Una vita da… bomber. Con tutto il rispetto per Luciano Ligabue, per il suo celeberrimo inno a Oriali e al suo ruolo di mediano, oggi è il momento di parlare di uno, nato per fare gol, un “vizio” che coltiva da mezzo secolo: Gian Luca Siazzu. Fisico asciutto, capello corto, fisico non proprio da gladiatore, è ancora oggi il terrore dei difensori avversari. Un fromboliere strepitoso, un cannoniere micidiale, cinico, spietato, un attaccante di razza che gode nell’uccellare i portieri e non ha alcuna voglia di fermarsi: il gol come ragione di vita.

Quanti sono?

“Quanti sono cosa?”

Gli anni.

“Cinquanta a giugno”

E i gol?

“Il numero esatto non lo so indicare, ma siamo vicini ai 750, considerando che quelli contati uno per uno una decina di anni fa, erano 550”.

Quando ha cominciato a capire che poteva diventare un attaccante con uno straordinario istinto del gol?

“Avevo 12 anni, e indossavo la maglia della Montalbo di Siniscola. Ricordo bene il presidente dell’epoca, che tra l’altro era di Olbia: Pino Solinas, persona eccezionale che purtroppo non c’è più”.

Evviva la Baronia: Siniscola è vicino a Torpè, il suo paese…

“Non è corretto. O meglio, a Torpè ho vissuto fino all’età di 14 anni, poi però sono arrivato a Olbia, dove sono nato. Nel mio codice fiscale c’è la sigla ‘G015’ di cui vado fiero e che mi ha anche fatto guadagnare qualche soldino in più”.

Cioè?

“Quando mi prese l’Olbia, il patron Mauro Putzu mi fece avere un milione in più rispetto al pattuito, solo perché ero un… G015″.

Quante maglie ha indossato?

“Boooh, molte, tantissime. Ci devo pensare bene e rischio comunque di dimenticarne qualcuna”.

Ci provi, ce la può fare…

“Parto dal Tavolara, squadra nella quale milito ora, con gioia e passione e poi vado così alla rinfusa: Budoni, Calangianus, Arzachena, Ilva, Casale, Borgosesia, Sestrese, San Teodoro e ovviamente Olbia”.

Col Tavolara quante reti in questa stagione?

Otto gol, ma spero di migliorare. L’ambiente mi piace molto, il progetto pure. Con il mister Gian Paolo Degortes e tutti i dirigenti che mi hanno voluto con loro mi trovo molto bene. Del resto è una squadra di Olbia che ha delle sane ambizioni, e questo è un valore aggiunto”.

Qual è il calciatore che colloca al primo posto tra le centinaia di compagni di squadra?

Gian Mario Rassu, senza alcun dubbio”.

Come mal lui?

“Vedeva il gioco prima degli altri: mentre tu pensavi, lui aveva già deciso cosa fare del pallone e come farlo. Noi, me compreso, davamo dei calci alla palla, lui giocava a football. Tecnica a parte, Gian Mario è anche un bravissimo ragazzo, un amico”.

E tra gli allenatori, chi ricorda più volentieri?

Enrico Favilli. Quando ero a Calangianus, mi ha insegnato tante cose, anche a modificare il mio carattere e le mie abitudini. Pensi che io spesso mi rifiutavo di mangiare quello che passava il convento. Per esempio, non mi piaceva il minestrone. Ebbene, Favilli mi invitava anche in maniera energica a mangiarlo. ‘O questo o nulla’, mi intimava. Mi sono adeguato, e gli sono sempre stato riconoscente”.

Complimenti a parte, va detto che il suo carattere non è dei più concilianti. Chi scrive, ricorda che se qualche compagno non le passava la palla, volavano parolacce e insulti a go go. Anche oggi risulta che non sia cambiato…

“È vero, lo riconosco: sono un tipo velenoso, è nota la mia testardaggine calcistica, figlia di una forte carica di adrenalina allo stato puro. Quando ero al mio primo anno all’Olbia, mister Vallongo mi definiva un giocatore con l’istinto del cinghiale: anche mio fratello mi ha sempre rimproverato per questo mio caratteraccio”.

Difficile cambiare alla soglia dei cinquant’anni…

“Lo so. Infatti riconosco che questi atteggiamenti mi hanno danneggiato: se fossi stato più conciliante e meno polemico o permaloso, il mio cammino sarebbe stato un altro”.

Per mantenersi in forma, con cinquant’anni sulle spalle, di cui 38 a calcare i campi di calcio, segue una dieta?

“No, cerco di mangiare in modo normale, se c’è da bere un bicchiere di quello buono o una birretta non mi tiro indietro. Senza esagerare, però. Nulla a che vedere con un certo periodo della mia vita in cui ero un po’… monello”.

Eccedeva, insomma, quasi incurante del fato che fosse un atleta.

“Sì, lo ammetto e devo ringraziare chi mi ha fatto capire che dovevo darmi una regolata”.

Lei è l’attaccante che ha segnato più gol con la maglia dell’Olbia: cento per l’esattezza. Ragatzu è a quota 93… Ha paura di perdere il record?

“No, assolutamente. I record sono fatti per essere battuti e io auguro di cuore a Daniele Ragatzu di raggiungermi e superarmi al più presto, anche nel corso di questo campionato”.

Pure Ragatzu non è male come calciatore…

“Càspita. Ecco, lo paragono proprio a Rassu: anche lui sa, alcuni secondi prima degli altri (che nel calcio sono un’eternità), cosa fare con il pallone”.

Un’ultima curiosità: quando smetterà? Dove vuole arrivare?

“In serie A, ovviamente”. (sorride)