“Per adesso non abbiamo l’agenda, richiami ogni 2/3 giorni”, “Abbiamo posto solo a Sadali (che dista 250 chilometri) fra soli 2 mesi”, “ Per questa visita deve provare direttamente in Reparto o al Mater Olbia”.
Queste sono le tre risposte ricorrenti del Centro Unico di Prenotazione, e non c’è cittadino di Olbia che non abbia avuto una risposta di questo tipo. Parlare poi dei tempi di attesa al Pronto Soccorso è un po’ come sparare sulla Croce Rossa, nonostante il personale addetto faccia veramente dei miracoli. Oltretutto ogni estate ci si accorge che arrivano i turisti, come se questo fosse un evento del tutto inaspettato. Ma non sono qui, in questo articolo, solo per lamentarmi, ma per provare a immaginare possibili parziali rimedi.
Ormai da un paio di decenni leggo migliaia di articoli, una quantità incommensurabile di dichiarazioni di politici o specialisti sullo stato del Servizio Sanitario. Credo di aver capito che a livello nazionale e internazionale c’è una tendenza inarrestabile verso la privatizzazione del sistema sanitario, una tendenza probabilmente imposta da poteri sovranazionali sui quali non abbiamo alcuna influenza. Comunque sia, la Sardegna destina alla Sanità ogni anno circa 3 miliardi 700 milioni e cioè più o meno 2.300 euro per abitante, collocandosi nella media nazionale.
Sicuramente ci sarebbe bisogno di maggiori risorse, ma, in attesa di un improbabile rilancio complessivo del settore, noi pazienti non vorremmo veder peggiorare la qualità dei servizi che ci vengono offerti per cui, nel frattempo, le nostre autorità sanitarie regionali e locali potrebbero fare un miglior uso delle poche risorse disponibili.
Forse mi sbaglio, ma mi è sempre parso uno spreco la moltiplicazione delle ASL, con il relativo dispendio di risorse in apparati burocratici. Un esempio di elefantiasi burocratica è, a mio parere, la sontuosa e monumentale sede della ASL della nostra città, grande quasi quanto il principale ospedale cittadino.
Eppure potremmo guardare ad alcune esperienze di successo di altre regioni, qualche volta determinate da una maggiore disponibilità di mezzi, ma spesso dovute anche ad un uso più razionale delle risorse, nonché ad un maggior potere contrattuale rispetto alle varie corporazioni e ai vari interessi che si muovono nel mondo della salute, come le associazioni di medici di base, le cliniche e i laboratori privati, i fornitori di servizi e prodotti sanitari, le cooperative di medici a gettone.
Un’ esperienza interessante è quella degli Studi Medici Associati, formati da gruppi di 4/5 medici, i quali in un unico ambulatorio assicurano una presenza costante, che spesso evita, fra l’altro, l’affollarsi nel Pronto Soccorso di malati che non hanno bisogno di un intervento urgente. Credo che un’amministrazione regionale abbia tutti gli strumenti normativi per incentivare, con risolutezza e la necessaria energia, questo tipo di organizzazione.
Un’altra misura a costo quasi nullo sarebbe un vero Centro Unico di Prenotazione che colleghi sia gli ospedali che le strutture private convenzionate, in modo da ottimizzare l’offerta medica su tutto il territorio. Accanto a questo sarebbe sicuramente utile un Centralino Sanitario di filtro e di consulenza che potrebbe contribuire ad evitare l’intasamento dei Pronto Soccorso da parte dei cosiddetti codici bianchi.
Un qualche respiro potrebbe darlo l’utilizzo di personale straniero, non solo medici e infermieri, ma anche tecnici di radiologia o di laboratorio. Certamente ci sono ostacoli amministrativi, come pure la necessità di adeguare gli standard di eventuale personale straniero a quello italiano, ma la Regione Calabria, che non ha mai brillato in efficienza amministrativa, utilizza da qualche anno un certo numero di medici specialisti extraeuropei.
Succede anche che talvolta gli operatori sanitari rifiutino le sedi loro assegnate nella nostra isola per le difficoltà logistiche che caratterizzano il nostro territorio, ma perché non cercare di assicurare alloggi e facilitazioni che rendano più appetibili certe sedi? In particolare a Olbia ci sono centinaia, forse migliaia di immobili sfitti, per cui non dovrebbe essere così difficile trovare qualche decina di proprietari disposti ad affittare alla regione i propri immobili, da destinare eventualmente a personale medico o paramedico.
Un sanitario che lavora nel nostro ospedale mi ha confidato che spesso alcuni posti letto sono occupati da malati cronici che potrebbero sicuramente essere assistiti a casa, potenziando l’assistenza domiciliare nel settore della cosiddetta diagnostica leggera, grazie alle molteplici opportunità offerte dall’innovazione tecnologica.
Immagino che non ci siano soluzioni salvifiche a un problema così complesso, ma sicuramente un insieme di interventi e modifiche di modesta portata potrebbe dare un piccolo sospiro di sollievo a un sistema sanitario in stato comatoso e soprattutto a noi di curarci in maniera quasi dignitosa.
Chiedo comunque ai nostri lettori di essere indulgenti se, come semplice utente del sistema sanitario, senza alcuna professionalità specifica, mi sia azzardato ad esprimere un parere su questioni più grandi di me.
Sei qui:
“Una visita? Per ora abbiamo posto solo a Sadali” (250 chilometri da Olbia)
Le riflessioni di un professore (collaboratore prezioso di Moro Seduto) sulle carenze del sistema sanitario della Sardegna che spende ogni anno 3,7 miliardi di euro (2300 per abitante). “Perché non si ricorre agli Studi medici associati? Perché non si crea un unico Centro di prenotazione?”
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