Nei primi anni ‘70, della Sardegna noi “continentali” sapevamo ben poco; certo tutti conoscevamo Gigi Riva, ma la fama delle splendide coste e delle acque cristalline era in gran parte ristretta al jet set ed alle classi più abbienti. Solo tra un ristretto gruppo di giovani della cosiddetta sinistra extraparlamentare circolava qualche notizia sul banditismo sardo che veniva letto, al pari del brigantaggio dell’Italia Meridionale negli anni post-unitari, come una forma di ribellione verso i secolari soprusi dello stato sabaudo prima e italiano più tardi. All’epoca Olbia era ancora una piccola città di poco più di 20.000 abitanti, con un centro storico molto frequentato tutto l’anno, e non solo d’estate come avviene ai nostri giorni. Era allora e lo è ancora oggi, una cittadina molto inclusiva, dove tutti, che venissero dalla Barbagia, dal Campidano o dal “continente”, venivano accettati e potevano agevolmente farsi strada nelle professioni, nel mondo dell’impresa o in quello della cultura; dopo una sola generazione tutti quelli che erano venuti da fuori erano considerati olbiesi a pieno titolo. La piazza principale della città era il centro di tutto; qui si intersecavano le due principali arterie commerciali, qui c’erano i bar più frequentati e sempre qui stazionavano folti gruppi di giovani, principalmente studenti, in prevalenza vicini all’area della Sinistra Estrema o all’universo hippie, che si intrattenevano fra scherzi, lazzi e inconcludenti discussioni sull’universo mondo. Nel 1973, anno del mio arrivo, la città aveva già conosciuto il primo grande boom edilizio. Fino ad allora i suoi padroni erano stati un gruppo di vecchi democristiani, quelli di una volta, con la pancia e gli occhiali dalla montatura massiccia, il cui principale bacino elettorale era costituito dalle migliaia di famiglie barbaricine emigrate nella piana olbiese nella prima metà del secolo.
All’inizio dell’epopea craxiana, a metà degli anni ’80 gli equilibri economici e politici cominciarono a spostarsi a favore dei gruppi sociali emergenti, in primo luogo i costruttori edili, che vedevano nel Partito Socialista, peraltro forte in questa cittadina di un’antica e consolidata tradizione, uno strumento più agile e spregiudicato rispetto ai vecchi gruppi dirigenti. In questo periodo, l’intreccio allegro e spensierato tra abusivismo, lavoro nero ed evasione fiscale propiziò ed accompagnò il sacco della città, che crebbe a dismisura, senza programmazione e senza regole, sotto la guida di una classe dirigente attenta alle opportunità di facili guadagni, oppure semplicemente impreparata. L’edilizia trainava tutto il resto dell’economia olbiese ed i prezzi delle aree fabbricabili salivano alle stelle. Cambiava radicalmente il volto della città: le strade si riempivano di auto di grossa cilindrata, si costruirono i primi centri commerciali, nacquero come funghi ristoranti di lusso e night club, dove piccoli e medi imprenditori spendevano a piene mani, immersi in un’orgia di ostentazione e di spreco.
Nella seconda metà degli anni ’80, la città, dopo 20 anni di tumultuoso sviluppo, si avviava a diventare la California sarda. In questo contesto di ottimismo e di grandi aspettative irruppe Silvio Berlusconi, con una mirabolante proposta di sviluppo turistico-immobiliare denominata Costa Turchese. Il Cavaliere era accompagnato nella “Campagna di Sardegna” da un nutrito gruppo di consulenti , tra cui spiccavano Romano Comincioli, che sarà uno dei fondatori di Forza Italia, e Flavio Carboni il “faccendiere” per antonomasia, il più autentico frutto del craxi-berlusconismo d’assalto, testimone privilegiato di tutte le vicende misteriose, di tutti gli scandali finanziari, di tutti gli intrighi di questo paese nell’ultimo quarto di secolo. Naturalmente la nuova proposta immobiliare di Costa Turchese suscitò entusiasmo tra gli amministratori locali che venivano lusingati in ogni modo con le collaudate tecniche di persuasione del grande venditore. Qualche anno più tardi rividi Comincioli in tutt’altro contesto, nella hall dell’hotel Inglaterra dell’Avana, nel 1995, quando in Italia era ricercato per bancarotta fraudolenta. Spesso ebbi occasione di conoscere da vicino lo stesso Silvio, in occasione delle molteplici visite al Comune di Olbia, quando veniva ad illustrare la bontà della sua proposta davanti alla platea entusiasta di molti consiglieri comunali e degli imprenditori locali. Tempo dopo conobbi più da vicino la famiglia Berlusconi e qualcuno dei suoi sodali, quando ottenni un lavoro come skipper presso la società immobiliare di Paolo Berlusconi. Spesso dovevo accompagnare per mare alcuni membri della famiglia, tra cui gli stessi figli del Cavaliere, che facevano il bagno lontano da occhi indiscreti e sotto lo sguardo vigile delle guardie del corpo. In questo periodo ebbi anche modo di conoscere da vicino il modus operandi di questa “allegra brigata”, quando mi fu chiesto di scarrozzare, in motoscafo, per un mese, l’allora assessore regionale all’urbanistica della Lombardia. Era da poco stato ultimato il grande complesso edilizio di Milano 2 e, secondo alcuni commentatori malevoli, forse Berlusconi dimostrava così la sua riconoscenza verso l’amico. Dopo qualche anno, nel 1994, sarà stato un caso, ma il politico lombardo veniva incriminato per corruzione e conosceva quelle patrie galere per le quali di lì a poco sarebbe passato lo stesso Paolo Berlusconi. Ma tutto questo è acqua passata, le classi dirigenti locali sono cresciute, anche se è rimasta come retaggio del passato, qui come altrove, il mito dello sviluppo, quale che esso sia, e dell’uomo solo al comando. Ma questo è materia per politici, e io non lo sono.