Pubblichiamo molto volentieri questo articolo magistrale, che riteniamo un graditissimo regalo di Stefano Del Re, ex direttore della Nuova Sardegna, molto amico di Tatiano Maiore fin dai tempi in cui il giornalista romano dirigeva il settore Spettacoli del mitico “Paese Sera”. In memoria di Tatiano, da oggi e fino al 4 febbraio, il fratello Dario (titolare dell’Editrice Taphros) e tutti i familiari del fotografo lo ricordano negli ex magazzini Ilva (via Fabio Filzi, 10) della Maddalena, dove Tatiano Maiore era nato. Grazie di cuore a Stefano. (a.di.)
Aveva un bel nome. Rotondo. Latino. Come quel re di Roma, il re sabino: Tatius. Tazio, Taziano, Tatiano. Ma anche rustico e slavo, dal greco Tatianòs. Da cui le infinite Tatiane greco-ortodosse e poi russe ortodosse. Su tutte la Tatiana di Pushkin. O la Tatiana di Gramsci. Insomma, Tatiano era un gran bel nome da portare. E anche un bel fardello. Mica roba per tutti. Non Marco o Giorgio. E neanche Bachisio o Gavino, per restare al genius loci. Ma una via di mezzo. Una dichiarazione di autonomia ante litteram. Una volontà di alterità assoluta, fin dalla nascita. Poco importa adesso, il perché e il per come, ovvero per quale motivo i suoi genitori gli avessero dato quel nome. Lui, quel nome lo portava come se gli spettasse prima ancora della nascita. Il nome, dunque. E i baffi. Bei baffi dritti alla Clark Gable. E baffi, chissà, doveva averne fin da bambino, appena accennati. Una lieve infinitesima peluria. Insomma un bambino coi baffi. Un Tatiano. Tazio. Come il Tazio volante e arrembante Nuvolari. E via così. E non poteva che essere isolano questo bambino, crescere aggrappato a uno scoglio tra cielo e mare. Sul limes tra due isole selvatiche e riottose, isola nell’isola, riottoso per riottoso, né Sardegna, né Corsica, forse Gallura, magari anche Italia lì a La Maddalena; chissà Generale, lei che dice? Che dicono il re, Cavour e le capre? Che aria tira a Caprera? Maestrale a tutto andare. E spirito indomito. E una camicia rossa. Insomma il Generale. Che poi era mica tanto militare, piuttosto libertario, anarchico, romantico. Bastian contrario dunque. Quindi Tatian Contrario.
Ho conosciuto Tatiano in anni felici, anni scorticati, anche. Anni a volte duri. I Settanta a Roma, subito dopo il lieve ’68 e poi durante il buio che venne a seguire. Quello che mi piaceva in lui erano gli occhi. Occhi che ridevano. E un sorriso beffardo e sotto sotto triste. I suoi occhi stavano in un obiettivo da 50 millimetri, e vedevano rigorosamente in bianco e nero. Veniva a teatro – allora tutti andavamo a teatro, sembra incredibile adesso – e catturava la vita e il lavoro di attori, artisti, registi, scene: il davanti e dietro le quinte di un mondo in subbuglio e in perenne creazione. Quei luoghi sono ormai quasi tutti scomparsi: le cantine dell’Avanguardia artistica e teatrale romana dei Settanta e Ottanta. Restano solo nei libri, sui giornali a cui lui ed altri fotografi e giornalisti hanno collaborato, nelle mostre. Erano L’Abaco di Mario Ricci, Il Teatro della Fede di Giancarlo Nanni e Manuela Kusterman; l’Attico di Fabio Sargentini – il garage dove si incontravano artisti come Gino De Dominicis, Iannis Kounellis, Achille Perilli, e giovani registi e attori arrembanti come Memè Perlini e Antonello Aglioti; la cantina-spelonca del Beat ’72 dove officiarono Carmelo Bene e Giuliano Vasilicò, Pippo di Marca e Il Patagruppo di Bruno Mazzali e Rosa Di Lucia a cui partecipava anche mio fratello Marco, poi tornato artista a tempo pieno a Parigi. Altre cantine e altre scene, con Leo De Berardinis, il Carrozzone, la Gaia Scienza, Remondi e Caporossi, Giancarlo Sepe, Franco Molè. E ancora, il Politecnico di Mario Prosperi e giù fino ai giovanissimi napoletani Toni Servillo e Mario Martone. E poi a venire la Piramide fondata da Perlini e l’indimenticabile Alberichino dove esordirono contemporaneamente in un “a perdifiato” inaudito Roberto Benigni e Carlo Verdone.

I quotidiani romani avevano tre critici teatrali, tanti erano le performance e gli spettacoli, per non parlare delle mostre, in giro. Officiavano giornalisti e e scrittori: Giorgio Manganelli, Elio Pagliarani; Franco Cordelli; Tommaso Chiarini; Rita Cirio; NicoGarrone; Franco Quadri; Maurizio Scaparro; Giuseppe Bartolucci; Enzo Bargiacchi, Renzo Tian. E per (quasi) ognuno di questi spettacoli uscivano pezzo e foto.
