C’è una categoria di persone che incontriamo tutti i giorni sulle Tv e sui social. Sono i professionisti della menzogna assoldati con il ruolo di ospiti fissi nelle trasmissioni condotte da giornalisti affamati di audience, fautori di siti internet bisognosi di clic. Parlano a ruota libera tenendo sempre più distante l’idea della realtà. Non c’è improvvisazione, i professionisti della menzogna adottano metodi collaudati: 1) avere sempre un nemico da colpire; 2) estrapolare le frasi adatte dai discorsi complessi in modo da dileggiare l’avversario; 3) quando il dibattito sta per incartarsi tirare fuori dal mondo della fantasia le statistiche che notoriamente possono dimostrare qualsiasi cosa. Nella mia lunga carriera giornalistica ho visto un politico molto apprezzato inventare sul momento i numeri più adatti per avvalorare le proprie tesi con l’accortezza di non fornire mai cifre esatte o arrotondate ma sempre con decimali in modo da farle apparire una certezza. Infine, l’ultima raccomandazione per chi va in TV è quella di dissentire scuotendo la testa mentre parla un avversario. I professionisti del nulla cicaleggiano e non potendo cambiare la realtà cosa fanno? La soluzione è venuta dai social: quando la situazione degrada e la realtà non si può cambiare il segreto è inventarne una parallela, una vita che non esiste e che trasforma ciascuno di noi in un ologramma di se stesso. Tempi duri per noi vecchi giornalisti che fummo colpiti dal virus della realtà e la raccontammo per qualche decennio. È noto che quando un’epoca tramonta e il nuovo tempo deve maturare c’è spazio per i mostri. Di recente, in una presentazione del libro “Dio è gratis, il prossimo costa. Il Vangelo di De André e Pasolini” mi son state fatte due domande: “C’è ancora un ruolo per la politica”? E ancora: “Nella nostra società per fare il bene bisogna nascondersi – ogni riferimento alle Ong non è casuale – quindi non c’è più spazio per la poesia”? Le risposte sono state molteplici ma essenzialmente si possono sintetizzare così: la politica può ancora avere un ruolo se si scende dal teatrino in cui oggi è relegata e si ricomincia a raccontare la realtà. Le praterie della poesia, infine, sono vastissime: basta che gli artisti non si adeguino ai modelli delle televisioni, non siano omologati a quel potere che – come canta Cristiano De André in Credici – “in trent’anni di sottocultura mediatica/ tra canali e canili/ a quelle lingue golose dei mercati/ ha svenduto il Paese al peggiore dei medioevi”. La poesia è la lingua di chi spera, di chi sogna ma rigorosamente con gli occhi aperti.