Gli amici che mi conoscono da bambino mi hanno sempre preso in giro per la mia ricerca spasmodica delle giovani promesse del calcio. Passi per il pallone, droga comune per nove coetanei su dieci sul finire degli anni Sessanta, ma lo studio di quei calciatori che spesso non stavano neanche sugli album Panini perché ancora in età troppo giovane, non era in effetti normale. In questo contesto, fissato com’ero per il ruolo di ala sinistra e per la maglia numero 11 (se vi chiedete perché è meglio che passiate ad altre letture sicuramente più istruttive), la mia predilezione assoluta andava per Vittorio Petta, un ragazzo di Olbia che a 18 anni, giusto qualche giorno dopo la magica conquista dello scudetto rossoblù, aveva indossato la maglia dei miei sogni, la più ambita in assoluto. Non per qualche minuto, ma per ben sei partite ufficiali del Cagliari in Coppa Italia. Un evento epocale, dovuto alla partenza dei sei nazionali (Riva, Domenghini, Albertosi, Cera, Gori e Niccolai) per la Coppa Rimet in Messico, ma comunque irripetibile perché tra le tante doti di Manlio Scopigno non c’era sicuramente quella di valorizzare il prodotto locale. Famosa la battuta del filosofo sul settore giovanile (“Abbiamo un bel vivaio di ostriche”). C’è da dire che su questa visione Scopigno la pensava come il suo predecessore Silvestri. Dati alla mano, nei cinque anni di permanenza sulla panchina rossoblù, in campionato l’allenatore dello scudetto schierò un solo sardo, il roccioso terzino Riccardo Dessì, per 3 partite nel 71-72.

E Silvestri in precedenza aveva dato spazio solo a Tiddia, concedendo appena una presenza nella massima serie a Tonino Congiu e 3 al portiere Sergio Bertola. Tenne per cosi dire a bagnomaria Rino Varsi, utilizzandolo in B e in coppa, mentre non degnò di uno sguardo gli olbiesi Piero Giagnoni e Franco Marongiu (noto Pelè), che pure avevano doti pallonare non indifferenti. Un altro proveniente dal fertilissimo e inesauribile vivaio olbiese, Michele Moro, debuttò con Dessì nell’ anno in cui la squadra era allenata da Puricelli. In otto anni, i migliori della storia rossoblù, nessun altro isolano trovo’ spazio in serie A.
Tra quelli che avrebbero meritato ne cito alcuni alla rinfusa: il difensore Ferru di Sestu, il regista Amedeo Fiorillo (che poi Di Marzio fece giocare titolare in B col Brindisi); Guido Accardi, un attaccante dotato di grande tecnica che ebbi l’onore di avere compagno di squadra nei primi tornei di calcetto quand’era a fine carriera. Copparoni dovette attendere l’arrivo di Fabbri, Nocera e Piras quello di Chiappella, Leschio (che pure aveva debuttato a 17 anni nell’anglo italiano con Scopigno insieme a Copparoni) addirittura Gigi Radice. Idini, nazionale juniores e titolare con Vicini quando il coetaneo Bruno Conti non veniva ancora convocato, per il debutto in A aspettò addirittura Mario Tiddia.


Tornando a Petta, era diventato il mio favorito tra i giovani quando qualche mese prima aveva segnato una tripletta al debutto nella nazionale juniores allenata dal futuro Ct Azeglio Vicini. Senza essere tacciati di blasfemia neanche il Sommo aveva fatto tanto quando Arrica lo aveva preso vedendolo in una partita di pari categoria. Per me Petta era fortissimo, e fui trepidante nell’attesa di quel Cagliari-Torino che segnava il suo debutto in assoluto con i grandi. Dovete sapere che a quei tempi non eravamo ammorbati dai telefonini che ci avvisano su tutto, e gli stessi notiziari televisivi, di esclusiva della Rai, erano pochi. Non avendo avuto un’anima pia che mi avesse portato all’Amsicora, dovetti così aspettare il giorno dopo con la lettura dell’Informatore per conoscere risultato e marcatore. Quando mio padre mi disse: “Abbiamo vinto 1-0” chiesi a tamburo battente: “Chi ha segnato, Petta?”. “Qui scrivono Nenè” ed ebbi un moto di stizza. Mi consolai perché in quell’avventura trovarono spazio molti giovani: i continentali Taddeini, Roffi e Bonelli, e i sardi Gariazzo, Ferru di Sestu, Nocera di Is Mirrionis e Cattuogno di La Maddalena. Per 5 minuti anche Roberto Sulis, che abitava a 200 metri da casa mia, figlio di mister Gianni.
Nel frattempo è passata una vita, ma la mia curiosità su certe cose è rimasta. Così quando il mio amico Ciro Formisano (classe 1951, Primavera e De Martino, nonché ennesima vittima dei bombardamenti di Riva a fine allenamento), giorni mi ha chiesto di andare a Norbello per una riunione conviviale fra ex rossoblù gli ho risposto che sarei stato un imboscato (anche se conservo una lettera con lo stato di servizio negli allievi). Peroò gli ho chiesto di chiedere a Petta se l’anno dopo quella magica avventura fosse andato al Vicenza nell’ambito del trasferimento di De Petri in Sardegna. Questa cosa la ricordavo, ma negli almanacchi non risultava. Ciro senza pensarci su mi risponde: “Ti faccio chiamare da Vittorio”. Ora immaginate voi se un uomo di 72 anni, che ho scoperto collega avendo fatto l’Isef e l’insegnante, può perdere tempo con uno sconosciuto malato di statistiche di mezzo secolo fa. E invece dopo un paio d’ore squilla il cellulare: “Piacere Nanni, sono Vittorio Petta“. Non potete immaginare la gioia. Neanche quando mi trovai a facc’e pari con Maradona per un’intervista. Vi sembro strano? Fatevene una ragione.
Dimenticavo. Quel trasferimento non me lo ero inventato. Solo che dopo due mesi Petta tornò a casa preferendo stare fermo un anno perché l’allenatore vedeva solo Damiani, Maraschi e Speggiorn che nella nazionale giovanile gli faceva da riserva. E come dargli torto: si fosse chiamato Smegliorin… ma cosi!