Portavo i pantaloni corti quando ho cominciato a tenere per l’Olbia. Al campo (che non si chiamava ancora Bruno Nespoli), mi ci portava addirittura mia madre, una supertifosa ante litteram. Andavamo a piedi. Olbia era poco più di un paesotto e uno dei pochi richiami domenicali, per chi amava lo sport, erano proprio le gesta sportive di quella squadra già gloriosa, dalla divisa immacolata, la mitica maglia bianca, con lo scudetto cucito sul petto con l’immagine di Tavolara (la nostra principessa), simbolo di una comunità gioiosa, un po’ spavalda, guascona, ma generosa e ospitale. Al campo, c’erano almeno tremila spettatori per ogni partita, e ricordo bene che – quando non era possibile andare ad assistere alla partita – io non vedevo l’ora di affacciarmi alla finestra di via Palermo per vedere quale fosse l’espressione del viso di quella folla che, dal ponte di ferro, si dirigeva al centro, dopo aver attraversato piazza Crispi e via Regina Elena. Se prevalevano i volti sorridenti, voleva dire che i bianchi avevano vinto; altrimenti, beh, le cose erano andate male.
Il castello dei destini incrociati poi ha fatto sì che molti decenni della mia vita li abbia dovuti trascorrere (con piacere) a stretto contatto con le maglie bianche. Per almeno trent’anni – da semplice collaboratore addetto alle intervistine negli spogliatoi, fino ad arrivare a seguire la squadra (in casa e in trasferta) da semplice cronista e da inviato del giornale più diffuso nel territorio – ho sofferto e gioito, a fasi alterne, per le vicende di questo club che ha sfornato una miriade di piccoli campioni e ha ospitato centinaia di calciatori, molti dei quali hanno pensato bene di fermarsi, mettere su famiglia anche dopo aver appeso i classici scarpini al chiodo. Molti di loro, i sopravvissuti, tornano ancora ogni estate e si cibano – oltre che di cozze – di nostalgici amarcord. Impossibile, dopo tanti anni di… militanza da supporter mascherato da giornalista, e di lontananza fisica dalla città, staccarsi dall’Olbia nella fase in cui non c’era più l’obbligo di raccontare la partita, farsi amici e soprattutto nemici con le maledette pagelle (una volta Ernesto Truddaiu stava per alzare le mani su di me, dopo un “4” che veniva dopo una caterva di “8” e persino di “9”), o rivelare e scrivere sul giornale retroscena inediti grazie alla profonda amicizia (sul piano strettamente personale) con dirigenti d’altri tempi.
I dirigenti, già. Ne ho conosciuti tanti, fin dai tempi del mitico Elio Pintus, un uomo facoltoso e generoso che ha rischiato molto a causa del suo smodato amore per il calcio e per un’Olbia indimenticabile.
Purtroppo ho conosciuto anche quelli di oggi, che passeranno tristemente alla storia come coloro che hanno distrutto un’immagine conquistata con polvere, sudore e passione da molte generazioni di tifosi. Anche di quelli che non si consumavano i pantaloni sedendosi negli scomodi spalti del Nespoli, ma che tenevano alle sorti della squadra, solo perché era una delle espressioni più felici della comunità. Oggi, si è toccato il fondo. L’immagine è di poco superiore allo zero. Sono stati calpestati tutti i valori nei quali una società, una comunità crede come ragione di vita. Si sono raccontate centinaia di bugie. Si sono fatte promesse che non si era in grado di mantenere. Sono arrivate assicurazioni, con tanto di pompose conferenze stampa, su impegni e risorse disponibili per programmi megagalattici. Retrocessione? No problem: in quattro e quattr’otto il club avrebbe chiesto il ripescaggio. Serie D? Ancora no problem: subito in C, con un organico da paura, in attesa di investimenti milionari per costruire un nuovo campo da gioco con annessi e connessi (centri commerciali, residenze e chi più ne ha più ne metta), e affari immobiliari per cifre astronomiche.
Poi, ci siamo tutti svegliati ed ecco qui che oggi – 16 luglio 2024 – è arrivato il comunicato della Lega Nazionale dilettanti che annuncia di aver espresso un parere negativo sulla domanda di iscrizione alla serie D per la mancanza… di tutto. Cioè del “mancato versamento dell’iscrizione”, della “mancata fidejussione” e della “comunicazione della Covisoc relativa alla posizione debitoria”. Insomma, mancava tutto, a parte… la domanda. Un figura di m…., a dir poco.
L’Olbia è morta? È fallita? Sparisce dalla circolazione? No, non è detto. La stessa Lega rammenta che “la presente pronuncia potrà essere impugnata entro le 14 del 22 luglio”. Sarà un’agonìa o si può intravvedere una fiammella di speranza? Manca poco per scoprirlo e ovviamente esistono due scuole di pensiero: c’è chi si è già rassegnato alla peggiore delle ipotesi (fallimento e campionato di Eccellenza, ad andar bene: altrimenti Prima Categoria)), altri invece vedono una piccola luce in fondo al tunnel.
Il ricorso è pronto, e se ne sta occupando un avvocato molto preparato, abituato a vincere le cause sportive più complicate. È rientrato in gioco Roberto Felleca, che aveva già annunciato la sua intenzione di voler iscrivere la squadra e gestirla nel torneo di serie D, salvo poi essere estromesso da questo ruolo dagli stessi svizzeri che si erano rivolti ad altri per adempiere a tutti gli obblighi: cioè pagare (!) con 74 bonifici fantasma e allestire un organico di prim’ordine, in grado di risalire subito in serie C. Felleca sarebbe ancora pronto, così come sarebbe pronto Ninni Corda che, pur essendo stato assunto dalla Swiss Pro, non avrebbe gradito né condiviso le ultime mosse della compagnie sociale elvetica. Un esperto di questi temi pensa che se entro il 22 luglio (lunedì prossimo) si versano i soldi per l’iscrizione e la fidejussione (si tratterebbe di 53mila euro), e se i calciatori che avanzano gli stipendi arretrati dessero la liberatoria in attesa della escussione della precedente fidejussione, il ricorso potrebbe essere accettato e l’Olbia potrebbe ripartire daccapo. Ci sono due condizioni, dunque, e nessuno sa con certezza se verranno soddisfatte. A prescindere da come andrà a finire, questa sarà la pagina più ignobile e vergognosa di un interminabile capitolo di storia piena di gloria, orgoglio e passione.

