Nei giorni scorsi il pubblico di Olbia ha potuto vedere il film di Elio Germano dedicato a Enrico Berlinguer. Io, che non sono un critico cinematografico, l’ho visto attraverso le lenti “deformanti” di ex militante di quel Partito Comunista che fu protagonista di quella stagione. La prima impressione che ne ho ricevuto è lo sgomento di fronte ad un mondo di idee, di valori, di speranze, di comportamenti individuali e collettivi, tanto diversi e distanti dal nostro mondo, quanto quest’ultimo lo potrebbe essere rispetto alla Cina del Medioevo. L’unico punto di contatto fra noi, italiani del terzo e millennio e quelle generazioni, è la comune lingua italiana ed il condiviso contesto geografico. Certo, eravamo molto più poveri, ma disponevamo di mille strumenti educativi ed avevamo mille occasioni di crescita culturale; la famiglia, la scuola, le sezioni dei partiti, le parrocchie, le case del popolo, i circoli culturali, i sindacati erano centri di vita associativa, palestre di discussione, luoghi di dibattito e confronto; anche chi non condivideva la prospettiva di radicali cambiamenti sociali, aveva in comune con noi comunisti alcuni valori fondanti, quali il rispetto, la buona educazione, l’onestà, l’attenzione verso i meno fortunati, la dignità del lavoro. L’individualismo, l’egoismo sociale e individuale, l’arrivismo e la spregiudicatezza, la sopraffazione verso i più deboli, l’ignoranza e la volgarità, così come la stessa corruzione erano certamente praticati e diffusi, ma non ostentati, come avviene ai giorni nostri, anzi erano camuffati e occultati, in altre parole non erano di moda. In questo clima si spiega come fosse possibile il consenso di massa, l’affetto, la venerazione, di milioni di persone verso un uomo riservato, timido, persino schivo, che parlava di solidarietà, di giustizia sociale, di pace, di uso sostenibile delle risorse, di riscatto delle classi meno abbienti. Solo così è possibile capire come e perché centinaia di migliaia di italiani dedicassero le proprie ferie a lavorare per settimane all’allestimento delle cosiddette Feste dell’Unità, senza alcun rimborso o alcuna forma di retribuzione. Oppure dedicassero la domenica a distribuire il giornale del Partito Comunista, o anche a recarsi ai cancelli delle fabbriche per sostenere le lotte gli operai, o, in certi casi, affrontare la violenza della polizia scelbiana degli anni 50 e 60 e quella delle squadracce fasciste nei decenni successivi. Ad Olbia molti ricordano ancora Tonino Birardi, un ex operaio costretto ad emigrare per lunghi anni all’estero a seguito della persecuzione politica, dirigente autodidatta, corretto, educato, uomo di specchiata onestà, animatore appassionato di discussioni politiche nei bar dove una volta si incontravano portuali, pescatori e operai di Olbia. Per decenni non era mai mancato alla distribuzione domenicale della stampa di partito, alle Feste dell’Unità, alle proteste dei lavoratori, sempre in prima linea, sempre senza chiedere nulla in cambio, tanto da meritarsi la stima e il rispetto degli stessi avversari politici. In un mondo in cui i dirigenti dei vari partiti si fanno notare per l’eleganza formale, l’ostentazione del potere, la spregiudicatezza, la violenza verbale, il ricordo di gente come Berlinguer o anche come il nostro Birardi, suscita in noi ex comunisti molteplici emozioni e sensazioni; da un lato l’ orgoglio per essere stati partecipi di quell’avventura, e di aver cercato di seguire l’insegnamento di quegli uomini, ma anche lo smarrimento per la scomparsa di quel mondo, di quei valori e di quelle speranze. Probabilmente fra le nuove generazioni sorgeranno dei nuovi leader che, in altre forme e, magari, per altri percorsi, sapranno far rivivere quei valori e quelle idealità e rimetteranno in moto quel processo di trasformazione sociale che oggi sembra inceppato.