Scrivere di lui (come mi ha chiesto più di un amico) è un divertimento. Per raccontare la sua storia ed esaltare il suo talento naturale per la comicità, forse servirebbe un libro. Per ora, limitiamoci a pescare qui e là, nell’album dei ricordi e nei racconti di chi lo ha conosciuto più del sottoscritto. “Scusi, lei è Mario Loriga?“, gli chiese un tale che lo cercava senza essere sicuro che fosse proprio lui. Risposta fulminea: “Magari…“. Mario Loriga – per tutti Maruzzo, per la sua famiglia Maruccio – era un comico naturale, dalla battuta istantanea, fulminante. Mettici pure un istinto innato per capire prima degli altri cosa nascondesse una domanda o un atteggiamento, e il quadro è completo. Quella volta, Maruzzo aveva intuito in un battibaleno che quel signore chiedeva di lui per qualche scocciatura, sicuramente non per fare quattro chiacchiere in allegria. E quindi la sua ricerca andava vanificata subito. “Come magari…“, fece quello. “Magari lo fossi“, rispose facendo intendere di essere chissà chi. Quello sorrise, forse aveva anche capito tutto. Ma andò via.
Nato nei primi anni 40, Mario era un artista. Non altissimo, magro, notissimo in città, suonava fin da ragazzo. Il padre, Pietrino, gli aveva insegnato tutti i segreti della fisarmonica e lui li aveva imparati in fretta, aggiungendoci però il suo estro, la sua fantasia di bohemien impenitente, doti che poi l’avrebbero accompagnato per tutta la vita quando passò all’organo Hammond, al pianoforte, e persino al trombone a tiro (da non confondere con quello a pistoni, strutturato secondo il principio della tromba). Era un giocatore. Gli piacevano molto le carte, il biliardo, il flipper, tutti i giochi. Eh sì, perché a lui piaceva giocare anche nella vita: gioiva quando stava con gli amici e faceva qualcosa per gli amici. Sapeva di essere abile nel provocare un sorriso anche nei più riottosi e una risata fragorosa in coloro che lo provocavano per poi essere… ricompensati con la battuta felice e sferzante. Si racconta che una volta, insieme con un’allegra combriccola, salì a bordo di una nave della Tirrenia senza sapere che qualcuno degli amici si era… dimenticato di pagare il biglietto. A bordo, quel gruppo di vitelloni passarono il tempo a sbocconcellare qualche panino e a trangugiare due o tre (!) birrette. Dal trambusto alla richiesta dei biglietti a tutta la compagnia il passo fu breve e lui, Maruzzo, decise di fare l’eroe dopo aver inquadrato subito la vera indole del commissario di bordo (che sembrava un uomo burbero, ma non lo era per nulla). “Lei non sa chi sono io“, esordì. E quello: “No, perchè? Lei chi é?“. “Sono Mario Loriga“. “Io non la conosco“. “Ah, non mi conosce? Lei non sa chi è mio zio…“. “No, non lo so. E chi è?”. Dopo avergli rivelato l’identità del suo parente senza che il commissario battesse ciglio, Mario sbottò: “Lei non sa dove lavora mio zio?“. E quello, ancora: “No, non lo so“. “Al ministero dei Trasporti“. Dopo quella risposta, il commissario sembrò un tantino preoccupato: “Ah sì, e cosa fa?” Mario superò sé stesso: “Il muratore…“. Le risate – giurano i presenti – durarono ore, fino all’arrivo a Civitavecchia (ore 6), dove i festeggiamenti continuarono per tutta la mattina. Il tasso alcolico aumentò a dismisura e il più felice di tutti, verso l’ora di pranzo, apparve proprio il commissario di bordo che, alla fine diventò, amico di Maruzzo e dell’allegra brigata di buontemponi.
Di aneddoti, se ne sono centinaia ma non è il caso, qui, di esagerare. Possiamo ricordare di quella volta che una signora andò nel suo negozio di articoli musicali, che non sempre osservava il normale orario di apertura. “Signor Loriga – attaccò la donna – sono venuta l’altro ieri mattina e lei non c’era. Sono venuta di sera, e lei non c’era. Sono venuta ieri e lei non c’era… Ma insomma, cosa devo fare per comprare una corda alla chitarra di mio figlio?“. Maruzzo, candido, con l’aria di chi si era svegliato da qualche minuto (erano le 12,45), e soprattutto con la consapevolezza del valore davvero esiguo della mancata vendita, rispose: “Signora, lei deve venire quando io ci sono“. E lei: “Ha ragione“. E giù risate. Oppure quella volta che, assalito da una voglia matta di dolci, pensò bene di andare all’ospedale di Olbia, sapendo che i pazienti ricevevano dai loro parenti vassoi pieni di ogni bendiddio che molto spesso non potevano neanche mangiare. In pochi minuti fu inondato da papassini e savoiardi e fece trascorrere una serata piacevolissima a chi era ricoverato anche per patologie non proprio rassicuranti. “Grazie, grazie”. Fu quello il coro nel momento del commiato. Basta fermiamoci qui.
P.S. Nella foto che pubblichiamo a corredo di questo ricordo, Maruzzo si esibisce alle tastiere durante una delle tante feste organizzate il Primo Maggio dalla sezione di Olbia del Partito Socialista (il garofano non è lì per caso). Alle sue spalle, il sottoscritto al quale lui stesso fece avere quell’immagine che rimane scolpita nella memoria come uno degli esempi più classici di quella olbiesità che piano piano si sta spegnendo.

