I nostri mass media si sono occupati a lungo delle elezioni per la presidenza USA con una passione e una partecipazione che mi lasciano sconcertato, ma anche un po’ perplesso. La stampa legata al centrosinistra fa apertamente il tifo per la sorridente e accattivante Kamala Harris, mentre quella collegata alla destra stravede per il ruvido e bellicoso Donald Trump. Io, pur essendo cresciuto ascoltando Jimy Henrdrix e Bob Dylan e facendo scorpacciate di film e telefilm americani, e nonostante abbia sempre nutrito una qualche ammirazione per il nostro fratello maggiore, non mi sono mai eccessivamente appassionato alle vicende elettorali di questo paese. E ciò non per antiamericanismo preconcetto, ma perché non ho mai capito quanto i presidenti di questo Paese siano liberi dai condizionamenti della grande industria, specie quella militare, e del grande capitale finanziario. Già 60 anni fa il presidente Eisenhower metteva in guardia l’opinione pubblica dallo strapotere di quello che egli, già comandante in capo dell’esercito, definì “il complesso militare-industriale”, che, a suo dire, condizionava pesantemente la politica degli Stati Uniti. Ma adesso mi tocca, anche se controvoglia, tifare per qualcuno, perché oggi più che mai ci troviamo sull’orlo del baratro, e il trionfo dell’uno o dell’altro può avere conseguenze sul nostro futuro e può fare la differenza fra la guerra e la pace. Trump ha fatto capire a chiare lettere che in un modo o nell’altro metterà fine al conflitto in Ucraina, con buona pace dei suoi alleati più bellicosi, ma dall’altro lato è molto sensibile al richiamo delle sirene israeliane più oltranziste, che cercano di coinvolgere gli USA nella guerra contro l’Iran, con conseguenze imprevedibili nello scacchiere medio-orientale, ma non solo. Dall’altro lato la Kamala Harris, che ha sempre condiviso con Biden l’atteggiamento battagliero verso la Russia e sembrerebbe più legata agli interessi dell’industria di guerra, per niente intenzionata a rinunciare ai succosi contratti finora ottenuti, sembrerebbe incline ad alzare l’asticella dello scontro in Ucraina. Certo, il primo si presenta con una piattaforma ultraconservatrice, razzista e intrisa di integralismo religioso ed è legato ai circoli dell’estrema destra neo-fascista, ma neanche i democratici si sono distinti negli ultimi anni come difensori accaniti della libertà di stampa, come dimostrato dal caso di Julian Assange. Ma questi sono problemi degli americani, ma, mi chiedo, a noi europei cosa converrebbe di più? Il rischio di un’escalation in Ucraina o il rischio di guerra totale con l’Iran? Forse di questo dovrebbero dibattere i nostri media.
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Testa a testa Harris-Trump: agli europei conviene di più che prevalga l’uno o l’altra?
Tra poco si saprà il nome del vincitore delle elezioni americane, il cui esito è stato incerto fino alla fine. Molto spesso i media hanno costretto lettori e ascoltatori a “tifare” per il candidato dei democratici o per quello dei repubblicani. A seconda del risultato, quali saranno le ripercussioni sui conflitti in atto?
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Kamala Harris e Donald Trump
