Ha fatto il pieno l’altra sera, allo Scolastico, Sigfrido Ranucci. Ha tenuto per un’ora e mezzo il filo del discorso (giusto per parafrasare il titolo della rassegna letteraria curata dal Comune, sotto la guida della vicesindaca Sabrina Serra) che lo ha reso famoso, illustrando ed esaltando il ruolo del giornalista d’inchiesta, una categoria ormai in via di estinzione. REPORT, la sua trasmissione che va in onda su Rai3, del resto ottiene risultati lusinghieri in termini di ascolti grazie al suo modo tenace di scavare nelle notizie, e di scovare elementi clamorosi di malaffare che spaziano un po’ dappertutto: la politica, la corruzione, gli intrecci tra la criminalità organizzata e gli apparati statali, il ruolo dei magistrati che hanno indagato sulla mafia (l’ultima intervista, rimasta a lungo inedita, di Paolo Borsellino, realizzata poco prima della strage di Capaci è uno dei suoi tanti scoop) sono solo alcuni dei mille temi trattati dalla sua redazione, secondo un modello tracciato con intelligenza, passione e coraggio da Milena Gabanelli.

Rispondendo alle domande del giornalista della Nuova Sardegna Marco Bittau, il conduttore di Report si è soffermato sul tema della libertà di stampa (“l’Italia occupa il 46° posto nella classifica di ‘Reporter senza frontiere”), molto spesso messa a repentaglio da una situazione non certo florida dell’editoria. “Molti giornalisti bravi – ha segnalato – non vengono messi nelle condizioni di poter svolgere il loro lavoro perché ormai le assunzioni scarseggiano, e non si riesce neanche a ottenere l’equo compenso per i giovani che si avvicinano alla professione. Conosco molti casi di colleghi pagati meno di dieci euro ad articolo: in questo modo, non si facilita di certo il giornalismo d’inchiesta, che ha bisogno di essere supportato in diversi modi, a partire dalla copertura dell’azienda nel caso in cui ti debba imbattere in querele per diffamazione e in denunce le più disparate, al punto che io stesso mi sento spesso più sopportato che supportato dalla mia azienda”. Report è un programma che, di querele, ne colleziona parecchie. “E non è vero che arrivano solo da una parte: di recente: Matteo Renzi, i figli del presidente del Senato Ignazio La Russa, Vittorio Sgarbi... potrei continuare. Qualche parlamentare si è addirittura fatto fotografare mentre firmava una denuncia contro di me. Vedendo le cose in prospettiva, con i provvedimenti del governo mirati contro il nostro lavoro che scatteranno tra pochi mesi, i cittadini saranno privati di elementi certi di informazione quando dovranno identificare coloro che commettono reati”. Insomma, non c’è nulla di buono all’orizzonte, ma Sigrifdo Ranucci e la sua squadra non hanno alcuna intenzione di demordere o di arrendersi rispetto a ciò che hanno realizzato, in termini di scoop, nel passato (si è parlato diffusamente del caso Parmalat, in relazione a una collezione di opere d’arte dal valore miliardario). Molti di questi risultati sono riportati nel libro “La Scelta”, oggetto della presentazione di fronte a un pubblico attento e numeroso che è diventata il pretesto per scuotere le coscienze sul ruolo dell’informazione nel Paese, molto spesso – troppo spesso – contigua al potere e non certo “il cane da guardia della democrazia”, come dovrebbe essere. Fare questo tipo di giornalismo significa rischiare ed essere costretti a vivere sotto scorta: 270 si trovano già da tempo sotto tutela, in Italia, 22 – compreso Ranucci, che nel 2021 ha ricevuto minacce di morte da un boss della ‘ndrangheta, che aveva incaricato due killer stranieri di farlo fuori – hanno la scorta 24 ore su 24. “Ma io mi rivolgo a chi ancora ci crede, nel nostro lavoro: contnuiamo, continuate, la strada è quella giusta”.