Tanti erano i fotografi in giro e tutti bravi: Tommaso Le Pera, Giorgio Piredda, Agnese De Donato, Piero Marsili. Con Mario Dondero che arrivava da Parigi e subito scappava per altri luoghi, altre avventure. E Sandro Becchetti, un maestro dell’immagine che di Tatiano fu grande e leale amico. E ancora Fausto Giaccone, Paola Agosti, Tano D’Amico e tanti altri che dalle scene e dai teatri sarebbero poi andati a raccontare il mondo. E con loro Tatiano.
Non ci si crede, ma in quegli anni tra i Settanta e gli Ottanta, Roma era uno dei centri del mondo per la ricerca visiva, di suoni e di parola: vi producevano spettacoli Bob Wilson, Peter Brook, Tadeusz Kantor, Jerzy Grotowski, Eugenio Barba, Il Living Theatre, I Bread and Puppet. Venivano ad esibirsi musicisti e artisti come Pandit Prân Nath, La Monte Young, Terry Riley, John Cale, Steve Reich, Philip Glass, Alvin Curran. Nasceva la Transavanguardia, movimento artistico che si sarebbe affermato nel mondo. Mentre Ulisse Benedetti, Simone Carella e Franco Cordelli col Beat ‘72 riuscirono a portare sulla spiaggia di Castelporziano il più incredibile agglomerato di poeti da tutto il mondo in un memorabile happening sotto le stelle.
In quegli anni e in quei luoghi ci siamo conosciuti grazie a Celina Fontana, la sua musa e compagna di una vita e la mia compagna di allora, che erano amiche. E ci siamo frequentati professionalmente – allora ero il giovane capo degli Spettacoli di Paese Sera. Poi siamo diventati amici. Insomma. Amici, vabbè. Ma con pudore. Con rispetto. E anche con un pizzico di distanza. Non sia mai che la materia collosa di cui era fatta la vita sociale a Roma trasbordasse. Annacquasse la sua riottosità insulare. Addolcisse la sua nodosità intrinseca da legno di olivastro, da ginepro salato. Abitavamo tutti a Trastevere allora. Nella casa dove stavo io al piano di sopra c’era Tony Esposito con la sorella De Sio. In quela subito a fianco abitavano Gian Maria Volonté – che di Tatiano sarebbe poi diventato grande amico – con Carla Gravina; a due passi stavano i Verdone, il padre storico del cinema e il figlio Carlo ancora neanche alle prime armi. In senso opposto c’era il Teatro Belli, fondato e diretto da Antonio Salines. Appena di fronte abitava al primo piano l’artista torinese Alighiero Boetti, che sarebbe diventato un maestro dell’Arte Povera e realizzava i suoi preziosi quadri “lettristi” con filati colorati trovati in India. A cento metri viveva – e poi lì è morto – il poeta Dario Bellezza. Mentre in piazza Santa Maria appariva Michael Douglas che proprio in uno di quei palazzi era cresciuto da piccolo quando il padre Kirk contribuiva a fare grande la Hollywood sul Tevere a Cinecittà.

A pochi passi in via Garibaldi c’era il Folkstudio dove hanno suonato per la prima volta Francesco De Gregori e Antonello Venditti. E dove la leggenda narra di una serata del ’63 in cui comparve lo sconosciuto Robert Allen Zimmerman a suonare in una scorbutica jam session, prima ancora di diventare l’astro mondiale conosciuto come Bob Dylan. Sempre nel giro di poche centinaia di metri all’Arco di Settimiano abitavano il regista Bernardo Bertolucci e la scrittrice e musa della Beat Generation Fernanda Pivano. A questo teatro-mondo partecipavano decine di altri poeti, scrittori, giornalisti, politici, impossibile citarli tutti, tutti più o meno mischiati, anche se totalmente estranei, ai locali “ladroni”, la piccola mala locale che faceva avanti e dietro con il palazzo di Regina Coeli, la storica prigione romana di cui aleggiava la presenza in tutto il quartiere. Tutto sempre in quel reticolo di vicoli quattro e cinquecenteschi sotto al Gianicolo.
