(Il collega Pier Giorgio Pinna, particolarmente attivo e sensibile agli argomenti che riguardano il mondo dei media, interviene dopo la recensione del libro di Vittorio Roidi “Carta Straccia”)

Bang, bang, bang! Con un colpo dietro l’altro sono stati uccisi modelli superati. Ma “non hanno stato” il Signor Web e la Signora Ia. E soprattutto nessuno è riuscito a eliminare la sostanza di un mestiere antico: la mediazione professionale tra fatti e notizie. Certo: mai come adesso le difficoltà per i media esistono. Certo: una cosa sono i reporter, i fotografi, i cameramen professionisti e un’altra i blogger, gli influencer o i cittadini che, semplicemente, dicono la loro. Certo: le copie vendute in edicola sono in vorticoso calo. Certo: la pubblicità sulla carta si riduce, è spesso frammista agli articoli e la Rete non è in grado di assicurare un riequilibrio. E certo, ancora: oggi più di ieri, i quotidiani costituiscono solamente una parte della comunicazione. Lo sappiamo tutti. Anzi, tra le numerose persone che non valutano come apprezzabili i prodotti tradizionali ci sono parecchi giornalisti che lavorano proprio per le testate con sbocco principale verso le edicole: i sentimenti che aleggiano in quelle redazioni si traducono spesso in una mescolanza di rassegnazione, impotenza, fatalismo. E così ogni nuovo sparo alla cieca è messo in strettissima correlazione con lo sbarco sempre più massiccio dell’intelligenza artificiale, la sovranità illimitata degli algoritmi, le accelerazioni  che vedono internet e social dominare le scene.

In questa catena di omicidi e tentati omicidi esiste però nello stesso tempo una ossessiva quanto trasparente mistificazione. È l’idea di molti non-editori che tagliando i costi e spogliando i patrimoni dei giornali potranno poi reinvestire nelle loro praterie padronali prevalenti: dal cemento agli affari con sedicenti leader di partito, dagli armamenti alle concessioni pubbliche, dal petrolio alla finanza. Si alza così la posta del ricatto sull’esiguità dei posti di lavoro “possibili”, “compatibili”, “gestibili” . O sulla “inderogabile esigenza“ di una riduzione degli stipendi per i redattori con regolari contratti e l’annullamento dei diritti della maggior parte di corrispondenti/collaboratori. La linea trionfante in Italia è chiarissima: si vuole fare ingoiare volenti o nolenti l’equazione “Addio alla carta = Addio al giornalismo”. Meglio che il “capitale umano” delle redazioni diventi “capitale e basta” o, tuttalpiù, solo capitale per marketing e marchette.

Ma la questione si presenta più complessa. È impensabile credere a occhi chiusi, senza senso critico né campi visivi laterali, al mantra dominante nell’editoria finanziaria italiana: “Mr web ha ammazzato la stampa e voi professionisti dovete solo celebrarne il funerale: il vostro mestiere è finito, fate altro o toglietevi dai piedi”. In effetti, però, questo diktat è diffuso, assecondato. E servilmente subìto dalla quasi totalità dei ceti politici per ragioni evidenti di complicità e interdipendenza. Con la gravissima conseguenza: consentire una privatizzazione degli utili e una pubblicizziamo delle perdite. Con l’obiettivo di scaricare sulle casse statali i prepensionamenti di poligrafici, tecnici, impiegati amministrativi e redattori  (2.500 in 5 anni su meno di 15.000 dipendenti diretti attivi). E quindi di fare lo stesso con la creazione degli stati di crisi artificiali: spesso indotti non da valutazioni effettive ma richiesti solamente su potenziali e non dimostrabili “rischi di gestione futuri”.

