Erano le tre del mattino, forse. Faceva un caldo boia e nessuno dei vitelloni in salsa olbiese aveva voglia di tornare a casa: meglio bighellonare al Corso, ricordando aneddoti risalenti alle elementari o addirittura all’asilo San Vincenzo, dove le suore – in particolar modo Suor Margherita – sapevano bene come evitare che facessimo casino. Stavamo raccontando di quella volta, quando l’ineffabile sorella si accorse che io e un mio compagnetto, tutt’e due infagottati in un grembiulino bianco con tanto di fiocco azzurro che sventolava sotto il collo, tanto era abbondante, eravamo mancini. Eh no, quella era la mano del diavolo. E via, un colpo di bacchetta ben assestato sulle ditine che stringevano una penna. Per imparare a scrivere, facevamo le aste: una, due, tre, aste all’infinito. Con la mano destra, però: altrimenti sarebbero stati dolori. Dolori veri, conditi da pianti. Chi era mancino, poteva anche usare la mano sinistra per giocare: chessò, per scagliare una pietra, per tagliare la carne col coltello, per fare braccio di ferro (di ferro? si fa per dire), per imparare i rudimenti del ping pong. Insomma, stavamo raccontando queste cose ai nostri amici (che, non so se per fortuna o sfortuna, non avevano vissuto quell’esperienza), quando c’imbattemmo in un’altra combriccola di insonni. Tuitti scapoli impenitenti, decisamente più grandi di noi che conoscevamo solo di fama: erano tutti bei ragazzi, sistemati, forse fidanzati, ma non per questo insensibili al fascino femminile e alle trasgressioni notturne: un concentrato di sana olbiesità. Se poi non capitava l’occasione, beh, c’era sempre il modo di divertirsi con uno scherzo (spesso geniale e improvvisato). Non sempre se ne presentava l’occasione, ma eravamo pervasi da una specie di sesto senso secondo il quale quella caldissima serata ci avrebbe regalato (a entrambe le compagnie degli insonni) l’opportunità di ridere a crepapelle, durante e dopo uno scherzo, e soprattutto l’indomani, quando avremmo raccontato l’impresa al resto degli amici, che verso l’una di notte non avevano resistito ai richiami di Morfeo, e ai doppi cuscini intrisi di profumo da macho che mamme amorevoli avevano collocato in cima al materasso a molle (il lattice o il memory non esistevano). Eravamo al Corso, a pochi metri dalla piazza Regina Margherita, nel cuore di Olbia. Un ragioniere (che lavorava in un’importante azienda dall’occhio di lince e dal cervello svelto) scorse un ometto che saliva verso la parte alta del Corso, proveniente dal palazzo municipale. Sarà stato uno e sessanta. Camminava spedito e non vedeva l’ora di incrociare un essere umano. Il ragioniere dall’intuito raffinato, esclamò, rivolto a noi: “Kustu es chilchende feminas, deved’essere imbalcadu“. Aveva ragione: cercava una gentile e graziosa signorina con cui passare la notte, ed era sbarcato al molo Brin (al porto vecchio, dove tra poco ormeggeranno i maxi yacht) dopo tre mesi di navigazione ininterrotta. Avrà avuto sì e no 28/30 anni. Noi, i più giovani, ci avvicinammo e il ragioniere attaccò subito bottone. “E tu, da dove vieni?”. Il marinaio non si fece pregare a rispondere e, senza giri di parole, tirò fuori dalla tasca destra un rotolo di banconote avvolto da un elastico un po’ sdrucito. “Guaglio’, dove trovo – chiese, ostentando uno strascicato slang napoletano (sembrava di sentire Massimo Troisi) – a quest’ora una ragazza generosa che mi consenta di riconciliarmi con il dolce sapore della vita: non dev’essere una modella, va benissimo una normale che sia unu poco in carne, meglio se ha le zinne grandi”. Felice per aver azzeccato le esigenze e le aspettative del marinaio, il ragioniere lo rassicurò immediatamente. “So dove mandarti, ma devi stare attento: occorrono tatto e pazienza perché lei è veramente bella e brava. È un po’ cara, ma vedo che tu non hai problemi (e il marinaretto annuiva più volte)”. Noi ci guardammo in faccia ignari di quello che sarebbe potuto accadere di lì a poco e soprattutto ignari dell’identità della signorina”. Il ragioniere diede le istruzioni del caso. “Tu devi andare in via….. (omissis), al civico…. (omissis). Suonerai il campanello. Vedi di insistere, vista l’ora. Vedrai che ti apriranno: verrà sicuramente un signore in pigiama sui sessant’anni, alto, un po’ robusto. Ecco, lui è il pappone. Digli che sei venuto per Genoveffa (il nome è di fantasia). Lui opporrà resistenza, anche perché è un po’ geloso: sai, Genoveffa è molto richiesta. Tu fagli vedere la mazzetta dei contanti, vedrai che alla fine ti accontenterà”. Il marinaretto scattò come un velocista alla partenza dei cento metri. E sparì dalla nostra vista. Tutti noi – anche gli amici del ragioniere – chiedemmo informazioni su questa procace Genoveffa, di cui non avevamo mai sentito parlare. Né tantomeno conoscevamo l’identità del suo (presunto) protettore. “Tranquilli – disse il ragioniere – tra poco sapremo tutto direttamente dal nostro amico napoletano. Ah, ah, ah”. Aveva ragione, dopo dieci minuti Ciro (così si faceva chiamare) ricomparve, con qualche dolore al fondoschiena e un paio di ematomi sul viso. “Mamma mia, una furia era… Una furia….”. La furia era il (presunto) pappone che lo aveva letteralmente cacciato di casa, dopo avergli rifilato un paio di sganassoni. “Vai via – gli aveva urlato – sennò chiamo i carabinieri”. E Ciro si era giustificato così: “Mi ha mandato un signore distinto”. E quello continuava a imprecare, minacciando altre botte e denunce”. Il ragioniere non si scompose, anzi rimproverò il marinaio :”Te l’avevo detto che avrebbe opposto resistenza, ma tu avresti dovuto offrirgli almeno 100mila lire per Genoveffa”. “Ma gliene ho offerto 200mila, e lui mi ha pure picchiato”. “Mi dispiace – concluse il ragioniere -, comunque domani mattina vieni in ufficio da me in via…..(omissis) , e ti darò un altro indirizzo”. Questo il congedo di Ciro: “Grazie dotto’, domani sarò da lei, sono certo che mi aiuterà: sa, non vedo una donna da tre mesi”.
A quel punto, tutti noi – i suoi e i nostri amici – pretendemmo di conoscere l’identità della signorina e del suo (presunto) protettore violento e geloso. Lui ci confessò che, sul momento, gli era venuto in mente un certo signore “continentale” (vedovo) che viveva da pochi mesi con la figlia, una studentessa universitaria piuttosto carina, tra l’altro fidanzata con un bel tipo di Olbia che il ragioniere conosceva tramite amici comuni. Così come il ragioniere era al corrente che il padre della ragazza era siciliano, era bigotto e soprattutto era gelosissimo di Genoveffa senza nasconderlo affatto. Perspicace e improvvisatore come solo gli artisti sanno esserlo, aveva previsto che il signore avrebbe reagito molto male alla richiesta di quel tipo di prestazione alla figlia prediletta. Le risate durarono fino alle sei del mattino. E l’indirizzo fornito poco prima a Ciro per una collega di… Genoveffa ovviamente era fasullo.