Di tutto questo Tatiano era partecipe: appariva, scattava, scompariva, si infilava nella sua camera oscura, ricompariva con le stampe. Le portava ai giornali. E così l’ho poi ritrovato in giro per l’Italia, a Milano, dove si confrontava con i grandi fotografi che lavoravano per i settimanali, e poi Torino, Napoli, Palermo, Venezia. E soprattutto in Sardegna, nei primi anni Ottanta quando abbiamo rifondato la “Nuova Sardegna” e poi nei primi Duemila quando ho chiuso lì la mia carriera di giornalista a tempo pieno. Nella prima fase Tatiano partecipò attivamente alla rinascita del giornale: il suo contributo principale fu la partecipazione a un inserto fotografico, una sorta di album di famiglia pensato per illustrare la Sardegna delle zone di diffusione del giornale con reportage di Angelo De Murtas e Fabrizio Dentice e fotografie fatte da lui e Riccardo Campanelli. Fu un gran successo. Il pubblico gradì. E Tatiano ne fu tra i migliori interpreti. Ancora oggi alcune sue immagini delle Sardegna interna sono tra le più belle – tra le migliaia esistenti anche di grandi firme – capaci di rendere la potenza del paesaggio naturale e umano dell’Isola. E poi c’erano le sue foto d’attacco – come quella “vietata” del sottomarino nucleare Usa fatta alla Maddalena e che ha venduto a mezza Italia. Tatiano era un fotografo con animus. Non anima – troppo spesso foriera di oleografici stereotipi. No: era animus, nei volti, nelle situazioni, nei fatti. Le manifestazioni di piazza, la violenza, le cariche della polizia, oppure l’intensità degli sguardi. Era capace di cogliere il guizzo sulfureo di Julian Beck sul palco del Living Theatre, l’occhiata sardonica di Ignazio Delogu; l’aria disarmante di un pastore con l’agnellino in braccio a Ovodda; o la luce disperata negli occhi dell’operaio di Carbonia che sciopera; la maschera da tragedia greca di una donna di Mamoiada e il sorriso “in punta di piedi” di Mario Dondero che passa e va; il ghigno dell’ambasciatore Usa e ballerini stanchi in una balera di Bolotana; il pastore con la bisaccia davanti alle fabbriche di Ottana, epitome delle cattedrali nel deserto; i tre pastori a cavallo intabarrati nella neve a Macomer; tre ragazzine a Macondo a Milano; le ceramiche di Celina; le braccia ossute e geometriche di Pina Baush; l’occhiata scivolosa di Cossiga verso Lady D; lo sguardo impietrito e consapevole di Gian Maria Volontè prima della fine; la smorfia i grammelot di Dario Fo; gli occhi spiritati di Basaglia; la tromba di Paolo Fresu. E ancora. Ancora. Ne vorremmo ancora di queste immagini bellissime. Di un mondo che c’era e non c’è più. Di un mondo che invece c’era allora e resta ancora adesso uguale e imperterrito.
Sapeva catturare il momento giusto, Tatiano. In questo era maestro. Ma bisogna anche ricordare come dava battaglia quando nei giornali riproducevano a mitraglia una sua foto centinaia di volte in situazioni banali, tanto per riempire lo spazio bianco previsto in menabò. Quella foto di Ottana l’avrò vista pubblicata centinaia di volte a illustrare il niente tanto per indicare il luogo. Svilendo e tradendo il senso che sta dentro quello scatto. Lui voleva che almeno quelle foto fossero ripagate, visto che venivano ripubblicate ancora e ancora. E aveva ragione. Gli amministratori si opponevano, e lui si ribellava e litigava. Quando sono tornato da direttore a Sassari Tatiano non lo facevano più lavorare, “un rompiscatole”. Richiamato al lavoro, anche grazie alla sensibilità di un amministratore intelligente, fece un bellissimo reportage fotografico sul nuovo teatro di Sassari, e poi molti bei servizi. Tra gli ultimi, un gran ritratto di Maria Lai nel suo laboratorio di Aggius.

L’ho visto l’ultima volta nel paese umbro in cui si era ritirato con Celina. Esiliato, ma come alleggerito dalla sua vita complessa sempre a rimettere insieme i pezzi della sua esistenza. Stava lavorando al suo ultimo libro, poi pubblicato dal fratello Dario, intitolato con verso dadaista “Nessuno sa piovere, eppure piove”. Lo abbiamo rivisto insieme, ne abbiamo discusso a lungo. Naturalmente non ha seguito nessuno dei miei suggerimenti. Abbiamo cenato davanti al camino con Celina e poi chiacchierato lui ed io a ruota libera fino a notte fonda con un magnifico vino rosso di quelle parti. Poi solo qualche telefonata e solo da parte mia. Lui era così: non voleva imporsi. L’avevo invitato tante volte con Celina a venire da me a Venezia. Diceva sempre sì, ma poi non si decideva mai, con la scusa dei gatti che non si potevano lasciar da soli. Poi un giorno al telefono non rispose più. È vero: nessuno sa piovere. Eppure, lui ha saputo.
Stefano Del Re, Roma, 1948
È stato redattore di Paese sera; redattore capo, inviato e corrispondente dagli Stati Uniti di Panorama; vice direttore esecutivo di Epoca; vice diret- tore dei Quotidiani Veneti del gruppo Espresso; condirettore del Piccolo di Trieste; direttore de La Nuova Sardegna; collaboratore de “l’Espresso”. Ha scritto per “la Repubblica”; “Sette” settimanale del Corriere della Sera; “Rinascita”, “MondOperaio”, “Limes, Rivista italiana di Geopolitica”.


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