Vecchi, bambini, donne incinte, indeboliti per la fame sotto il sole cocente, con un pentolino in mano per trovare qualcosa da mangiare. Lo scandalo di Gaza è senza precedenti. Da sempre gli uomini e le donne si sono messi in viaggio verso le terre in cui il pane si sforna in gran quantità. Ma questo non vale più per i palestinesi, chiusi in una prigione a cielo aperto. Da due mesi a questa parte, a Gaza, l’esodo forzato di uomini e donne prevede un cammino di decine di chilometri per raggiungere i quattro centri in cui si distribuiscono gli aiuti detti umanitari. Erano trecento i presidi che dispensavano cibo, gestiti dall’Onu e da alcune decine di organizzazioni internazionali ma la gestione è passata in mano a un ente privato a guida israeliana col il benestare degli Stati uniti. In mezzo c’era stato un interregno, uno spartiacque durato ottanta giorni durante i quali fu attuato il blocco degli aiuti, con i camion carichi di cibo fermi alle frontiere. Una prova generale per arrivare alla carestia. Che cosa succede alla nostra civiltà se non sappiamo tendere la mano a chi ha bisogno? E che cosa succede se la fame viene usata come arma per sottomettere un popolo, umiliarlo, dividerlo? A Gaza migliaia di persone combattono per recuperare un po’ di calorie e non tutti riescono ad approvvigionarsi del necessario per sopravvivere. È la strategia dei generali pronti ad appuntarsi sul petto nuove medaglie, condizionando il popolo quando non si può sterminarlo sul momento. Ci vuole tempo per far morire di fame la gente e per sottometterla ancora di più si aggiungono le fucilate contro chi cerca di accaparrare qualche panino in più: un giorno i morti sono 11, un’altra volta 30 o 40. Incidenti, colpi sparati per avvertimento o per errore, dicono gli israeliani. Qualcuno mi dirà che non solo a Gaza si muore di fame. È vero in Sudan, ad esempio, milioni di persone sono vittime della guerra e del cambiamento climatico e di certo quelle morti non sono meno importanti. Però il genocidio di Gaza chiama in causa alcune categorie che ci riguardano da vicino perché è venuto meno il diritto umanitario e quello internazionale, è disconosciuto il ruolo della stampa e non conta più nemmeno l’opinione pubblica. Ma soprattutto è stata dichiarata l’impunità del governo israeliano in uno stato che si proclamava democratico. Gaza è uno sfregio alla storia del mondo occidentale.
Affamare un popolo è un aspetto ancora più tragico di qualunque guerra. Alla lunga verrà meno anche la forte unità che è sempre esistita nel popolo palestinese perché la fame divide più delle bombe. Il termine “compagno” ha una chiara etimologia, cum-panis, cioè colui che mangia il pane assieme a un altro. Ma tutto cambia se invece che mangiare con me deve competere con me per un tozzo di pane. Primo Levi fece nei suoi racconti una riflessione sulla fame e disse che si trattava di una condizione ben nota ai prigionieri del lager i quali, dopo due settimane trascorse nel campo di concentramento, provavano una fame “cronica”, una sensazione sconosciuta agli uomini liberi. Cambiano le situazioni ma Gaza è un enorme campo di concentramento. Non è la prima volta che la “via del pane” ci porta alla mente la tragedia dei poveri. Vi ricordate la fase iniziale della guerra in Ucraina? Allora furono bombardati i silos pieni di grano col risultato di affamare non solo una parte degli ucraini ma anche le popolazioni africane che importavano il grano per farne farina e pane. E le primavere arabe, al di là della speranza purtroppo tradita, non furono una ribellione per il pane? A Gaza però è tutto diverso. La strategia militare prevede di indebolire la popolazione e di farla spostare, dati i pochi centri di distribuzione del cibo, ai confini con l’Egitto. Le persone per quei politici e quei generali sono numeri e quindi non meritano rispetto. E noi, venuto meno il ruolo della stampa, abbiamo una visione un po’ esotica della povertà: vediamo le file per il cibo ma non possiamo capire davvero che cosa sia la sfida quotidiana della vita. Una narrativa che scopriremo solo tra qualche anno grazie a un altro Primo Levi.

