Così non va. Perdere al 94′, fa sempre male. Che tu ti chiami Maradona o Vattelappesca, brucia da morire. Ma ha ragione Marco Amelia, dal suo punto di vista: le partite di calcio vanno valutate, al di là del risultato. Però, se si parte dai numeri – che, nel calcio come nella vita non mentono mai – siamo qui a ricordare che alla terza giornata di campionato l’Olbia ha un punto in classifica dopo due sconfitte (interne) e il pari di Sassari contro il Latte Dolce; gol fatti: due, subìti sei. Girala come vuoi, ma il bilancio è questo. È vero che due delle tre reti beccate nel derby con l’Ilvamaddalena sono state realizzate dopo le espulsione di Arboleda e La Rosa, così com’è vero che nel derby giocato al “Vanni Sanna” l’Olbia avrebbe potuto anche vincere (dopo un primo tempo inguardabile) se l’arbitro avesse fischiato un rigore netto (fallo su Santi) sul finire del match, ma oggi la gara contro il Guidonia si stava incanalando verso lo 0-0 e non si può certo parlare di “grande prestazione”, come l’ha definita il tecnico nella conferenza del dopo partita. “C’era un rigore nettissimo e l’arbitro non l’ha concesso: gliel’ho anche fatto notare a fine partita. Ecco, se l’avesse fischiato, saremmo qui a parlare di una vittoria meritata, contro un avversario fortissimo”.
Nessun tiro in porta. Il calcio è bello (anche) perché è opinabile, ma francamente a chi scrive sembra esagerato parlare di “grande prestazione” se rivediamo questa partita nella quale non sembra che gli attaccanti olbiesi abbiano creato pericoli a Mastrangelo e al pacchetto arretrato dei laziali. I quali sono sembrati, sì, una squadra messa bene in campo, ma non una formazione di schiacciasassi (bravo Errico). La verità è che l’Olbia non ha mai finalizzato, anche quando ha messo in mostra sprazzi di bel gioco. La coppia d’attacco Furtado-Costanzo non ha convinto soprattutto perché il primo deve raggiungere la condizione, mentre è stata felice la scelta di Rizzo davanti alla difesa (il ruolo che che ha sempre ricoperto Totti), così come si è avuta la conferma delle qualità eccelse di De Grazia, sicuramente il pezzo più pregiato della compagnia, anche se ci piacerebbe vederlo in campo come unico trequartista (l’altro è Staffa). Cos’altro è mancato? L’aggressività e la vocazione alle ripartenze. Amelia ha fatto cinque cambi “condizionati dagli infortuni” (vedi Anelli e Marie-Sainte) e ha dato spazio ai babies Putzu e Bertini, e vada pure. Una domanda, però: non ha pensato di schierare Chazarreta, per vedere – come cantava Jannacci – l’effetto che fa?
C’è da lavorare. Tutto è perduto? No, lungi da noi il pessimismo cosmico. Il tecnico ha ripetuto più volte nel dopo gara che “bisogna uscirne subito, bisogna lavorare sodo, perché non voglio più vedere quell’espressione amara nel volto dei ragazzi dopo il fischio finale”. La terapia è corretta. Chi scrive ha chiesto ad Amelia se si sente in discussione: una domanda, questa, che si fa sempre quando butta male, che non necessariamente significa che un allenatore non sia in possesso delle qualità necessarie per rispettare il progetto e le ambizioni di chi lo ha assunto. La sua risposta non è stata secca (sì o no?), ma si è capito che lui sente di aver lavorato molto e bene e soprattutto è convinto di avere i mezzi per uscire dal tunnel. Lui e i suoi ragazzi. Ed è giusto che la pensi in questo modo, e va rispettato.

