Quello che segue è la seconda puntata (la prima è stata pubblicata il 2 dicembre scorso) di un lunghissimo articolo pubblicato su “La Gallura”, fotocopiato da un amico che me ne ha fatto gentile omaggio. Chi lo ha scritto era un valente scrittore, emigrato a Milano, e ha pubblicato diversi libri ma è poco noto nella sua città natale (Olbia). Scriveva anche sui quotidiani del continente, si chiamava Mauro De Palma, il suo era un nome d’arte perché il vero cognome era un altro. Le pagine fotocopiate me le ha regalate Sandro Nanni, nipote del famoso sindaco di Olbia Alessandro Nanni, le pagine ci parlano proprio di Lui, di Olbia, di curiosi episodi, di persone e personaggi che De Palma ha conosciuto personalmente in un lungo periodo di tempo. (m.s.b.)

Parla in punta di forchetta, vuole essere chiamato dottore, professore, avvocato, ingegnere. E questo è problema generale in Italia, ma soprattutto nel mezzogiorno e nelle isole. D’Annunzio non era laureato, numerosi italiani definiti geni, poeti, pittori, inventori, non erano laureati. E Nanni neppure lui. Penso che avesse un certo disprezzo per i titolati i quali lo ripagavano di uguale moneta. Solamente il successo assicurò a Nanni il rispetto. Mica tanto, poi: la classe cosiddetta colta lo disprezzava, in silenzio, e lo prese a dileggiare apertamente quando le prime ventate reazionarie giunte dal continente cominciarono a turbare gli animi, a gettare lo scompiglio in un paesino che, in fondo, era stato fino allora una sola famiglia di straccioni dignitosi, che portavano in giro l’orgoglio dei loro nomi antichi come guerrieri di un tempo che andavano alla battaglia mettendo in mostra i fregi gentilizi sulle loro armi e gli stemmi delle loro casate… Avevano terre, case belle, bestiame. Molte volte di danaro non ne correva, e con l’affitto delle ricche terre concesse ai pastori della montagna, riuscivano a malapena a fronteggiare gli impegni familiari. Qualcuno poteva inviare agli studi i loro figli. In quel tempo chi poteva farlo era l’avvocato Antonio Sotgiu, perché viveva a Roma, e il figlio, Peppino, studiava legge; e quando, durante le vacanze, veniva col padre a Terranova e passeggiava per il Corso, alto, magro, elegante, con la canottiera di paglia, mi sembrava il Duca degli Abruzzi col Re, che venne un giorno, anche Lui, e sbarcò al Porto Vecchio da un cacciatorpediniere, ed io gli diedi il benvenuto a nome del paese: ero scalzo e malvistutu peggio di tutti gli altri, però mi posi sull’attenti e salutai. “Benvenuto a sua Maestà il Re d’Italia!”. Lui s’avvicinò serio, mentre il giovane Duca sorrideva, e mi chiese, quasi burbero: “Come lo sai che sono il re”? A casa c’è il ritratto a testa ingiù; ed io lo rimetto sempre a testa in su… “Perché a testa in giù?” Mio padre è repubblicano… “E tu?” Io sono per il Re. “Il sindaco dov’è?”. “È una brava persona, si chiama Miria Farina…”. “È in municipio, ora”. Dov’è il Comune?”. Il municipio è chiuso e il sindaco dorme! “A quest’ora?” A quest’ora, qui, dormono tutti. C’è nulla da fare. “Quanti anni hai? Che scuola fai?” Dieci anni e non vado a scuola! “Perché?” Non mi accettano. Sono scalzo, non ho vestiti… “Dov’è il Comune?” Vi accompagno io con i miei amici, Maestà! “E chi sono i tuoi amici?” Sono là che mi aspettano, Maestà; sono scalzi come me, Maestà, ma sono fedeli, si chiamano: Terribile; Sindigheddu, Cabanna! Feci un fischio e accorsero veloci. Oltre questa frontiera c’era la marmaglia. In testa ai più scalmanati, Alessandro Nanni, che sembrava, a volte, guidare l’assalto della Bastiglia che poi per lui, era la stazione ferroviaria terranovese non meno importante per la lotta della famosa presa della Bastiglia di Parigi per i rivoluzionari dell’89. Altre volte, circondato di uomini e donne vestite di cenci come le bandiere che agitavano, scendeva per il Corso verso il mare e non si capiva bene se fosse lui che trascinava il branco, oppure la rattatuglia che spingeva lui verso il patibolo tanto era composta e flemmatica la sua figura, pallida e ieratica la sua fisionomia. Allora sembrava un profeta, un sognatore, un eroe, tanto era mistico, solenne il suo incedere, quasi sdegnoso delle bassezze umane, completamente staccato dalle miserie terrene… Ma la politica fatta da chi, appunto, di politica non capiva un’acca, destò rancori sopiti, fomentò piccoli e greti interessi di parte, accese gelosie e invidie meschine che condussero alle fazioni e queste all’odio di classe, di casta, dove classi e caste non esistevano se non nella presunzione di pochi e nell’ignoranza di troppi… Io me ne ero andato. Nanni era rimasto sulla breccia come sempre. Mal glie ne incolse. La politica, ben presto, divenne rissa. Nanni venne picchiato, oltraggiato, gli strapparono la barba, e cantavano, gli ingrati: “Con la barba di Nanni farem gli spazzolini per lucidare le scarpe a Benito Mussolini”. La maggior parte di quelli che lo dileggiavano erano stati essi stessi, o i loro figli, beneficiati, anche indirettamente, dall’azione politica e sociale, che Nanni aveva intrapreso e condotto fino alla vittoria per dare a Terranova un posto degno della sua posizione geografica e del futuro che la aspettava. Danni, dunque, non ne aveva causati ad alcuno, vantaggi a tutto il paese, e quindi a tutti cittadini, indistintamente. E per quale paga? Gratis et amore Dei. Perché se Terranova prese lo sviluppo che prese, e se Olbia oggi è quella che è, l’impulso per la resurrezione dell’antica capitale della Gallura lo diede Nanni. Il via, l’iniziativa primaria per dare un assetto moderno ed un volto civile ad un paese che era poco più di un bivacco di pastori in attesa di scegliere tra la fuga e la resa di fronte al nemico, lo diede Nanni, sacrificando tutto sé stesso, senza speranza di alcuna ricompensa, o gratitudine di sorta, come appunto, farebbe un eroe, un sognatore. Nanni era l’uno e l’altro insieme, senza il conforto dell’amico. Il suo amico era il popolo. Era piccolo, tendente alla pinguedine, povero, sebbene di famiglia benestante, quindi povero tra i poveri con la profonda chiara coscienza di essere, per i poveri, come una face. Aveva una bella, lunga barba fluente, il volto placido, sereno, la bocca carnosa, gli occhi piccoli, vivacissimi, intelligenti, penetranti; talvolta un poco beffardi com’è nel costume della gente di Romagna e dei bolognesi di antico stampo.