i cavalli, le genealogie: i cavalli che si prendevano in prestito per la corsa di Sedilo, una volta, perché i poveri non li possedevano, ora sono tutti di proprietà, selezionati, ben tenuti nei pascoli di queste steppe assolate, sembrano sentire l’aria – l’ora – dell’Ardia.

