Fiat Lux è il nome di fantasia (dalla Genesi: «Sia fatta la luce») assegnato al “Polo Sanitario per la Vita” nel romanzo L’attesa, di Silvia Marreddu, da poco in libreria per DeriveApprodi, editore d’avanguardia nel campo della ricerca teorico filosofica con una piccola collana di narrativa nella quale è proposta l’opera prima della scrittrice in parte olbiese (nata a Cagliari, cresciuta a Macomer, trasferitasi a Olbia per lavoro, ora dirigente dell’ufficio statistica del Comune di Bologna).
Il libro si muove fra generi diversi: è un thriller – anche thriller psicologico – ed è romanzo familiare (la storia delle sorelle Josephine e Michelle Orrù, la prima alle prese con la fecondazione assistita). E per propria forza letteraria è anche affresco di Olbia, l’ultima città sarda in ordine di formazione – fenomeno urbanistico e sociale del secondo Novecento – ancora priva di letteratura.
Attorno alla procreazione artificiale in quel grande centro di eccellenza quasi in riva al mare, lungo l’Orientale sarda – nella cui descrizione non è difficile riconoscere il Mater Olbia – si sviluppa la vicenda tesa e drammatica delle due sorelle olbiesi, finite una alle soglie della morte, l’altra davanti all’incubo che le si para davanti man mano che si addentra nel labirintico Fiat Lux. Che non viene mai chiamato ospedale (come il Mater Olbia). «Somiglia più a un’università o una Spa». È «la più grande attrazione della Costa Smeralda». Costituito con capitali di fondi privati d’investimento, molti soldi pubblici, convenzionato con la Regione, controllato dal Vaticano che lo gestisce con “il Cardinale” e attraverso Suor Agnes secondo i principi della bioetica cattolica pro-vita, il Polo Sanitario è così simbolico, trionfante: è come se non richiamasse malati, ma turisti, e nel romanzo coppie di neogenitori lo lasciano, a fine trattamento, «con i fagottini stretti al cuore, gli occhi increduli e innamorati». Il desiderio di avere un figlio, forse già diventato ossessione, porta anche Josephine Orrù al Fiat Lux, dove «una complicanza» nel percorso di fecondazione la riduce in coma, costringendo Michelle a tornare a Olbia, da Bologna, dove lavora, statistica al Tecnopolo, carica di sensi di colpa per non avere colto la richiesta di aiuto che la sorella le aveva rivolto quando stava decidendo di intraprendere il cammino della maternità assistita.
Dietro la facciata, le vetrate del Fiat Lux, dentro la «sagoma bianca e blu» del Polo Sanitario, che si staglia sulla linea di costa, visibile dal mare e dall’aereo in atterraggio e nella quale Michelle penetra da quel momento – con la sua, di ossessione, quella di scoprire la catena di responsabilità nella precipitazione nel dramma della vita della sorella – la donna fattasi detective vede l’intrecciarsi di cura e business, estetica ed etica e, nell’ambiente vagamente orwelliano, vede convivere religiosi pro-vita e medici fighetti, filodiffusione e piante finte, impiegate dall’aspetto sciatto e “il Sindaco” in ghingheri in visita dal “Cardinale” che celebra messa all’aperto nel piazzale del grande edificio, rivolto verso le barche che galleggiano nello specchio d’acqua di fronte. In questa ambigua sur-modernità – sempre più inquietante man mano che la storia di quel che succede in quel reparto va avanti – si è persa Josephine, è stata persa.

Disorientata e sola nonostante qualche amicizia (le sorelle Orrù sono orfane di madre, il padre ha formato una nuova famiglia, è tornato a Suni, in Planargia), sembra perdersi anche Michelle, nella Olbia dove si muove in quei mesi, tra le pieghe della struttura urbana e sociale della città che si specchia nel Fiat Lux, e nella quale la trasformazione è già in gran parte avvenuta per impulso della Costa Smeralda, nel paesaggio, nell’ urbanistica, nei modi di vivere, nei canoni estetici, prodotta dal modello economico dei servizi al turismo fra i quali è anche il Polo Sanitario. Lei stessa abita un appartamentino comprato per i suoi ritorni in Sardegna in un villaggio vacanze vuoto d’inverno, nel nulla vigilato dal guardiano, il bagno con
vasistas; corre lungo i sentieri peri-urbani e le spiagge, si immerge in acqua all’alba, vola sulla tavola a vela, gioca a padel, come i medici e gli infermieri del Fiat Lux ai quali tocca praticare sport all’aria aperta quasi per contratto (compreso il ginecologo che segue la Josephine, attraentissimo cinquantenne forse gay che a sua volta vive nella villa di campagna con piscina, dove finirà per affogare, nella solitudine, sotto l’occhio delle telecamere di sorveglianza).
Nella finzione del racconto i nomi dei luoghi di questo pezzo di Gallura sono quelli reali. Le località dell’area di Olbia, da Pittulongu a Porto Istana, dal Lido del Sole a Multa Maria, persino i bar del Corso, i negozi di abbigliamento, i ristoranti, i luoghi degli «olbiesi vanitosi e modaioli» (dai «modi rumorosi e allegri»), sono chiamati con il loro nome. Realisticamente sono rappresentati il parco e la villa liberty dei Tamponi, lo Scolastico del Corso, rifugi di una università agognata che dispone solo di questa bella edilizia e dove Michelle si isola con il suo computer per lavorare in smart working con Bologna e approfondire la ricerca in rete di tracce dell’angosciante vicenda della sorella.
Finisce tutto in distopia, come si dice, tra interessanti svolte nella trama che portano al mare davanti alla Corsica, a una nave laboratorio di riproduzione, fra un mondo alla Matrix, fantascienza e incubo, e altre incursioni della realtà come l’immigrazione dalla Romania e dai Balcani di alcune figure centrali nella storia del polo sanitario e nelle vicende che occulta. L’attualità (e l’enormità) delle questioni del nascere e del morire lungo le nuove frontiere mobili della bioetica, l’esposizione che offrono anche alla spregiudicatezza del business, sono trattati con una proprietà di linguaggio sorprendente per rigore scientifico, nella tensione del thriller. È anche perché quell’editore non pubblica materiali approssimativi che l’ambientazione a Olbia del romanzo lo rende penetrante anche sul piano della descrizione della città, strumento per interrogarsi per esempio sui ceti sociali che la stanno innervando, che la tengono insieme, se si sta tenendo insieme, se è innervata di nuovi/vecchi valori di una
borghesia che è mancata e che è stato probabilmente il vuoto decisivo del suo modello di sviluppo (senza progresso?).
Si diceva senza letteratura: della Gallura – e di Olbia – naviga nell’immaginario suppergiù da mezzo secolo la Costa Smeralda, il lato mondano turistico di questo pezzo di Sardegna. Ma è pubblicistica leggera, settembre se la porta via. Figura letteraria di Olbia, nella memoria orale dei sardi, per generazioni, era il porto: luogo del distacco, su Terranova si gettava uno sguardo lontano, dal mare, anche se il paese era interessantissimo, con un commovente proletariato (socialista) di portuali e contadini, la parlata logudorese, strumento che agevolava l’integrazione dei pastori transumanti dell’interno.

La Olbia di oggi è super interessante: ma «Il mondo esterno ha bisogno che lo osserviamo e raccontiamo, per avere esistenza», scriveva Gianni Celati descrivendo il delta del Po così poco glamour.