E così se n’è andato un altro pezzo di Olbia, uno di quelli che ha fatto del sindacato una ragione di vita. Salvatorico Valleri, classe 1931, originario di Monticanaglia (nei suoi documenti infatti c’è scritto nato ad Arzachena), ora dobbiamo immaginarlo lassù, con l’immancabile borsello sulle spalle, alle prese con un garofano un po’ sdrucito, ma ancora integro. E soprattutto di colore rosso. Eh sì, perché tutto si potrà dire di quest’uomo buono e generoso, dall’apprezzata ars oratoria che nessuno gli aveva insegnato, ma non che non fosse legato indissolubilmente al colore del Partito Socialista, quello del sole nascente. Quello vero, quello che a Olbia – per decenni, nel dopoguerra – ha ottenuto percentuali bulgare, essendo stato a lungo il vero punto di riferimento di ampi strati popolari, formati soprattutto da sos carulantes (conduttori di carri a buoi), e poi dalla storica compagnia portuale Filippo Corridoni, che via via conquistò un’autorevolezza straordinaria, come catalizzatrice di consensi di sinistra, come esempio virtuoso di classe operaia emancipata.
I comunisti, a Olbia, non c’erano. O se c’erano, erano pochi e invisibili. Se non eri democristiano, eri socialista. A differenza di ciò che accadeva nel resto dell’Italia e in Sardegna, dove il Pci era il partito egemone della sinistra e il Psi rincorreva ansimante. E Salvatorico fino a oggi ha incarnato la figura – mitica, ma anche condita da qualche velo di nostalgia – del compagno socialista che conobbe e frequentò Alessandro Nanni, sindaco di una città che non era ancora città dal 1952 al 1956, un uomo venerato dagli olbiesi per i suoi trascorsi antifascisti e l’animo pugnace da tribuno della plebe, irriducibile combattente di ogni forma di sopruso, tenace difensore dei diritti degli ultimi. Formatosi in quella scuola, Valleri ha poi sposato per tutta la vita la causa dei lavoratori, diventando un sindacalista instancabile, pronto a dar battaglia nelle vertenze con i padroni delle ferriere. Salvatorico ha militato per decenni nella Uil e forse non tutti quelli che lo hanno conosciuto sanno che invece ha cominciato nella Cgil, insieme con Tonino Birardi e Gesuino Derosas (noto Kennedy), ma da quel sindacato uscì quando l’avvento dei comunisti, dei lavoratori iscritti al Pci che pian piano prendevano piede a Olbia, stava diventando troppo ingombrante. Uno come lui, cresciuto a pane e autonomia, senza aver mai ceduto a logiche centralistiche e senza aver mai obbedito a incomprensibili discipline di partito, si sentiva in gabbia: lasciò i compagni della Camera del lavoro con classe, senza sbattere la porta. Si portò appresso un bel po’ di iscritti nella casa della Uil, un sindacato che – con lui – non ha mai sofferto di complessi di inferiorità nei confronti della Cgil e della Cisl. Ancora oggi, i dirigenti e gli iscritti di questi due sindacati ne hanno tratteggiato le doti, l’onestà intellettuale e il rigore morale.
La sede del Psi di via Catello Piro è stata a lungo la sua seconda casa. Molto più della sede dell’Arst, azienda presso la quale lavorava. Non mancava mai a una riunione. Fu testimone attivo dell’epoca (metà anni 70) in cui Giuseppe Sotgiu, uno dei più quotati penalisti d’Italia, divenne sindaco di Olbia. C’era, quando l’uomo di punta dei socialisti era Sergio Peralda, già assessore regionale, uomo politico che si battè perché in città ci fosse un aeroporto degno di questo nome. Era in prima fila, quando il partito premiò con un assessorato regionale Francesco Oggiano, avvocato intelligentissimo che il Psi avrebbe potuto valorizzare molto di più. Non mancava a una riunione, quando Olbia (anni 80) fu governata da una coalizione di sinistra guidata dal sindaco Mario Cocciu, e non era per niente facile reggere all’urto di una Dc forte e agguerrita. Ha assistito, con l’attenzione e l’acume che non gli facevano certo difetto, all’ascesa di Nardino Degortes, anche lui ex assessore regionale e leader di un gruppo numeroso di compagni che ancora oggi fa sentire il suo peso nell’ambito del centrosinistra. Non ha mai fatto mancare il suo sostegno a Toto Spano (assessore provinciale e senatore), e a Nino Murineddu (senatore anche lui). È stato amico di tanti, di tutti. Era assai legato a Nicolino Stazzu, altro compagno sincero e ruspante, così come ha avuto un rapporto speciale con Giovannino Altana. Insomma, è stato un testimone irripetibile dei cambiamenti che hanno poi modificato in modo significativo la natura dell’essere socialista, quello vero.
Ciao Salvatorì, ci mancherai. Mancherai anche – forse, soprattutto – a tutti coloro che, qualche volta, non la pensavano come te, ma che ti hanno sempre adorato per i tuoi intercalari in gallurese, per il tuo carattere docile ma non arrendevole, per la tua irraggiungibile passione nella difesa dei diritti dei più deboli, per i valori che hai coltivato nella tua vita, il rapporto strettissimo con la tua famiglia, e per il rispetto che hai sempre portato nei confronti del prossimo. Lo stesso rispetto che oggi tributiamo a te, compagno d’antan di mille battaglie. Non tutte vinte, ma combattute con onestà.
