In occasione dei suoi primi sei mesi da presidente nazionale della sezione Giovani di Confartigianato, abbiamo incontrato Riccardo Porta – originario di Gonnosfanadiga, classe 1989 – per approfondire luci e ombre del mondo dell’artigianato giovanile in Sardegna.
Come descriverebbe Confartigianato Giovani e cosa significa per lei guidarla a livello nazionale?
«Vorrei partire da una considerazione più ampia. Confartigianato è l’associazione che rappresenta, tutela e valorizza le piccole e medie imprese artigiane. Oggi, però, l’artigianato non è più solo quello tradizionale della bottega: rientrano nel settore anche professionisti del digitale e dei servizi, purché lavorino con cura, rispetto per il territorio e attenzione ai bisogni delle comunità. All’interno dell’organizzazione esiste il Movimento Giovani Imprenditori, attivo a livello provinciale, regionale e nazionale, che raccoglie le voci di oltre 500.000 imprese guidate da under 40. In qualità di presidente nazionale, rappresentarli è per me un grande onore ma anche una profonda responsabilità. Il mio ruolo è triplice:
- Porto le istanze di questi giovani nelle sedi istituzionali affinché le loro esigenze vengano ascoltate e sostenute dalle politiche pubbliche;
- Incarno, credo e spero, un punto di riferimento, un promotore di consapevolezza professionale, sia verso il territorio sia verso le comunità per cui lavoriamo;
- Mi sento investito anche del compito di promuovere e far conoscere il valore dell’artigianato. A ottobre organizzeremo una convention nazionale che coinvolgerà imprenditori affermati e nuove leve per raccontare e valorizzare il nostro mondo.»
Cosa consiglierebbe a un giovane che vuole avvicinarsi al mestiere di imprenditore artigiano?
«Ogni volta che una bottega chiude, si perde un pezzo di identità di una comunità. Al contrario, ogni attività che resiste o nasce contribuisce a rafforzarla. Il mio primo consiglio è di non sottovalutare mai il valore e la bellezza di questo lavoro. L’artigianato non offre solo soddisfazioni economiche, ma anche una realizzazione personale profonda. È importante, però, prepararsi alla discontinuità. Questo mestiere è tutt’altro che lineare: ci saranno alti e bassi, momenti di difficoltà alternati ad altri di forte crescita. Serve elasticità, capacità di adattamento e, soprattutto, la volontà di imparare anche dagli errori. Nessuno ha sempre in tasca le risposte giuste, e va bene così. Un’altra cosa che mi sento di dire è che la responsabilità non dev’essere vista come un peso. Anzi, avere sulle spalle un po’ di pressione è spesso un privilegio che ti spinge a dare il meglio, a crescere e ad avere uno sguardo più ampio sulla vita. Ti fa sentire vivo.»
Lei è cresciuto in una famiglia artigiana e ha mosso i primi passi proprio a Gonnosfanadiga. Quanto contano per lei le radici?
«Tantissimo. Sono figlio di panificatori e sin da piccolo ho respirato la cultura del lavoro, della manualità, della fatica, ma anche della dedizione. Gonnosfanadiga è un paese fortemente legato all’artigianato, dall’agroalimentare alle lavorazioni in legno e coltelleria. È un territorio che lavora, produce e conserva tradizioni. Credo che il mio ruolo nazionale sia anche il frutto di ciò che ho imparato a casa mia, dalle persone e dalle imprese che ogni giorno si rimboccano le maniche. Porto con me questi valori e cerco, nel mio piccolo, di restituirli in pieno al territorio e a chi ha scelto di crederci.»