Sbaglia però chi giudica che tutto sia perduto. Proprio ora, per la prima volta, molte comunità hanno il potere d’impadronirsi dei mezzi di produzione, meno onerosi rispetto al passato. Esistono spazi, iniziative che andrebbero incoraggiate da Stato e Regioni. Con incentivi a favore di coop e consorzi fondati sull’azionariato popolare per una gestione di media focalizzati sui singoli territori e ben gestiti sul piano tecnico professionale. Magari attraverso
partnership con  imprenditori che si occupino esclusivamente di comunicazione su basi indipendenti. A ben vedere, è da qui che possono scaturire rivoluzioni. Con nuove reti informative e aziende editoriali di piccole/medie dimensioni che valorizzino davvero le tecnologie: non per sfoltire gli organici ma per offrire finalmente notiziari multimediali al passo con i tempi. Di fatto, le uniche imprese da aiutare con finanziamenti pubblici.

Pensate a tutto quello che si potrebbe fare attraverso una piena libertà nel lavoro. Network integrati fra loro e mix multimediali: vincenti, in grado di produrre utili, sotto una direzione giornalistica illuminata. Immaginate redazioni dove i settori di una volta – come lo sport, la cultura o la politica – in un’unica testata siano differenziati a seconda degli strumenti di produzione. Chi sarà attivo su siti e social, chi opererà per tv e radio collegate, chi lavorerà per l’edizione su carta. Professionisti diversi per destinatari diversi delle notizie. Con una sola regola base: lo scambio interno delle news finalizzato a inchieste costruite variamente a seconda che siano destinate ai fruitori del web, ai telespettatori, ai radioascoltatori, ai lettori che ogni mattina vanno in edicola o sono abbonati alle versioni digitali. Tutto questo tra fusioni di testi, immagini, filmati, suoni, musiche, Qr, link, finestre online. Contesti formati da mix dove ogni post diventerà la mattonella di un pavimento multicolore informativo. Una coesione di sistemi che potrà farà salire con responsabilità direttamente in plancia, nell’interattività, perfino le persone a caccia d’interscambi di opinioni, giornalismi puliti e veloci. Senza più fake, pubblicità indirette, pressioni esterne. E con buona pace dei ragazzi della messa da requiem trasmessa sull’editoria quotidiana.

In definitiva, si possono prevedere già ora realtà dinamiche, in movimento come i software e le tecnologie: una rete di media, centri di riferimento dai contenuti innovativi nei rapporti con la gente comune, con i reporter trasformati figure essenziali per incisive aggregazioni in un percorso allargato di civismo e moderna informazione. Ecco, allora: lungo una strada del genere, una delle poche praticabili per andare avanti nel segno di uno sviluppo non eterodiretto, si rivelerebbero senz’altro utili le strategie di rottura. Assieme  a battaglie lontane dalla comunicazione di regime. Quali? Per esempio le campagne contro marginalizzazioni e povertà, guerre e propaganda bellica, malasanità e disastri nei trasporti, squilibri nell’assistenza, mancati contrasti politici delle speculazioni. Ed è proprio in quel momento che potrebbe diventare davvero determinante quel mix sinergico tra piattaforme in ogni network: dai telegiornali al web, dai reportage scritti alle chat e alle dirette. Con risposte redazionali ai disagi collettivi: articoli documentati, ricerche approfondite, indagini autorevoli. E persino il sostegno a class action che ridiano spazio al welfare. La mobilitazione potrebbe fare nascere un contropotere aperto al contributo di cittadini/lettori: su questi binari il presente può viaggiare tra forme inedite di citizen journalism verso alternative sociali.

Un sogno? Progetti non sostenibili sul piano economico? No: giornalismi che rinascono dalle ceneri del vecchio metodo di lavoro, un sistema nuovo pagato da ascoltatori/telespettatori/utenti in cambio di un servizio per interessi pubblici. C’è  bisogno di svolte del genere, oggi che il mondo delle comunicazioni tocca picchi negativi di emergenza. E ce n’è bisogno soprattutto in tempi di conflitti sanguinosi, guerre alle porte, incubi nucleari, censure dilaganti, comunicazioni per tesi, allarmi fabbricati a tavolino, voci distorte per depistaggi e manipolazioni. Mettiamo da parte indifferenze e apatie. Se l’utopia della realtà può esistere, cominciamo a praticarla. Con mente aperta. E occhi freschi. Liberi da pregiudizi e da automatismi indotti.